giovedì 28 giugno 2007

Autovelox? Una tassa travestita


Inaugura una categoria del blog per una pura riflessione personale. Adesso che vi sto scrivendo, poco distanti da casa mia, ci sono i due simpaticissimi tamarri della polizia municipale, con i loro occhiali da sole firmati e il simpatico telelaser.
Mi hanno guardato quasi infastiditi, perchè stavolta andavo piano, e non hanno potuto multarmi. Ma appena ho svoltato già sorridevano, perchè avevano visto un'auto provenire nell'altro senso alla velocità che piace a loro: quella dove paghi e stai zitto e magari vogliono anche farti sentire fortunato perchè hai rischiato di poco il ritiro della patente. (dai 70 agli 80all'ora)
La riflessione è questa: ma chiccavolo credete di imbrogliare!?
Ma dico io? Credete che siamo tutti fessi e non abbiamo capito che il mese di maggio e giugno, vista la concomitante scadenza dei bilanci, il Comune sguinzaglia vigili a destra e a manca con l'unico intento di rimpinguare le tasche della tesoreria?
Anche perchè mi pare evidente che tra un'automobile di nuova generazione (con abs, ebd e tutta i test di sicurezza superati) che fa i 70 e un catorcio che fa i 50 non è certo la prima che rischia di causare più incidenti. Ovvio, se vai a 120 in paese fanno più che bene... ma non so perchè li vedo molto più contenti quando riescono a rubare quei 200-300 euro a un poverino che torna dal lavoro.
La riflessione comunque non era questa. Era un'altra.
La riflessione riguardava la vita di noi altri, che andiamo dai 30 ai 40. Che ormai l'autovelox, assieme al 730 e al dentista, è diventato uno dei crucci maggiori dell'esistenza. Siamo una generazione davvero così "povera di spirito"?
Costretti a morire sulle strade, ma a pagare le imposte attraverso le multe?
Ora sì che apprezzo molto di più siti come questo.
Soprattutto adesso, che anche il governo lo ha capito e ha triplicato le sanzioni su scala nazionale.
Praticamente costa di meno masturbarsi mentre si guida piuttosto che prendere in mano il cellulare! (soprattutto per quelli che hanno il cambio automatico).
Vabbè, dai, pazienza, di buono c'è che almeno, quando prendi una multa, poi puoi rubare, compiere atti vandalici o evadere il fisco e, come cittadino, hai comunque la coscienza a posto! :)

mercoledì 27 giugno 2007

Alchimie d'amore e di morte di Giovanni Buzi ****


Ho recensito per Scheletri il libro di Ian e quello di Elena e non vedo perchè non debba riportare (oggi che non ho tempo per scrivere ^^) anche il libro di Giovanni Buzi, di cui potete trovare ampie recensioni sul suo blog, linkato a margine.
L'autore, per altro, sta facendo man bassa i diversi concorsi di genere, e questo conferma senz'ombra di dubbio la bontà della sua ars scrittoria e lo stato di grazia della sua creatività.
Tra l'altro, assieme agli altri due, condivide la caratteristica di lasciarsi ricordare. Non solo, quando rivedo la copertina sono sempre stuzzicato ad andarmi a rileggere qualche passaggio.
L'inizio del primo racconto, per esempio, (che potete leggere qui) lo ricordo ancora come un affresco di colori delicati. Più che un racconto , un quadro.
Quindi, in attesa di un romanzo che spacca (anche se forse la forma racconto gli si addice particolarmente) riporto le mie vecchie parole, delle quali, rileggendole, non cambierei una virgola.


Fate attenzione! Mentre leggete questo ‘piccolo libro’ potrebbe capitarvi di alzare la testa e, guardandovi intorno, scoprire che i colori sono più stinti e pallidi. Tendendo l’orecchio scoprirete anche che i suoni sono più attutiti, più sottili. Vi sentirete come se alcuni suoni e alcuni colori fossero spariti. Tranquilli, non spaventatevi, è normale.
È uno degli effetti collaterali che s’incontrano durante la lettura di “Alchimie d’amore e di morte”. E non dovete nemmeno preoccuparvi. I colori e suoni scomparsi sono tutti dentro il libro che avete tra le mani, anche se vi parrà strano che possano starcene così tanti, in così poche pagine. Ma credetemi, non stanno stretti. Durante la lettura li potrete scorgere uno a uno, compatti ma distinti; anche se intrecciati nelle trame dei sei piccoli racconti che Giovanni Buzi ci offre.
Alcuni, è vero, paiono mal sopportare di restare confinati aldilà del bordo delle pagine. Il blu, il ghiaccio, i fruscii...paiono lottare per sfuggire dalle righe, per prendere corpo nei pensieri di chi legge, nella sua immaginazione.
Bisogna chiarirlo subito: non è “cosa” Buzi ci racconta che colpisce, ma “come” lo racconta. Il titolo, azzeccatissimo, anticipa lo spirito di ogni racconto. Ognuno, costruito su trama esile, ma non banale, gode di un’invidiabile immediatezza nel mostrare al lettore immagini vivide, nel fornirgli sensazioni, nel portarlo fino all’ultima riga in modo deciso, ma privo di frenesia, spingendolo, a volte, a rileggere qualche passo, talmente riuscito da risultare troppo intenso per essere afferrato con un solo passaggio dell’occhio.
Alchimie riuscite, dunque, in cui non prevale mai una solo tinta, ma è il chiaroscuro a impregnare e caratterizzare ogni pagina. Vi sono immagini dolcissime, seguite da scene d’orrore o di raccapriccio, rincorse a loro volta d’altre tenerezze. Miele e fiele mescolati, ma ancora distinguibili, sempre screziati di soprannaturale.
Sicuramente, viste le diverse ambientazioni e i differenti stili utilizzati, non tutti i racconti riceveranno lo stesso giudizio, ogni lettore ne preferirà alcuni, piuttosto che altri. È superfluo, quindi, fornire una sinossi di ognuno, ed è rischioso avventurarsi in una segnalazione riguardo al racconto meglio riuscito (anche se il brano di apertura, forse, ha una marcia in più).
Da segnalare, oltre al tascabilissimo formato offerto dalla collana “carta da visita” e all’originale immagine di copertina, l’ottima presentazione di Gianfranco Nerozzi che, azzardo, si potrebbe leggere per ultima, interpretandola come una conclusione, piuttosto che un’introduzione. Bastano poche righe e le parole di Buzi si presentano da sole.
Alchimie d'amore e di morte
pagg. 62 - € 5.00
Edizioni Tabula Fati

martedì 26 giugno 2007

Verdena - Requiem (2007)


Alzi la mano chi non si ricorda Valvonauta? Ecco, voi con la mano alzata, via da queste righe e andate subito a recuperare “Verdena”, il primo album del 1999, e poi tornate. Gli altri invece possono restare a parlare di questo quarto album, Requiem.
Confesso che è un bel po’ che lo sto ascoltando, e all’inizio non è stato facile. E confesso anche che li ho un po’ abbandonati nei due album precedenti. Mea culpa, ma non si può seguire tutto. Eppure degli artisti italici, ormai non più giovani, il trio composto dai fratelli Ferrari e da Roberta è tra le (poche) oneste certezze rock che abbiamo.
Me li ricordo tanti anni fa, proprio ai tempi di Valvonauta, quando sbavavo per quella canzone. Suonarono a Codroipo, concerto gratuito, tipo trenta o quaranta persone sparse qua e là e loro, 16-18enni, che suonavano pezzi come Viba, Ovunque, Dentro Sharon… Sono un ricordo limpido. Pareva quasi che le canzoni le conoscessi solo io, e forse era proprio così, o quasi.
Dicevo che ho fatto fatica con Requiem. Non è un album immediato. Ha bisogno di ascolti. E glieli ho concessi. E per tutti quelli che l’hanno ascoltato un po’ distrattamente, e magari l’hanno archiviato tra gli album senza capo né coda di un gruppo che si sta perdendo per strada, beh ecco, ripensateci.
Non spreco molte parole, quindi, anche perché chi l’album lo ha già “metabolizzato” ne conosce già il valore. Solo qualche considerazione.
Sempre nella logica di un disco onesto o meno, questo è onesto al 100%. Anche troppo. I Verdena, credo, hanno nelle corde la canzonetta radiofonica, se volessero scriverla, ma qui dentro non la troverete. Stanno seguendo un loro percorso, personale, che mescola l’eco dei Nirvana, degli Zeppelin, e di tutto l’altro rock che gli (e ci) piace. Requiem, come il titolo, è un disco oscuro, di atmosfere cupe, ma non tristi, ed è un disco ben prodotto. (Ricordiamoci che dal primo disco a questa parte i Verdena pubblicano per l’Universal).
C’è lo zampino di Mauro Pagani (non solo nella produzione), ci sono le citazioni (Pink Floyd-Non prendere l’acne Eugenio), ci sono rodhes, mellotron, pianoforte e harmonium. I testi sono i soliti testi naif e un po’ visionari di Alberto, con i suoi dittonghi finali, che sono ormai un marchio di fabbrica. Tra le curiosità c’è che il disco è stato pubblicato anche in Francia, Germania, Svizzera e Spagna. Le mie preferite sono Canos, Muori Delay (deliziosa), Angie, Non prendere l’acne Eugenio e Isacco nucleare (quest’ultime due fanno tornare molto vicino al primo disco, come sonorità e piglio). Che altro dire? Ascoltatelo!


Anno: 2007
Sito ufficiale: [url]www.verdena.com[/url]
Tracce:
  1. "Marty in the sky" - 0:23
  2. "Don Calisto" - 3:02
  3. "Non prendere l'acme, Eugenio" - 6:05
  4. "Angie" - 3:44
  5. "Aha" - 1:06
  6. "Isacco nucleare" - 4:18
  7. "Caños" - 3:43
  8. "Il Gulliver" - 11:54
  9. "Faro" - 0:47
  10. "Muori delay" - 2:42
  11. "Trovami un modo semplice per uscirne" - 3:34
  12. "Opanopono" - 1:50
  13. "Il caos strisciante" - 4:35

lunedì 25 giugno 2007

Il nero che fa tendenza di Formetta Cristiana ***

Come mai ho questo sconosciuto libro di questa (a me) sconosciuta autrice? Per un paio di motivi.
Tanto per cominciare perché la Clinamen Editrice è quella che ha pubblicato Polièsteri, una raccolta in cui figurava mio primo racconto (sia scritto, sia pubblicato) e, per questo motivo, non potrò che provare simpatia per tutti i libri di questa collana.
Secondo motivo, più valido credo, è perché il libro, come spesso accade a quelli di questa collana che hanno un po’ di anni sulle spalle, era fortemente scontato, e l’ho pagato due euro.
Terzo, perché il titolo e la seconda di copertina erano davvero intriganti e così quella zona dei miei neuroni che ho delegato all’acquisto di libri di cui non so nulla ha risolto un’equazione di questo genere:
costo2€ + titolocarino + paginesolo96 + copertinacuriosa + 2dadicopertinaaccattivante = acquistare!
E così ho acquistato, sia questo che un altro libro, di Gerry Turano. E pensare che ne ho ancora uno da leggere, e che mi sono deciso a leggere proprio in questi giorni.
Bene, tutto questo preambolo per dire: Cavoli! Che libro carino!
Da un esordiente con casa editrice piccola il rischio della mediocrità, sia nei contenuti che nell’editing, è sempre in agguato. Ed è una cosa piuttosto fastidiosa, per me, leggere qualcosa che dentro non ha un’idea e che e ti fa perdere tempo.
Ecco, il problema non si è posto con questo piccolo, adorabile, libro.
In una decina di racconti brevissimi, costruiti con frasi brevi e trame che paiono quasi dei fotogrammi che raccontano una storia, Cristiana Formetta riesce a descrivere uno degli umani sentimenti che più spaventano. Non la paura di morire, né quella del dolore. Il nocciolo di questa manciata di racconti è un altro. È l’oblio, la dimenticanza, la solitudine.
E non si può che concordare con le parole che descrivono il racconti come qualcosa “che farà male”, perché è proprio così. I racconti, nessuno escluso, sono come un colpo sordo e improvviso, sferrato senza preavviso, che ti toglie il fiato.
Li leggi d’un fiato e poi sei costretto a chiudere il libro, come se quella disperazione, quella paura di restare soli, o di esserlo da troppo tempo, ti urlasse in faccia dalle pagine. Ci vuole un attimo, prima di riprendere fiato e leggere il racconto successivo.
E il colore che li domina è il nero, ma non un nero fitto, oscuro, senza riflessi, bensì un nero che spesso è grigio scuro, e a volte è attraversato da riflessi bianchi. E sono tutti colori che provengono da personaggi reali.
Massaie uccise dalla vita d’ogni giorno e da un marito noioso, vittime che desiderano essere vittime, coniugi che non comunicano più o amanti che non l’ahnno mai fatto, piccole ambizioni, cellulari spenti, omicidi un po’ colposi e tanta folle, oscura, disperata, quotidianità.

giovedì 21 giugno 2007

Piccolo Francesco - Scrivere è un tic***






Questo libro è uscito un anno fa. Anzi, una sua nuova edizione è uscita un anno fa, ma il libro è molto più anziano.

è un libro che mi ha fatto simpatia subito, per almeno una manciata di motivi:

1) Tutti i libri della minimum fax mi fanno simpatia. Mi piace la casa editrice e cosa pubblica. Assieme alla Fanucci è la mia casa editrice preferita. (fra quelle a distribuzione nazionale, intendo)

2) Il titolo è geniale. O per lo meno molto simpatico.

3) Mi piaceva l'idea, che per raccontare i metodi degli scrittori, non ci si basasse su uno schema "manualistico", dicendo "si fa così e così", bensì su un'idea narrativa, del tipo, "tizio fa così, caio fa colà, Sempronio invece non fa nemmeno ma fa altro, ecc."

4) non costava tanto.

5) da buon scrittore scrivente e lettore leggente, mi interessava molto l'argomento



Lascio qui di seguito il commento che scrissi all'epoca e che confermo ancora.




Un libro piccolo, ma non un piccolo libro. Aldilà del facile gioco di parole e del titolo delizioso, la ristampa (1ª ed. 1994) di questo breve manuale per aspiranti scrittori è uno di quei tesori che, se capitano tra le mani al momento giusto, fanno venir voglia di cambiare qualcosa, alle vostre giornate. Il libro fornisce, in dieci utili “comandamenti”, le indicazioni per essere scrittori, piuttosto che tentare di esserlo, come afferma l’autore stesso in una ampia e piacevole nota introduttiva. Nelle 60 pagine scarse che costituiscono il corpo vero e proprio del volume si cerca di raccontare, attraverso un collage di testimonianze di autori affermati, il perché, dove, come e quando si scrive. L’autore de “Il tempo imperfetto” e “Storie di primogeniti e figli unici” ci offre un lavoro di “copia e incolla” che non solo accontenta l’aspirante scrittore, ma anche chi è incuriosito dalla figura dell’autore e dalle sue manie, oltre che dai libri che egli scrive. Le numerose citazioni sono cucite sapientemente in un unico filo logico e la struttura “a decalogo” offre una naturale tentazione alla riflessione, dopo ogni mini-capitolo. Un piccolo libro, dunque, che può indurre all’acquisto di una penna nuova o a cambiare l’arredamento del proprio “habitat” da scrittore, ma che soprattutto ha il merito di regalarci determinazione nella sfida ad essere anche noi, un giorno non lontano, scrittori.


pagine 118
euro 7,00
Minimum Fax

mercoledì 20 giugno 2007

L'ORRORE DIETRO L'ANGOLO - MAGNETICA EDIZIONI


Fresco fresco di pubblicazione, per tutti gli amanti del "genere", della buona letteratura e dei progetti ben riusciti, L'ORRORE DIETRO L'ANGOLO.


Direttamente ordinabile sul sito della Magnetica Edizioni


Racconti, 148 pagine formato Standard in brossura

Illustrazioni interne in bianconero



Titolo: L'Orrore dietro l'angolo
Autore: AAVV
ISBN: 978-88-89889-34-3
Prezzo: 10,00 €

Data di pubblicazione: giugno 2007
Genere: Racconti Horror

15 racconti per non dormire. Una raccolta che traccia l’attuale tendenza dell’Horror contemporaneo in Italia.


Racconti:

Nulla - Alberto Calorosi

Tra le gambe del tempo - Andrea Franco

Il pasto della lumaca - Andrea Cavaletto

Fiat Revenge - Sabrina Modesti

Le scarpe nuove - Alfredo Mogavero

I quadri di Sofia - Marco Crescimbeni

Occhi azzurri - Raffaele Serafini

Il nonno di Marco - Marco Cartello

Asualea - Francesco Donato

Zuppa di cicerchia - Marica Petrolati

Poggia, lacrime, sangue e terra - Simone Corà

E da lassù vi vedrò crescere - Simone Pera

Sotto la superficie - Simona Cremonini

Dormono nei boschi profondi - Maria Galella

Gemma dormiente - Luca Iaccarino

A presto su questi schermi la recensione. :)

martedì 19 giugno 2007

Sonic Youth - Rather Ripped (2006)


Sarò breve. Anzi brevissimo. Facciamo finta che io non so chi sono I Sonic Youth. Che non so che hanno più di 20 dischi alle spalle, non contando i solo di Thurston Moore. Faccio finta che non ho la più pallida idea dell’importanza musicale che la gioventù sonica ha avuto per il rock, grunge soprattutto. Faccio anche finta che non so che molti associano il nome Sonic Youth a un prodotto musicale di difficile fruizione. O comunque non certo una cosa da piazzare in autoradio il sabato sera gli amici discotecari.
Ecco. Facco finta tutto questo. E mi ascolto il disco. È già da un po’, che lo ascolto, a dire il vero. Qualche mese. Ma non facevo finta di tutte quelle cose che ho detto. Mi aspettavo dei Sonic Youth asprigni e complessi, a tratti più rumorosi che musicali. Sbagliavo.
In una cosa però non sbaglio: questo è un bel disco. Prendeteli come non li conosceste.
Rather ripped è un disco solare, allegro, luminoso. Un disco che ti fa pensare a più riprese: “cazz, però la chitarra è sempre la chitarra”
Perché ci sono queste due-tre chitarre sì. Quella di Moore e quella di Ranaldo, e anche della Gordon, che portano a spasso le canzoni. Ma le portano davvero in giro. Avete presente quei bastoncini che si accendono all’estremità e fanno scintille? Che al buio li ruoti di qua e di là e sono così gradevoli da guardare? Ecco, qui le chitarre fanno lo stesso con le canzoni.
E tutte. Ma dico tutte. Sono il connubio perfetto fra la musica che ti piace ascoltare, senza canti e senza rumori, e senza cantare, e la musica che puoi metterti in cuffia, per correre leggiadro, ma non piano, diciamo moderato. Spero di aver reso l’idea.
Poi che dire? Addentrarci negli aspetti più tecnici? Ma per favore, non me ne intendo abbastanza!
Meglio dire che le voci di Kim (in “what a wast” pare di sentire le Sleater Kinney) e Thurston si spartiscono le canzoni e sono quanto mai adatte a non rubare spazio ai suoni. Voci discrete e misurate. Quasi non mancano nelle parti del disco strumentali.
Da dire che dal 2005 manca O’Rourke, ai sintetizzatori, ma va bene così.
Da dire che hanno ritrovato gli strumenti che gli avevano rubato, per incidere questo disco.
Da dire anche che, aldilà di un tempo più o meno andante, in tutto il disco, non mancano tracce più cariche (sleepin around) o più intimiste (or)
Da dire che certo, non ci sono canzoni così catchy da essere pop, ma nennemo così ostiche da non essere pop-rock. Insomma, un bel lavoro. Piacevole. Niente salti e niente boccacce distorte, con questo disco. Semplicemente da ascoltare.
E secondo me ne vale la pena, senza fare troppo i sofisticati.
Certo. Ovviamente è anche questione di aspettative. Se vi aspettate un gruppo che rivoluzioni qualcosa, non sono certo loro (e non credo lo saranno mai più, ma nessuno glielo chiede) e non certo lo possono fare con questo disco.
Rather Ripped - 2006
  1. Reena
  2. Incinerate
  3. Do You Believe in Rapture
  4. Sleepin' Around
  5. What A Waste
  6. Jams Run Free
  7. Rats
  8. Turquoise Boy
  9. Lights Out
  10. The Neutral
  11. Pink Steam
  12. Or

Line up

Thurston Moore: chitarra, voce
Lee Ranaldo: chitarra, voce, organo
Kim Gordon: chitarra, basso, voce
Steve Shelley: batteria

lunedì 18 giugno 2007

Sotto le lune di Marte - Burroughs Edgar R. ***


pagine 128 -1000delle vecchie lire – Gruppo Newton

Ci sono due tipi di pigri. Quelli che si potrebbero chiamare “indolenti”. Che non fanno, non cominciano, non agiscono. E quelli, più frequenti, che pur essendo pigri si dedicano a mille cose, iniziative, attività. Per capirci, sono quelli che vanno a correre, hanno un sasso nella scarpa, e sono capaci di farsi una vescica grande come uovo al tegame, per non fermarsi a toglierlo. Io di solito appartengo a questa seconda categoria (le mie vesciche lo testimoniano). Ci sono cose, però, su cui rimango ancorato ai comportamenti dei pigri della prima categoria. Una di queste sono i libri di fantascienza.

Io, i libri di fantascienza, di solito non li comincio. Ricordo di aver letto qualcosa di Asimov, tanti tanti anni fa, e ricordo anche che mi era piaciuto. Ricordo addirittura di essermi appassionato, per qualche tempo, ai pianeti a all’astronomia. Però poi tutto è finito lì.

Sono pigro. E con la fantascienza non puoi permetterti di essere pigro. La fantascienza ti crea un mondo. Non è come la narrativa in genere, anche quella fantastica, che si muove su un mondo già visibile e stabile. Insomma, tutto sto preambolo per dire che quando ho cominciato a leggere questo mini libro super economico che alessandro di scheletri.com mi ha venduto a peso, non avevo realizzato in che cosa mi stavo imbarcando.

Ho lo stesso problema, tra l’altro, con il fantasy, ma siccome i fantasy non esistono più il problema non si pone.

Per fortuna è stato facile. Un viaggio breve, sia in pagine totali, sia in quelle impiegato per costruire Marte e i suoi popoli.

Di bello è che leggendo questo lavoro sono diventato più colto. Cosa ho imparato?

Eccovelo, per punti.

  • Burroughs Edgar R. è quello che ha scritto Tarzan, il signore delle scimmie, e io sono molto stupido e non lo sapevo. Per me l’unico Burroughs famoso era quello della beat generation
  • Questo libro ha salvato l’autore dal suicidio. Cito da Wikipedia: “Nel 1912, amareggiato e sull'orlo del suicidio a causa dei numerosi insuccessi professionali, realizza un romanzo d'avventura di genere gantascientifico: Sotto le lune di Marte (Under the Moons of Mars). Neanche stavolta però l'autore è sicuro di sé, tanto che non firma il manoscritto col proprio nome, ma sceglie lo pseudonimo di Normal Bean ("Tipo Qualsiasi").Il romanzo, che costituisce il primo libro di una fortunata serie di ben undici volumi, narra le avventure vissute sul pianeta Marte dal capitano John Carter; serializzato in sei puntate sulla rivista All-Story, ottiene un successo immediato e, come detto, imprevisto da parte dell'autore.
  • Non ci vuole poi molto a scrivere di fantascienza. Per come ha fatto Edgar. Ha preso un cow-boy della Virginia, gli ha fatto fare una trasmigrazione del corpo e l’ha fatto finire su Marte. E da lì è partito a descrivere Marte e tutta l’Odissea di questo benedetto John Carter, e di quelli che su Marte sono i suoi superpoteri (coraggio, forza, lealtà, assenza di gravità, ecc.). Insomma, non ha spiegato un cazzo, ha scritto un inizio verosimile di una decina di pagine e poi è partito per la (sua) marziana tangente. Erano altri tempi, evidentemente. Ora l’avremmo massacrato per una tale dabbenaggine.
  • Edgar era mezzo analfabeta, e comunque poco scolarizzato. E a tratti si vede. Ma se si tiene conto che ha scritto un sacco di roba (una vagonata di Tarzan e altri due cicli di altra Fantascienza, oltre a questo che è il “Ciclo di Marte”), si capisce qualcosa del sogno americano (di uno scrittore). La fantasia gli è servita più della tecnica. Insomma, quand’è morto ha lasciato un patrimonio di oltre 10milioni di dollari (siamo nel 1950, eh).
  • È un libro storico, più che di intrattenimento. Sono contento di averlo letto. Veramente contento. Se dovessi dargli un voto gli darei sei, ma ha avuto un peso maggiore, per ciò che rappresenta e le riflessioni che ho fatto.
  • Una riflessione, tra le tante, è questa: con la fantascienza puoi criticare (come hanno fatto giù in milioni) il presente. La società in cui vivi. Creare mondi ti dà modo di creare mondi migliori (come a dire, ecco, così si dovrebbe fare) o anche mondi peggiori (come a dire, ecco, fate attenzione che non vi accada mai questo. Insomma, sono pigro, ma riconosco la fatica altrui. La fantascienza è ambiziosa. Se dovessi scrivere di fantascienza, sarei ambizioso, molto più di quanto non lo sia scrivendo ciò che scrivo ora.
  • Questo libro, in fin dei conti, attraverso storie d’amore e d’amicizia, esplora i temi della diversità delle razze, della lealtà, dell’amicizia e del “volemmose bbene”. Concetti stucchevoli ora, ma negli Stati Uniti e dei Kluxers del 1912, una alleanza tra uomini Verdi e uomini Rossi aveva decisamente tutto un altro significato.

Porca passera. Guarda qua quanta roba ho già scritto! E pensare che dovevo parlare solo del libro. Vabbè vi riporto il riassunto che potete trovare ovunque, e prendo la sinossi di Wikipedia: “John Carter giunge nelle sterminate pianure di Marte (che lì è chiamato Barsoom) popolate da numerose razze indigene piuttosto primitive, tutte estremamente pericolose, crudeli e perennemente in guerra tra di loro. In pochi anni John Carter, eccezionalmente bravo con la spada e dotato di un coraggio che sfiora l'incoscienza, diventa uno dei più importanti guerrieri di quel pianeta bellicoso anche nel nome.” Il tutto intrecciato a una epica storia d’amore con una principessa, aggiungo io

venerdì 15 giugno 2007

Negramaro o necroamaro? La necrosi dell'onestà musicale

Intendiamoci. Da questo disco non mi aspettavo certo del pop italiano raffinato e originale, magari con dei testi interessanti e non banali. Speravo però, che non si verificasse quel percorso involutivo che fin troppe volte coglie i fenomeni musicali nostrani, quando riescono a riempire l’heavy rotation con un disco.

Il singolo già la diceva lunga, con quella somiglianza fortissima (ed eccessiva) con “mentre tutto scorre” e quel falsetto e quel secondo di silenzio che se prima potevano essere gradevoli ed espressivi, ora sono decisamente irritanti.

E gli “stop and go”, il falsetto e il cantato querulo di Giuliano sono una costante di buona parte dell’album e se erano irritanti in una canzone, figuriamoci lungo tutto l’album.

Il fatto è che questione di onestà musicale, almeno secondo me. Se due album fa si veleggiava su un interessante rock italico, con spunti gradevoli e non del tutto scontati, sia nei testi che nelle canzoni, l’album della consacrazione al grande pubblico “Mentre tutto scorre” (con tanto di passaggio sanremese, video, apparizioni, interviste e soprattutto pompaggio da parte dell’etichetta con il caschetto dorato) è un lavoro furbetto quanto vogliamo, con canzoni iper-radiofoniche e arrangiamenti tondeggianti, però è un lavoro onesto. E quando dico onesto intendo un “onesto disco pop”, nel senso migliore del termine, cioè popolare. Tant’è, e non me ne vergogno, che è un disco che ho ascoltato volentieri e canticchiato altrettanto volentieri, e che nei testi aveva sempre una certa rotondità e gradevolezza.

E adesso?

Adesso sono irritanti. Ci sono canzoni che paiono la brutta copia della brutta copia di quelle del disco passato. Pare che per i testi abbiano pescato, al massimo, tra 500 parole (cielo, parole, immenso, fiore, cuore, amore, paure, ali, pensiero, mare, luna, testa, finestra, occhi, pelle, ecc.), per la struttura delle canzoni pare che la spontaneità si sia fatta mangiare dalla necessità di dare in pasto ai fan (o meglio, a quelli che hanno comprato il precedente disco, che non è la stessa cosa) qualcosa di simile alle canzoni precedenti. Ecco quindi che compare il lento con pianoforte e archi (la lagnosissima “quel posto che non c’è”).

Compare una fastidiosa pseudoelettronica con marcetta incorporata (“neanche il mare”). Compaiono archi qua e la che sembrano piazzati lì perché “ehi ma bisogna mettere strumenti nuovi” (mi sembra addirittura di aver sentito un sitar o qualcosa di simile!).

Compaiono le classiche chitarre classiche (“e ruberò per te la luna”)

Compaiono echi elettronici (via le mani dagli occhi) e insopportabili nenie per cuori infranti (Una volta tanto)

Aggiungiamoci anche il pezzo superpiacione con Jovanotti (e dove vai oggigiorno se non fai delle collaborazioni? Il feat. è imprescindibile, si sa)

Insomma, in certe canzoni, lo skip è in agguato già dopo pochi (pochissimi) ascolti e salvo la traccia di apertura, non so quante volte ancora riuscirò a far girare questo disco.

Dunque? Buttiamo la croce addosso a ‘sti poverini? Ma, insomma… Che ci siano le esigenze discografiche è risaputo e logico. Che si debba fare le canzoni in un certo modo, dopo un tale successo, era altrettanto risaputo e logico. Ma sinceramente, che ne esca un prodotto che suona così poco sincero e così vacuo, non è perdonabile. C’è qualcuno che nonostante il passaggio a una major e l’aumento di successo ha cambiato sì modo di fare musica (Baustelle, Perturbazioni…), ma mantenendo, o tentando di mantenere una onestà di fondo che qui è del tutto scomparsa. Noia e irritazione sono le prime due parole che mi vengono in mente. Poi piacerà e venderà, e qualche canzonetta (la distrazione, cade la pioggia, l’immenso…) forse ammorberanno l’heavy rotation. E i ragazzini canteranno…

Negramaro - La finestra (2007)

Tracklist

01. la distrazione
02.
giuliano poi sta male
03.
parlami d'amore
04.
un passo indietro
05.
l'immenso
06.
la finestra
07.
quel posto che non c'è
08.
neanche il mare
09.
e rubero' per te la luna
10.
cade la pioggia (feat. jovanotti
)
11.
via le mani dagli occhi
12.
una volta tanto (canzone per me)
13.
tu ricordati di me
14. e' cosi

giovedì 14 giugno 2007

Marilyn Manson - Eat me, Drink me (2007)



Intercettazione telefonica tra Marilyn Manson e Tim Sköld

Marilyn: Hi Tim, come vanno i lavori con quel fottuto nuovo album
Tim: quasi finito Marilyn…
M: guarda che mi chiamo Brian
T: Ah scusa Marilyn
M: chiamami Brian cazzo! O Mister Warner, se proprio non ti riesce!
T: Ok, ok, capo. Comunque ti dicevo che mi bastano un paio di giorni e puoi venire a registrare.
M: Ah, di già? Ma quand’è che deve uscire?
T: a giugno capo, non ti ricordi. Ci scade il contratto, e quelli della Interscope se non è pronto ci fanno un culo così
M: Che si fottano!
T: ehm…capo, vuol dire che non ci pagano più
M: Non me ne frega un cazzz! Ho altri problemi io! Ho perso la lente a contatto nel lavandino e Dita continua a mandarmi mms porno perché ci vuole riprovare! E chi sono?! Il buon samaritano?! Dicevi che devo venire a registrare?
T: Non ancora capo, tra un paio di giorni. Tu hai scritto i testi?
M: Uh cazzus! I testi! Mi ero dimenticato! Tranquillo, dai, tra un paio di giorni son pronti.
T: Ma hai ascoltato i demo almeno? Quelli con la versione pre mixaggio che ti ho mandato?
M: il demo si, si, tranquillo, col demonio non ci sono problemi, si combina, si combina. Piuttosto, non mi puoi far sentire qualcosa?
T: beh, veramente…sui demo…ok ho capito, ti mando un po’ di mms con le canzoni e tu mi dici se ti piacciono. Ok?
M: Ok, dai, manda manda, ma su questo numero che sull’altro c’ho Dita che continua a chiamare. Intanto io cerco la lente a contatto. Mi è caduta dentro il cesto dei fermagli per capelli…porca merda!
Tim invia “If I was a Vampire”
M: Ehilà che figata questa! Bella bella, ho già il testo in mente! Aspetta che lo butto giù: love kill xmas vampire pain hole face god hell e poi cercherò di dire un due fuck che sennò non mi mettono nemmeno il bollino del “parental advisory”. Mi metti l’effetto “satana” nella voce vero?
T: certo capo, conosco solo quello.
M: e poi fai anche quella chitarrina che sai fare tu, quella che fa gniugnau?
T: certo capo, chitarrina gniugnau
M: ma non è che poi dicono che assomiglia alle altre canzoni?
T: Ehm, capo, veramente si assomigliano un po’ tutte…
M: Vabbè allora che cazzo me le mandi a fare le altre. Basta questa dai, comincio a scriverti i testi e dopodomani vengo a registrare. Sempre se trovo la lente a contatto.
T: Marilyn, ma sei sicuro che non vuoi sentire le altre? Ce n’è un paio che mi sono venute bene.
M. Vabbè guarda, manda su, che oggi non mi passa un cazzo.
Tim invia il singolo “Heart-Shaped Glasses (When the Heart Guides the Hand)”
M: figata! Questa è ancora meglio di quella di prima! facciamo il video di questa vero? E mi metti anche l’effetto quello che mi piace tanto tipo “eco acido” vero?
T: si capo, ho già parlato coi produttori. Pensavamo a un video diverso, di shockare tutti con te che non sei più satanico e fai la persona normale, tipo in ufficio a far fotocopie o cose così. Che dici?
M: manco per la pippa di braccio di Ferro! Ho comprato un completino D&G nero di pelle e lo devo usare. Non se ne parla! Altro?
Tim invia anche “Evidence” e “Mutilations…” e “You and Me and the Devil Makes 3” e Marilyn, preso a far colazione con una strana polverina che dice servirgli per il raffreddore, rimane estasiato.
M: Sti cazzi Tim, stavolta sei stato grande! Sto album spacca di brutto.
T: Beh, capo, veramente è sempre la solita minestra. Ho cercato di essere originale. Sono mesi che lavoro senza quasi dormire. Ma sai, con i veti che mi hai posto non è mica facile. Sei proprio sicuro che non posso cambiare un po’?
M: tipo cambiare come?
T: un po’ di elettronica più solare?
M: no!
T: cambiare l’effetto “Satana” alla tua voce?
M: no!
T: qualche traccia acustica?
M: no! No! no!
T: nemmeno cambiare il timbro alla chitarra? Un suono un po’…insomma diverso?
M: non se ne parla nemmeno! Per chi mi hai preso, per un cantante?! Sono l’anticristo, il gruppo è mio e si fa quel che dico io, sennò finisci su una strada!
T: Ok capo, come non detto. Ci si vede per registrare allora.
M: Facciamo tra una settimana va, che mi devo depilare.
T: ok capo, ma ricordati i testi, mi raccomando.
M: Mi ricordo, per chi mi hai preso, per un vecchio rimbambito!?
T: ok, capo, torno a mixare. Ciao
M:ciao

Riassumendo. Aldilà del personaggio Marilyn Manson, che mi fa sempre simpatia, il disco è fatto di poco. I suoni sono i soliti, gli effetti elettronici e vocali anche. I testi e la presenza del Reverendo anche. Per ciò che riguarda il disco ci sono 4-5 canzoni che si ascoltano con piacere e, pur essendo “niente di che” ti catturano per qualche ascolto (e poi svaniscono). Il singolo è un singolo discreto, con un buon tiro e che venderà discretamento. Il resto è la solita fuffa riempialbum che non dice molto e a tratti annoia. Su myspace potete ascoltarvi sia il singolo che “if I was your vampire” (secondo singolo). La mia preferita è “Evidence”, per una chitarra che è facilotta, ma gradevole. Insomma, un disco mediocre che però a tratti è ascoltabile, e se non lo si prende troppo sul serio, diverte.

Tracce:

1. If I Was Your Vampire
2. Putting Holes In Happiness
3. The Red Carpet Grave
4. They Said That Hell's Not Hot
5. Just a Car Crash Away
6. Heart-Shaped Glasses (When the Heart Guides the Hand)
7. Evidence
8. Are You the Rabbit?
9. Mutilation is the Most Sincere Form of Flattery
10. You and Me and the Devil Makes 3
11. Eat Me, Drink Me

Marilyn Manson - voce, percussioni, testi, produzione
Tim Sköld - chitarre, basso, tastiere, programming, produzione

mercoledì 13 giugno 2007

Orchidea di Alessandro Maiucchi ***-


pagine 134 - euro 12.50
Edizioni Traccediverse

Sono un po’ titubante a dire due parole su Orchidea, del buon AlexMai che se sta leggendo saluto. Titubante perché o sarò che io mi aspettavo di più, o sarà che l’ho cominciato con la luna storta, fatto sta che all’inizio la scrittura non mi ha catturato. So cos’è stato che mi ha fatto storcere il naso, e so benissimo, peraltro che esistono tutte le attenuanti per questo difetto.
Il difetto è lo scrivere con la “voce altrui”. Troppe espressioni e troppe frasi erano vicine a espressioni e frasi che “si dicono” o che parevano influenzate da altre letture e altre voci. Fin qui nulla di male, perché credo sia una tara che ogni esordiente deve scontare (io stesso continuo a pensare, ogni volta che leggo qualcosa di mio vecchio di un paio di mesi: “ecco, così questa frase non la riscriverei mai”). Ciò che ha accentuato questo fatto è stata poi l’ambientazione, che, anche se giustificata dal soggiorno negli USA dell’autore, rimane un’ambientazione descrita in modo asettico e freddo. E non poteva essere altrimenti, direi, visto che mi pare ovvio sia un’estrema difficoltà ambientare una storia in un contesto “estraneo”. Ad ogni modo, la concomitanza di questi due fattori mi ha reso la lettura impervia, all’inizio. Non dico come scorrevolezza, che rimane sempre buona, bensì come domande che bussano al cervello dicendo che alcune scene sono inversosimili, o comunque, sanno di lontano.
Ci devo aggiungere, poi, prima di passare alle note positive, il fatto che, con un minimo di acume, si capisce subito chi potrebbe essere il colpevole, e il fatto che sia poi, alla fine, proprio quello, tradisce un po’ il lettore.
Di positivo ci sono, invece, varie cose. La più importante è che il libro è corso via veloce, tra le dita e sotto gli occhi. I capitoletti brevi e l’intrecciarsi sapiente, e mai confuso, di trama e personaggi, li fa incontrare e operare a uno a uno, senza ingorghi o tamponamenti. Concedendo la (disgraziata) creazione di un protagonista che fa lo scrittore (vedi le poche righe su Brian Keene su Necro per capire perchè disgraziata, nel senso di ingenua, scelta) si può dire che gli altri sono stati tratteggiati bene, senza eccessi e, anzi, mantenendo la loro dimensione reale.
Da sottolineare, poi la cura dell’editore che non ha lasciato spazio a errori grossolani di stampa o battitura e si è occupato egregiamente dell’aspetto estetico. (Tranne la copertina di Andrea Franco, credo).
Insomma, per farla breve, una lettura che alla fine, nonostante lo svelarsi atteso dei fatti, qualche morte troppo fantasiosa e il classico finale, arriva alla sufficienza, anche se per essere qualcosa di davvero soddisfacente ci vuole ancora esperienza. Non me ne voglia l'autore.

martedì 12 giugno 2007

Necro - numero 2 ***

Premessa n° 1: io non sono un cultore dell’horror. Sono un appassionato. Mi piacciono le venature scure, le malinconie, i mostri, ma leggere e scrivere del mondo horror non è qualcosa che mi viene naturale. Mi viene facile Sono un appassionato, questo sì, ma mi sento più a mio agio con scenari diversi dall’orrore puro.

Premessa n° 2: io non vado mai al cinema e non guardo la tv. Se nel secondo caso è un vanto, per ciò che riguarda l’arte cinematografica è una gran colpa, lo so, ma non riesco a fare altrimenti.

Premessa n° 3: io non sono un lettore abituale di riviste, e nemmeno di fumetti.

“E allora perché cazzz ti sei abbonato a Necro?” Vi chiederete. Domanda sbagliata. La domanda corretta è: “E nonostante questo ti sei abbonato a Necro?”

“Si!”

Siamo al numero due, che mi è arrivato la settimana scorsa, (a proposito, senza gazzetta di Greyhill! :( ), e nello scorso week end ho deciso di leggerlo tutto, a partire dalla prima pagina, fino all’ultima, compresi i ringraziamenti e le note redazionali. Ebbene: mi ha proprio soddisfatto!

Soddisfatto a tal punto che me lo portavo dietro, a bere caffè e aperitivi, tra crucchi e fighetti, con la sua bella scritta gigante in copertina (che fa davvero figo). E siccome mi ha soddisfatto, ed è una rivista neonata, che può solo migliorare, mi sento di spendere qualche parole al riguardo.

Andiamo per punti:

  • Bella copertina, tanto per cominciare.
  • Mi sono letto con piacere gli articoli su Grindhouse, Spiderman3 e Le colline hanno gli occhi. Ottimi. (il fatto che io non sia un cinefilo non significa che non conosca il cinema e non voglia conoscerlo).
  • Ottima, ma veramente ottima, l’abitudine di affiancare un racconto di uno scrittore emergente nostrano (claudia salvatori, in questo caso) con uno affermato e straniero. Già mi era piaciuto tantissimo il racconto di Brian Keene sul numero 1. cosa che si è ripetuta con il racconto di Tim Lebbon su questo numero. Se ci aggiungiamo che prima di leggere Necro non sapevo chi fossero questi due individui, beh, diciamo che la rivista mi ha fatto raggiungere uno degli obiettivi che io mi pongo nella vita: imparare cose. Da buon scrittore in erba, non nego che questa è la parte che gradisco di più.
  • Ovviamente ho gradito i due articoli su Lovecraft, che mi hanno fatto venire voglia di andare a rileggerli, ora che forse li apprezzerei ancora di più
  • Interessante l’intervista a Edera, voce dei Domina Noctis e forse ancora di più quella di Luca di Fulvio, personaggio apprezzabile e gradevole.
  • Sempre gradite le recensioni di libri e dischi. Quelle non sono mai abbastanza.
  • Graditissimo, almeno per me, l’articolo su Paola Sala e i suoi inquieti e inquietanti quadri.
  • Curiosi e godibili i necrothoughs e i necromisteri.
Insomma, che dire. Per essere un semplice appassionato, mi sono goduto il 95 per cento della rivista. (Non vado pazzo per i fumetti, ma sono “professional” e questo è quello che conta. Non essendo un esperto non posso giudicarli). Per chiuderla in bellezza posso anche dire che se il mix di bianconero-colori, sembrava inizialmente un po’ buttato lì, adesso comincia ad acquisire un senso e a diventare stile (si fa di necessità virtù, insomma). Direi, e parlo ai dubbiosi, quelli che “ma… si… beh… potrei…”, insomma a voi lì che la pigrizia vi rosica le scarpe e i calzini. Ecco, proprio voi, cliccate qui e abbonatevi.

lunedì 11 giugno 2007

In fondo alla palude di Joe R. Lansdale ****

pagine 319 - € 7,90
Edizioni: Fanucci
Collana: tif

Premessa: leggere un Lansdale significa, per quanto mi riguarda, sapere già che aspettarmi. Volermi prendere una pausa da altre lettura. Senza pensieri, senza rischi di un libro mediocre o troppo impegnativo, senza il rischio di annoiarmi. E' un po' come staccare la spina. Ne ho ancora un 5-6 da leggere, uno in più ora che ho saputo che hanno ristampato anche Mucho Mojo. Me li centellinerò durante l'estate, credo, e parte dell'inverno. Un Lansdale ogni 4-5 altri libri, quasi come lo zuccherino per il mulo. E lo so, cari detrattaori, avete ragione. Ragione su tutta la linea. Tutti i difetti a cui state pensando, tutte le critiche. Ecco si, sono d'accordo su tutto. E sapete che vi dico? Me ne frego! E' un po' come, facendo un paragone azzardato, essere dei fan di Madonna. E' pop, certo. Ma è Lansdale!
Quindi diciamolo subito: questo libro non ha niente di speciale. È semplicemente una scura, tenera, emozionante storia. Lansdale si traveste da nonno Harry, ci fa sedere sulle sue ginocchia, e fra una parola di rimpianto e una di malinconia, ci ammalia con il suo modo di raccontare. Ci racconta dei bei tempi andati, di quando era bambino, quasi adolescente, e passava le giornate nei verdi boschi del Texas, assieme alla sorellina Tom. E noi, lettori sognanti, torniamo bambini assieme alle sue parole, riviviamo la spensieratezza di quando ancora non eravamo adolescenti, di quando le vacanze estive erano un interminabile, caldissimo, periodo di festa. Riuscirà a farvi sospirare, se avete più di trent’anni e se avete perso quello spirito da Peter Pan.
Non è un thriller, come dice il doveroso commento di Ammaniti in seconda di copertina. A voler essere appena appena attenti, si riesce a scoprire il colpevole già a un terzo di libro. Ma non è questo che conta. La suspense è un di più, uno strumento che spinge a leggere, capitolo dopo capitolo, senza voler smettere. E non ci si aspetti meraviglie narrative, scrittura sopraffina o intrecci complicati. Questa è una storia, come ce la racconterebbe il nonno, con i suoi abbellimenti, le sue pause, la sua personale visione delle cose. Ma a differenza del nonno qui, a un certo punto, entra in gioco l’effetto Lansdale. Di solito capita quando mancano all’incirca un centinaio di pagine: si volta una certa pagina, chiamiamola "pagina x", e ci si rende conto che non sarà più possibile smettere di leggere, fino alla fine.P
oi se vogliamo essere sinceri, in questo libro ci sono tutti i temi dei romanzi di formazione lansdaliani, con i propri pregi e difetti. Il tema perseverante del razzismo e dell’educazione, il tema della diversità, della morale, della natura amica-nemica. Li ritroviamo tutti, come acini appesi al raspo della narrazione. Non mancano le dissacranti metafore e i pestaggi, i momenti di pathos e quelli di tensione, e soprattutto non mancano i personaggi. L’uomo capra, i genitori, il cane e soprattutto la nonna di Harry, Root, la signorina Maggie, il vecchio Mose. Sono tutte figure che restano addosso e se sono un cliché è perché è stato proprio il vecchio Joe R. a crearli.
Sulla trama poco da dire: i due protagonisti, Harry e Tom, vivono un’estate indimenticabile in cui cercano di scoprire l’identità del serial killer che uccide e sevizia orribilmente alcune donne. Un libro semplice, ideale per far leggere un adolescente, e che piacerà molto a chi ha gradito “La sottile linea scura” e forse un po’ meno agli amanti del Lansdale più dissacrante e splatter. In ogni caso una prova riuscita.

venerdì 8 giugno 2007

Perturbazione - Pianissimo Fortissimo (2007)


Mi capita raramente di pensare “Ehi, ma che bel disco!” durante il primo ascolto. Provate le due canzoni che si sentono su myspace, se non mi credete. Entrambe mi hanno fatto pensare che era un bel disco.

E infatti li trovate recensiti benissimo, i Perturbazione, per questo loro quinto album. Intendiamoci, questo è un disco pop, nel senso migliore del termine. Ed è un di questi dischi pop dove le recensioni sprecano parole tipo “raffinato” “pop d’autore” “mai banale” e via di questo passo.

Aldilà di queste misere parole, che poco convincono, a causa del loro abuso, ho notato un certo auspicio collettivo della critica musicale affinchè i Perturbazione possano diventare la “prossima grande cosa”.

In realtà, temo che non vedremo ancora il loro video e i loro singoli passare sulle heavy rotation radiofoniche e televisive: i Perturbazione, per fortuna, non sono dozzinali!

Cosa c’è di bello dunque, che potrebbe far uscire i perturbazione dalla loro nicchia? I testi, tanto per cominciare. Leggeri, non banali e delicati. Credo ci siano due modi di scrivere buoni testi musicali. Uno è quello che utilizza le parole facili, per esprimere i concetti difficili (Battiato, il Battiato di una volta, era un maestro, nel fare questo) l’altro modo è quello di usare parole difficili, per concetti semplici, allontanandosi dalla melodia (vedi i primi Marlene, tanto per capirci). I Perturbazione sono riusciti nel difficile compito di essere semplici, restare attaccati alle melodie, eppure proporre testi interessanti. Bravi, davvero bravi. Se poi ci aggiungete che la prima metà del disco è composto da melodie davvero accattivanti, che continui a canticchiare per tutto il giorno, beh, si riesce a capire perché il disco piace già al primo ascolto. Vale la pena, davvero ne vale la pena.

p.s. tra le curiosità segnalo la presenza di M. Agnelli in nel mio scrigno e la presenza del videoclip di “battiti per minuto” sul tubo.

TRACKLIST: 1. Un anno in più 2. Nel mio scrigno 3. Leggere parole 4. Battiti per minuto 5. Qualcuno si dimentica 6. Casa mia 7. On/off 8. Brautigan (giorni che finiscono) 9. Controfigurine 10. Giugno, dov’eri?

giovedì 7 giugno 2007

Korn - UNplugged (2007)


Il fatto è che quando si parla di unplugged, quelli lì di Mtv, col sottofondo di urletti sempre uguale e le candele accese qua e là per lo studio, non si può fare a meno di pensare ai Nirvana. È un riflesso condizionato, come cani di Pavlov, appena sentiamo la parola Unplugged, la mente costruisce l’immagine di Cobain, con quel golfino beige, bello da far paura (Cobain, non il golfino), che imbraccia la chitarra e canta come se ci facesse un regalo. E volenti o nolenti, vuoi perché l’Unplugged in New York era tra i primi, vuoi per il processo mito in fase di costruzione, vuoi perché era un bel disco e vuoi perché a tratti pareva più un testamento, che un disco. Ecco, vuoi per tutti questi motivi e per molti altri, i Nirvana hanno congelato la parola “unplugged”, l’anno segnata indelebilmente, come disegnare un anno zero e dire che tutto quel che viene dopo…. Beh, viene dopo!
È per questo che mi avvicino agli unplugged sempre con circospezione e, lo ammetto, con una sorta di pregiudizio latente. Così è stato per questo lavoro ruffiano e commerciale dei Korn, declinati e declinanti come il nu-metal e le chitarrone a mille corde. Ero scettico anche in questo caso, in cui la scaletta proponeva spunti interessanti e, in ogni caso, l’intrinseco controsenso di canzoni nate per la rabbia e mutate nei toni pastello che contraddistinguono le versioni acustiche.
Già dopo il primo ascolto la ruffianata del disco si è confermata: interventi di Amy Lee degli Evanescence e dei (udite udite) Cure, nonché una cover di Creep dei Radiohead e, naturalmente, la bella famigliola di tutti i successi (dei primi anni) della band.
Il fatto è che nonostante l’evidente operazione “anche noi abbiamo un cuore” e le canzonacce che si fanno canzonette, in cui il “pogo” si trasforma in un “muovi la testa di qua e di là”, ecco, nonostante questo, il disco lo sto ascoltando. Più di altre cose.
Alla fine mi fa piacere risentire con quell’eco acustica in canzoni ex-rabbiose come “twisted transistor”, “blind”, “coming undone” o “I got the life”. L’intervento di Amy Lee in “Freak on the leash” è davvero riuscito (anche più di quello di Robert Smith, sempre grandioso). Ovviamente, e non poteva essere altrimenti, faccio inevitabilmente skip sulla cover dei Radiohead. Una canzone così non la si può ri-cantare. Una canzone così è chiusa in una teca di cristallo di perfezione, e so chi l’ha generata può aprirla senza che si decomponga. Tutt’al più la si potrebbe stravolgere, questo sì. Ma rifare no, non era proprio il caso. Certe canzoni bisogna lasciarle perdere. (vero Patti Smith?)
Riassumendo, al di là, dello scomodo confronto nirvaniano, questo Unplugged è davvero un lavoro ben riuscito, piacevole, se colto nella sua essenza di nuova veste, per canzoni che ci erano piaciute. Magari un 7 non glielo darei, ma un sette meno meno meno… perché no.


1.
Blind
2. Hollow Life
3.
Freak on a Leash
4.
Falling Away From Me
5. Creep
6. Love Song
7.
Twisted Transistor
8.
Got the Life
9.
Coming Undone
10.
Make Me Bad/In Between Days
11. Throw Me Away
12. No One's There - Bonus Track
13. Thoughtless - Bonus Track

mercoledì 6 giugno 2007

AAVV - Bambini Cattivi ***

pagine 142 - € 8,00
Melquiades Edizioni

Ho approfittato di Alessandro e della sua vendita di libri a peso. E confesso che qualche remora l’ho avuta, visto la fatica che faccio a comprare i libri usati, solitamente. Mi piace di più leggere i libri nuovi, come se l’occhio che scorre le righe arrotondi le pagine e le renda meno incisive. So che è una cazzata, ma ognuno ha le sue fisse. Comunque se non fosse per il kilo di libri acquistato col cavolo che me la sarei procurata questa antologia. Quindi meglio così, anzi, meglissimo, per dirla alla Robin della Palazzolo.
Ma torniamo al libro, letto in un sabato piovoso, un po’ di righe sul divano e un po’ sul letto, un po’ di giorno e un po’ la notte.
Bambini Cattivi è una raccolta di racconti di autori orbitanti nel sito latelanera.com. racconti che fanno capo a due concorsi di narrativa “di genere” (horror, noir, ecc). I due concorsi in questione, che hanno da poco chiuso i battenti e pare che siano alla loro ultima edizione, sono il “666passi nel delirio” e il “NellaTela!”. Due concorsi che, con i limiti rispettivamente di 666parole e di 20000 caratteri, hanno originato due tipologie di racconto ben definite. Quelli brevi che si leggono in pochi minuti, d’impatto immediato, e quelli più lunghi che riescono ad avvolgere, a generare un climax più complesso e, anche se difficilmente possono essere interrotti, tendono a lasciare un po’ più di respiro.
Personalmente è stato come trovarmi in casa di amici, visto che buona parte degli autori erano nomi noti, sia a livello di scritti che di community. Il mio giudizio, quindi, potrebbe essere di parte, lo ammetto. Però non è così. A malincuore, infatti, devo ammettere di aver letto con più piacere questa raccolta, piuttosto che quella targata 2006, contenente i migliori racconti del “666”. Alcuni racconti sono prescindibili, certo, ma sono pochi ed è per lo più questione di gusti. La maggior parte dei lavori di “Bambini Cattivi” sono pezzi che conquistano e si lasciano ricordare. Scritti con cura, gestiti con un buon lavoro di editing e presentati con un più che discreto aspetto estetico (un plauso a GiòBuzi per la copertina).
Non mi dilungo sui singoli racconti, perché sarebbe un’ingiustizia per i lettori, visto la loro brevità. Premetto solo che si tratta temi eterogenei con stili eterogeni. Si passa dalle classiche streghe ai bruchi giganti, dai racconti lirico-gotico a quelli più votati allo humor nero, arrivando al brano più visionario, curato e d’impatto, quello di Elvezio Sciallis, che chiude la raccolta.
Personalmente, a parte Sciallis e “La signora della neve” di M. Guetti, ho gradito particolarmente Presenze (B. Massaro), Il custode delle ciabatte (S. Cremonini), Proserpina (G. Burello), appena un gradino sopra dei racconti di A. Franco, G. Agnoletti e S. Valbonesi. (e approfitto per salutare tutti i conosciuti).

martedì 5 giugno 2007

Sophia - Technology won't save us (2006)




Tracklist
1. Technology Won’t Save Us

2. Pace
3. Where Are You Now
4. Big City Rot
5. Twilight At The Hotel Moscow
6. Birds
7. Lost (She Believed In Angels...)
8. Weightless
9. P.1/P.2 (Cherry Trees And Debt Collectors)
10. Theme For The May Queen No. 3


Non sono il più indicato per pontificare sul bene o sul male di questo disco. Non ero e non sono un esperto di God Machine, ne conosco il precedente lavoro di Robin Proper Sheppard con i Sophia (People are like seasons).
Poche parole quindi, tutte da puro ascoltatore, senza tante menate.
A me ‘sto disco non dispiace. Per me e fatto di almeno tre anime. Una anima pop (la più riuscita) che è al tempo stesso sofisticata e gradevole, melodica e rilassante. Rischia di cadere nello stucchevole, lo ammetto, ma è tutta questione di momenti. Ascoltata in momenti diversi, canzoni come “Where are you now” o “Birds” possono piacere o risultare insopportabili (e forse anche il singolo “pace”). Ci sono poi tre brani strumentali che rappresentano un’anima più sopra le righe, quasi spocchiosa, direi. Non ho detto che non sia bella, dico solo che sono cose che forse, andrebbero lasciate fare ad altri. L’atmosfera che si crea, a mio avviso, è discreta, ma non abbastanza da sorreggere l’intera canzone. La terza anima, invece, è quando il buon Sheppard lascia a terra il fioretto e imbraccia la sciabola. Le chitarre si fanno sentire di più e l’elettronica inacidisce e si fa più aspra. Non si arriva al rock, questo no, ma la velocità fa sparire quel senso di leggerezza e ci si trova per le mani canzoni più vive, anche se meno espressive.
Comunque, l’amalgama complessivo è discreto, e il disco riesce davvero a farsi ascoltare con piacere. Certo è questione di luoghi e occasioni. Non è il disco d’auto, salvo che non sia un viaggio notturno e intimo, e non è un disco da corsa o da passeggio. È un disco per stare fermi ad ascoltare, magari scrivere, o leggere. Come sto facendo adesso. Tra le mie preferite, comunque, “Lost (she believed in angels)” e il singolo primo, che non mi dispiace per nulla. Da salvare sempre, invece, la voce di Sheppard, sempre garbata ed espressiva.
Una curiosità sul titolo, che nasce da una famiglia dispersa su un gommone in una tempesta che nonostante cellulare ed altri aggeggi tecnologici, non è riuscita a farsi salvare. Un titolo con venature di pessimismo, quindi, ma per un disco che vi assicuro, pessimista non è. Se proprio dovessi dargli un voto, tra il sei e mezzo e il settte, ma più verso il sette.

lunedì 4 giugno 2007

Sixta Pixta Rixa Xista di Elena Vesnaver ****



pagine 69 - euro 6.50
Magnetica Edizioni
Collana: streghe

Recensire un libro di un autore conosciuto, anche se per lo più via web, potrebbe essere difficile. Difficile se si crede che parlandone troppo bene si corra il rischio di essere poco credibili. Oppure difficile se si pensa che parlandone troppo male, l’autore legge, oppure non sta bene parlare male di uno non famoso ecc. ecc.
Se poi penso che questo bel libretto me l’ha autografato pure, la cara Elena, come fare a parlarne male.
Per fortuna il libro rende immuni da questi problemi. Per due motivi: primo, è delizioso, secondo, emoziona. E direi che davvero non è poco.
Le righe che seguono sono, come al solito, la recensione ben vestita, quella per Scheletri.com, mentre questi sono i pensieri più personali.
Dicevo che il libro è delizioso, e mentre lo leggi magari non te ne accorgi, ma una volta terminato, quando bene o male questa storia d’amore (e sia chiaro che a me le storie d’amore di solito non piacciono) ti ha coinvolto e fatto male, ecco, allora ci ripensi e ti accorgi di quant’era delizioso. Ripensi a Madalene, a Berto, al gjatut, a Nicolau, al prete, a li faliscjs e all’aria frizzante. Ripensi alla tristezza della crudele ignoranza che è semplicemente storia. Ripensi a cosa vuol dire scrivere con garbo. E per chi scrive, come me, capisci una volta in più cosa significa avere uno stile. Che può piacere o meno, ma che è uno stile. E tanto per chiacchierare, forse alcuni potrebbero chiamarlo spocchiosamente uno stile “lirico”, ma è una di quelle etichette, come minimale o barocco, che fanno pena, e non si adeguano a nulla. Io preferisco dire che è un libro garbato, di un garbo che emoziona e s’imprime. punto. Per l’acquisto, cliccate qui, e magari se aspettate qualche giorno, aggiungeteci anche il libro del “Premio Scheletri” di imminente pubblicazione.


Lo giri e rigiri in una mano, questo librettino magro e delicato. Lo giri e rigiri e non capisci come riesce a farsi sentire così tanto, dentro, dopo averlo letto. Con quelle poche pagine… quei pochi avvenimenti… quei pochi giorni narrati. “Ma come faranno a starci così tante emozioni, qui dentro?” Ti chiedi.
Eppure ci stanno. Ve l’assicuro.
In copertina la mano dell’autrice occhieggia, mostrando la croce di sorbo che Luzie, la protagonista, tiene al petto, come talismano e protezione. Lo si capisce solo leggendo, che cos’è quell’amuleto, che l’autrice, per la cronaca, porta ancora con sé, nel caos della borsetta. E anche per il titolo, impronunciabile e misterioso, bisogna affidarsi alla seconda di copertina: è l’inizio di un’antica formula per scacciare le streghe. Streghe vere, nostrane, antiche, genuine. Streghe come Luzie, che vive a Cormòns, un paese(llo) in provincia di Gorizia, nel XVII secolo, e che, come sua nonna, conosce i segreti della natura, comunica con le piante e gli animali. Che sia preparare pozioni o assistere a una nascita, curare un amore non corrisposto o generarne uno, scontrarsi bonariamente con il prete o accapigliarsi con il benandant, Luzie ha un posto ben preciso, nella quotidiana vita del paese. Ed è questa pace e quest’armonia che, cinque giorni avanti all’Epifania, viene spezzata da un ospite indesiderato. Un uomo di chiesa a cavallo di un destriero scuro e tumultuoso, un uomo altrettanto tenebroso e irrequieto: un inquisitore.
Da questo incontro, nasce la storia d’amore di cui si narra. E diciamolo subito: questo libro è e vuole essere una storia d’amore. Un’autentica, feroce e poetica storia d’amore. Un amore impossibile, certo, fatto di pochi gesti, di sguardi, di profumi, di cenni, e di un solo, unico, bacio.
E attraverso questo amore, mescolate e luminose, scorrono le passioni e i personaggi. La terra, innanzitutto. L’inverno, gli animali, il fuoco, la primavera, le erbe, il cielo, le stelle, il vento. E la gente subito dopo. Il prete, i nemici, gli amici, gli amanti, i ricchi, i poveri, i vecchi. Il paese, insomma. Così presente da lasciarsi vedere per intero, in così poche pagine. E ci sarebbe molto altro da dire. Soprattutto dopo aver assistito alla presentazione del libro. Ma a volte ci sono cose che si godono meglio non sapendole prime. Ci sono interpretazioni che è meglio lasciare al lettore.
Mi piacerebbe lasciare solo un'unica avvertenza. Questo è un libro denso, elegante e gentile. Si può leggere in un’ora, forse anche in mezza. Ma sarebbe come degustare il vino svuotando il calice tutto d’un fiato. Il vino va assaggiato e gustato a piccoli sorsi, soprattutto quello buono.

Lascio anche l'incipit, perchè rende l'idea:
Incipit
.Cinque all'Epifania

Luzie socchiuse gli occhi per difendersi dal sole infer­nale e per non perdere di vista le tre capre che brucavano con testarda determinazione, poi fischiò un richia­mo. Non aveva voglia di rincorrerle fino a chissà dove e quelle buone bestie si avvicinarono subito, continuando a masticare l'erba stenta e gelata che cresceva lungo il fiume.
La donna tirò un sassolino nell'acqua e la sottile cro­sta di ghiaccio si ruppe con uno schiocco leggero, Luzie si strinse di più nello scialle e appoggiò la fronte alle ginocchia magre. Se faceva freddo. L'inverno più fred­do da che era nata, forse il più freddo da sempre, chis­sà.
Il suono delle campane la riscosse, veloce e limpido nell'aria intirizzita e Luzie si accorse che era tardi, che doveva ancora fare quella cosa e doveva farla prima che venisse buio e in quella stagione, il buio, veniva sempre presto. Si alzò in piedi e sistemò bene lo scialle attorno al capo, i capelli corti non la proteggevano contro il vento che soffiava quel giorno e la infastidivano gli sguardi che la gente lanciava alla sua testa senza trecce.
Era successo due estati prima, quando si era presa i pidocchi e aveva deciso di tagliare i capelli per liberarse­ne in fretta. Alla fine le era piaciuto e non li aveva fatti più ricrescere, per la gioia e lo scandalo di tutto il paese. Anche il prete aveva provato a farla ragionare.

venerdì 1 giugno 2007

LeggerMente a San Daniele del Friuli (Ud) - 31 maggio 2007



Faccio un salto in libreria, sono in cassa e come al solito arraffo tutti i depliant che sbirciano dal bancone. Uno è in cartoncino, a forma di segnalibro (forse lo è?) e parla di “appuntamenti periodici di rEsistenza letteraria”. È per la sera stessa, a San Daniele, nella chiesa di Sant’Antonio. Ultimo appuntamento della stagione (la terza) di un qualcosa che fa capo ad un sito www.leggemente.it e che, a quanto pare, ogni ultimo giorno del mese.
Beh. Si può fare. Tardi come al solito fatico a trovare la chiesa e poi parcheggio. Mi segno mentalmente che devo tornare a fare un giro in bici per queste salite, questa estate, magari di strada verso il Tagliamento a Pinzano. Ma questo non c’entra. Il programma era ben chiaro: cinque lettori e cinque libri che saranno letti. È la classifica dei libri preferiti dai lettori del sito. Alcuni nomi dei lettori sono conosciuti, altri no. Alcuni nomi dei libri sono (molto) conosciuti, altri solo sentiti. Uno mai sentito.
Tanto per cominciare credevo di arrivare in una chiesetta mezza vuota con 30-40 intellettualoidi occhialuti e grigi che annuiscono compiaciuti. Entro invece in una chiesa suggestiva, per metà affrescatissima e per metà bianca, piena di sedie bianche di plastica da giardino, piene a loro volta di culi. Insomma, ci sarà più di un centinaio di persone. Un tipo in barba grigia sta leggendo qualcosa che all’inizio pare molto politico, ma subito muta in qualcosa di molto poetico e friulano. Non so chi sia, questo lettore, perché sul depliant è riportato “Ospite Misterioso”, e anche se fanno il suo nome un paio di volte, non lo ricordo.
Sta leggendo da “È Oriente” di Paolo Rumiz, libro che non conosco di un autore che non conosco. Parla dell'Europa orientale, ma qui si parla del terremoto, dei friulani, degli ultimi trent’anni, di dove va il mondo. Il tutto usando il ciclismo come similitudine perenne. Parole armoniche e molto belle. Mi ha dato l’idea di un libro che riesce ad essere colto, senza essere noioso; poetico, senza essere dolciastro. Bello davvero. Credo che prima o poi lo leggerò. E in ogni caso mi ha fatto venir voglia di tirar fuori la bici più che lo Zoncolan. Vi lascio la frase che è scritta sul mio segnalibro invito: “Non siamo ciclisti. Loro cercano la velocità, noi la lentezza. Ma se non siamo ciclisti che cosa siamo? Cicloturisti? Per carità. E allora? Resta una sola cosa, la più semplice: viaggiatori.”

Il secondo lettore è Giorgio Pascoli, che non conosco. Con l’accompagnamento di una ragazza che parla russa e una signora che legge in friulano, ci parla di Marina Cvetaeva. Una storia affascinante di una donna russa che ha vissuto nella prima metà del Novecento. Poetessa e scrittrice. Bella la storia della sua vita, bellissimo il pezzo di libro che han letto. Da “Il Diavolo” è stato descritta la scena che presenta, per l’appunto, il diavolo. Vi assicuro che era molto, ma molto simile al racconto che ho da poco scritto per “la fossa” di scheletri. Solo che era…molto più bello! Un libro che cercherò!

Il terzo lettore era Gigi Maieron, che ci leggeva un pezzo di Cent’anni di solitudine. Confesso di aver retto per metà, e poi di essermi addormentato di brutto. Mi ha svegliato l’applauso. Spero di non aver russato. Il problema non era Maieron, ma il fatto che quel libro è uno “state of mind”. Non puoi farlo assaggiare, devi immergerti. Leggerne un pezzo è violentarlo. Comunque Maieron è un grande. Songwriter di canzoni in dialetto ha imbracciato la chitarra e ci ha presentato una canzone del prossimo album che uscirà a settembre dopo 5-6 anni di silenzio. Che magia! Veramente un grande! Ora lo conosco, e se mi capita per le mani lo andrò a vedere di sicuro. Canzone davvero molto bella, a metà strada tra la villotta in formato canzone classico e la ballata da menestrello che vuole raccontarsi. Bello davvero.

Quarto lettore, che significa libro che si è piazzato al secondo posto in classifica, è Claudia Grimaz, di cui non conosco le doti canore, ma di cui ho apprezzato la lettura, limpida e squillante, particolarmente adatta al brano di Stefano Benni, tratto da “Il bar sotto il mare”. Premesso che Benni non è uno tra i miei autori preferiti, non perché non sia bravo, ma perché dopo il terzo libro cominciavo a trovarlo sempre uguale, devo dire che due ghignate me le sono fatte.

Ultimo è stato Pietro Spirito. Pietro Spirito è scrittore/giornalista triestino ed è colui che ha scritto “Le indemoniate di Verzegnis”, romanzo storico sociale che consiglio a chiunque. Spirito leggeva Carver. Cioè, Raymond Carver, il mito. Carver è qualcosa che se ti piace, ti entra sotto pelle. Chiamarlo minimalista mi infastidisce sempre, perché vorrei dire “perfezionista”, comunque pensavo che leggesse “Cattedrale” forse il racconto-manifesto carveriano. Invece no, ha letto qualcos’altro, di cui mi sfugge il titolo. In ogni modo un racconto del libro “cattedrale”. Molto Bello. Carver è carver, non poteva essere altrimenti.

Ad accompagnare le letture, a volte con sottofondo alla lettura, a volte con un brano proprio, un pianista: GlaucoVenier. Anche lui con prossimo disco in uscita, anche lui molto bravo, anche per una pippa musicale come me.
Insomma, non mi resta che linkare il sito di leggermente e aspettare la prossima stagione.

Da ieri credo di essermi affiliato a questa rEsistenza letteraria!