martedì 31 luglio 2007

L'anima e la carne - AAVV***


Sempre nell’ordine Magnetica di qualche settimana fa c’era anche questo librettino (era un ordine di librettini, e allora?) che ho letto quasi subito, sia per brevità, sia per scorrevolezza (e poi perché ho un debole per i librettini, lo confesso).
Ora che il libro è tornato, dopo essersi fatto un giretto in altri occhi, lascio due righe al riguardo e mi accorgo subito di una cosa: i libri non sono come i dischi, quando ne devi parlare (almeno per me).
Dei libri ne devo parlare subito, non dico i giorni dopo averli terminati, ma per lo meno entro 2-3settimane. Se non lo faccio comincio a perdere delle cose. Perdo sensazioni, inpressioni, molto di ciò che è attaccato alla trama anche se da essa slegato. E infatti si slega, in poco tempo. Ti resta il ricordo dell’emozione e dell’impressione, ma non è la stessa cosa. (esempio, io mi ricordo che Cent’anni di solitudine, On the road o Poe erano libri bellissimi, mentre li leggevo, e mi ricordo l’emozione che generavano. Però non ha tal punto da poterne parlare e poterla raccontare)
Ecco perché se qui parlo di qualche libro è perché l’ho appena letto.
I dischi no, invece. A volte si colgono meglio dopo un po’ di tempo, un po’ di ascolti o, anche, un po’ di non ascolti.
Comunque sto divagando. Parliamo del libro!
Sono tre racconti brevi, di tre autori diversi e sono contenuti nella collana della magnetica che si chiama “Premi Letterari”. Qui il concorso letterario in questione era quello omonimo del titolo, e come spiega Lorenzo Nicotra in una pittoresca (come font) e interessante (come contenuto) introduzione, i racconti sono frutto dell’indagine nell’eterno incontro/scontro tra queste due entità: quella carnale e quella spirituale.

Dico subito che i racconti mi sono piaciuti in crescendo. Purtroppo ho trovato piuttosto freddo e scontato, anche se stilisticamente elegante, il primo racconto. Interessante e vivace, anche se dà l’impressione di poter essere migliorato, il secondo. È trattato con un punto di vista e una prima persona originale il terzo racconto, in cui si parla dal punto di vista di pazienti in coma.
Tutto sommato una lettura gradevole, che però non lascia eccessivamente il segno (solo qualche immagine del terzo racconto mi ha colpito abbastanza da lasciarsi ricordare in modo vivido ancora adesso).
Lascio tre righe anche di sinossi, giusto per capire di che si tratta.
Nel primo racconto si utilizza il punto di vista fanciullesco e ancora ingenuo per indagare una storia di abbandono e morte che spesso sfocia nell’approccio poetico (poesia del quotidiano, non di quella fatta di rime e metrica eh). Nel secondo racconto ci si ritrova in un’epoca di zombi in cui i mostri mangia cervello non sono poi tanto stupidi, ma hanno conservato l’attività sessuale (e questa è l’idea più originale). Nel terzo si entra nel punto di vista di un ex-infermiere in come vegetativo che invece, come probabilmente gli altri degenti, percepisce a modo suo la realtà, vedendo le cose dall’interno come se gli occhi fossero due vetrine (idea non originalissima, anzi, ma ben gestita)
Ok, come al solito parlo troppo.
Ultima raccomandazione sul fatto che, in ogni caso si tratta di autori emergenti, e che qualche pecca d’ingenuità si può concedere. Nonostante questo sono tre racconti “onesti”.


Titolo: L’anima e la carne
Autori: Ventre P., Cremonini S., Daini M.
Casa editrice: Magnetica Edizioni
Pagg. 63
- € 5.00
Codice ISBN: 88-89889-13-6


lunedì 30 luglio 2007

Scrivere da italiano: un altro motivo per ritenermi fortunato


Seconda riflessione in pochi giorni, superficiale come sempre (nel senso di "messa giù così come viene"). L'ho fatto leggendo il libro di Lucarelli, che viene poco oltre, su queste pagine e che è ambientato un periodo fascista (1925).
La riflessione fa più o meno così: ma guarda tu che bene che gli è venuto questo libro e questa ambientazione storica...certo buona parte di questa "bellezza" è già scritta nelle pagine della storia...
certo, però bisogna avercela una storia, perchè è vero che la si può studiare, ma un conto è studiarla e un conto è averla...
... Ehi, ma allora, io che sono italiano di storia ne ho proprio un sacco! Che culo! Se fossi un giovane scrittore made in Usa che storia potevo scrivere? Tutt'al più arrivavo al western alle civiltà precolombiane e poco oltre!
Conclusione, riprendendo il discorso della bottega del pittore dell'altro post: non solo posso comprarmi un sacco di colori, ma "abito" a un tiro di schioppo da un sacco di paesaggi e orizzonti in cui, senza sforzo eccessivo, posso ambientare storie e pensieri.
Mi pare una bella cosa. :)

domenica 29 luglio 2007

Simone M. Navarra - due e-book


Tra i blog che seguo abbastanza regolarmente, di quelli linkati a fianco, c’è quello di Simone Maria Navarra, che già con quel doppio nome non so se devo invidiarlo o compatirlo. Ma a parte questo, Lo scrittore emergente, ha parecchie cose da farsi invidiare. Tanto per cominciare due: la gradevolezza del blog (sia come stile, sia come contenuti) e il modo assolutamente impeccabile con cui questo autore emergente persegue il suo obiettivo (emergere, per l’appunto).
Ora, gli invidio davvero la quantità di lavoro che dedica a questo e visto che, bene o male, uno emerge e dura se ha qualcosa da dire, sono sicuro che Simone M. Navarra (cazz come gli invidio la lettera puntata tra nome e cognome!) ce la farà.
Così sono riuscito, alla fine, a scaricare e leggere due dei suoi e-book, i più corti e i più vecchi, credo. Dico leggere e scaricare perché siccome il tempo è un preziosa risorsa di chiunque, e soprattutto di quelli che fanno sempre troppe cose come me, era possibile che continuassi a seguire il suo blog senza leggere mai nulla di suo. Invece questi li ho letti con piacere e tra un po’ sarà la volta del libro pubblicato su lulu. Ma tra un po’, però.
Tornando ai due e-book, sono Il cubo e La catena, file in pdf molto leggere e pieni di banner (interessantissimo il secondo per l’iniziativa umanitaria e un po’ piaciona collegata).
A me è piaciuto più il secondo, ma anche il cubo si basava su un’idea molto carina. Insomma, se siete in ufficio e non vi passa un cazz e volete leggere qualcosa che duri 15, max 20 minuti, con un inizio e una fine, vi consiglio caldamente questi due librettini digitali.
Bene, post domenicale breve, ma interessante, e un saluto all’autore se passa da queste parti.

venerdì 27 luglio 2007

Chiedi alla polvere di John Fante ***


"Disincanto" è la parola che continua a venirmi in mente dopo aver letto l'oper più famosa (se non altro perchè c'è il film, credo) di John Fante.
Ed è il disincanto di Arturo Dominic Bandini, protagonista del romanzo, che permea ogni pagina di questo libro, la cosa che più mi è rimasta addosso. E' un libro che vale la pena di leggere se lo sapete cogliere nella chiave giusta e se lo si legge senza eccessiva superficialità In caso contrario lo si potrebbe trovare anche una "cagata".
E a questo proposito bisogna assolutamente spendere due parole sull'introduzione di Alessandro Baricco, presente in questa versione della Einaudi.
Innanzitutto non fatevi traviare dal fatto che ci sia Baricco a introdurre il libro. Se siete di quelli che non lo reggono e lo trovano saccente, borioso e paraculo saltate tranquillamente l'introduzione e leggetivi il libro, che con il Baricco style non c'entra una mazza.
Se invece ritenete di avere un minimo di spirito critico e riuscire a godervi il libro anche in presenza di una copiosa e riuscita introduzione, allora leggetala, ma sappiate che è un arma a doppio taglio: da un lato vi permette di godere alcuni aspetti del libro che forse vi sarebbero sfuggiti (e questo è bene), dall'altro vi danno una chiave di lettura dalla quale non riuscirete più a staccarvi.
Intendiamoci, è un'ottima chiave di lettura, ma se non volete essere influenzati, anche a rischio di godervi di meno il libro, allora saltatela.
Però attenzione che le parole più incisive di questa introduzione sono riportate nella seconda di copertina, e sono anche le parole che meglio descrivono il libro, quindi le utilizzo come sinossi e ve le riporto:
«Chiedi alla polvere è un romanzo costruito su tre storie. Prima: un ventenne sogna di diventare uno scrittore e in effetti lo diventa. Seconda: un ventenne cattolico cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico. Terza: un ventenne italoamericano si innamora di una ragazza ispano-americana e cerca di sposarla.
Il tutto a bagno nella California.
Immaginate di fondere le tre storie facendo convergere i tre ventenni (lo scrittore, il cattolico, l'italoamericano innamorato) in un unico ventenne e otterrete Arturo Bandini. Fatelo muovere e otterrete Chiedi alla polvere. Ammesso, naturalmente, che abbiate un talento bestiale».

Chiusa la parentesi introduzione, parliamo del libro.
Innanzitutto, se considerate che è stato scritto nel '39 ed è ambientato pochi anni prima, in piena Los Angeles, beh, bisogna riconoscere a Fante la qualità/ingenuità di aver evitato completamente (o appena appena sfiorato) due mondi con i quali credo fosse difficile essere indifferenti: la criminalità californiana degli anni '30 e il secondo conflitto mondiale nel quale gli USA avrebbero giocato un ruolo da protagonista. Fante li vede, li dribbla e parla d'altro.
Parla di Bandini e del suo essere ingenuo scrittore, del suo non conoscere il mondo che lo circonda e del suo trasformare tutto in scrittura. Bandini patisce la fame, è meschino, scopa, sperpera denaro, fuma, rischia di morire, si innamora, fa figure di merda, si dispera, gioisce, fa cazzate e tutto, tutto viene trasformato e filtrato in scrittura. Sono tutte pagine scritte mentre sono vissute.
Bandini è ingenuo: non sa, non conosce, ha sete e fame di tutto, ma allo stesso tempo è spaventato da tutto. La sua visione delle cose è a tratti irritante. Ti fa venir voglia di entrare nel libro e prenderlo a sberle. I suoi comportamenti sono anche più irritanti. Subito dopo, però, quel suo essere "buono" ti riempie di tenerezza.
Qualche esempio che vi dipinga Bandini?
Immaginatelo lui, italo americano dalla carnagione scura, che insulta una messicana per motivi razziali. Immaginatelo che se la vuole trombare e non ce la fa perchè è talmente bella che è troppo preso a pensare a cosa riuscirà a cavare da questa bellezza per i suoi libri, immaginatelo che prova per giorni la sua firma per poterla apporre sul contratto che gli manderà l'editore...e via di questo passo.
Insomma, il personaggio Arturo Bandini, grande scrittore, è uno di quelli che ti restano dentro. che te lo ricordo dopo anni. E questo è già un buon motivo per leggere il libro.
Un altro buon motivo sono gli altri personaggi. Lasciamo pure da parte Camilla, la donna di cui Bandini s'innamora, che nel corso delle pagine diventa presente e importante quasi quanto il protagonista. Vi segnalo piuttosto i comprimari di lusso. Gente come il vicino di stanza di Baldini, ubriacone e mangiabistecche che vi regalerà una scena da urlo; oppure l'invisibile editore di Baldini, che attraverso il contrasto tra i milioni di parole che riceve e le poche decine con cui gli risponde diventa una figura presente e tangibile. Ma ancora Sammy o Vera Rivken, che saranno ben più che comprimari del protagonista.
C'è poi la parte narrativa e la questione stile. Fante usa almeno tre registri che corrispondono agli stati d'animo di Bandini. Il Bandini riflessivo diventa poetico, forbito, descrittivo e quasi noioso. Il baldini triste/deluso o normale diventa un raccontatore coi fiocchi, che snocciola immagini e vicende con parole semplici e dirette, dialoghi brevi. C'è infine il Bandini entusiasta/esaltato fatto tutto di esclamazioni e frasi brevi, che si dimenticano i verbi e la musicalità. In percentuale 10%-70%-20%.
Credo di aver detto anche troppo, sul libro, soprattutto tenuto conto del fatto che è un libro abbastanza breve. non fatevi ingannare dallo spessore perchè le pagine sono 209. le prime 40 sono spese in introduzione e biografia di Fante, le ultime sono un prologo del libro in cui praticamente si raccontava troppo e che è stato sapientemente messo alla fine.
Basta, ho parlato anche troppo. Ah, su libreriauniversitaria.it o su bol.it credo il libro costi sui 6€ o giù di lì.

Titolo: Chiedi alla polvere
Autore: John Fante
Edizione: Einaudi - stile libero
Pagg. 5231 - € 9.50
ISBN:978-88-06-16805-6

giovedì 26 luglio 2007

Scrivere in italiano: un motivo per ritenermi fortunato


Quelle che segue è una riflessione molto leggera e molto superficiale (nel senso che è un pensiero scritto così, come mi è venuto), da scrittore in erba, o comunque da persona che scrive ogni giorno, o quasi.

La riflessione è semplice. L'avranno fatta tutti chi più e chi meno. In qualità di lettore è una banalità, ma in qualità di scrittore forse è meno banale.
Mi è capitato di far tradurre in inglese un mio racconto, di recente. (che trovate sul blog di myspace linkato a lato, assieme alla versione italiana)
E mi è capitato di leggere la traduzione e pensare se le frasi tradotte, per come le percepivo io, erano quello che volevo realmente dire o meno.
E mi è capitato, come una folgorazione, di essere fortunato ad essere "italiano" e a pensare che l'italiano, miseriaccia, ma è proprio bello!
Io nel racconto volevo dire rosso, ma ho detto vermiglio, cremisi, porpora, rossiccio, rossastro..e avrei potuto dire carminio o magenta o parlare di rossore e via dicendo. Poi traduci e ne esce che no, è meglio dire red o giù di lì perchè questo termine non esiste, quest'altro vuol dire un'altra cosa, quest'altro non si usa più, ecc ecc. Insomma: per voler far pensare una cosa dovevo dire una cosa che non volevo dire. Chiaro no?
Così ho capito una cosa che da lettore sapevo già. Da lettore so che se leggo calvino, e leggo una sua frase perfetta, allora so che Calvino voleva usare quella frase, con quelle parole precise, con quelle virgole e tutto il resto...
Ma se leggo un autore straniero, allora so che per quanto sia stato bravo il traduttore, a meno che lo straniero in questione non scriva direttamente in italiano, la frase che io ritengo perfetta non lo è. O per lo meno è una perfezione imperfetta, perchè sarà, in ogni caso, per piccola o grande parte, modificata e filtrata dalla barriera linguistica.
E fin qui è una banalità, perchè la vedo da lettore.
Ma se la vedo da scrittore, la barriera diventa un pò più alta, perchè la lingua di cui dispongo è una, la mia lingua madre o del paese in cui vivo da parecchio, ed è in quella lingua che mi posso esprimere. E vedendola in quest'ottica dico solo che sono contento che questa sia l'italiano.
E' un po' come essere un pittore e andare a comprare i colori in negozio: gli italiani sono pittori ricchi, che si possono permettere un sacco di colori.
Non significa che con pochi colori non si possa fare un bel quadro, certo. Anche con uno solo, se è per questo. Però meglio averli tutti e scegliere di usarne uno, che essere costretti.
Se poi penso a che vuol dire scrivere poesia... tutto amplifica.
Comunque fine della riflessione.

mercoledì 25 luglio 2007

Queens of the stone age - Era vulgaris (2007)


“Delusione” è la prima parola che mi è venuta in mente all’ascolto del (per me) atteso nuovo lavoro dei QOTSA.

Annunciato già da un po’ con proclami di puro ottimismo e collaborazioni più o meno celebri (il prezzemolo Lanegan e lo Strokes Casablanca, per citarne alcune) ho dovuto aspettare fino alla traccia numero 8 (cioè, ho detto 8!) per riconoscere la stessa band di “Lullabies to paralize”.

Ora, non è che io mi aspettassi un capolavoro, ma un buon disco, quello sì.

E non mi sono arreso dopo il primo o secondo ascolto, eh. Ci ho provato e riprovato, ma proprio no, il disco non ingrana. Se fosse un compito in classe sarebbe un sei meno meno meno quasi quattro, come diceva un mio vecchio prof di mate.

Andiamo per ordine.

La traccia di apertura pare una traccia più fill, che open album e ha una chitarra che da subito sceglie la via della noia. (se è un intro, allora 4 minuti e mezzo di intro sono troppi). La seconda traccia, sick sick sick, con la voce(?) del Casablanca che c’è e si vede poco, non capisco perché si meriti di essere il singolo di apertura. Segue “I’m a Designer” che si trascina stancamente in un’isola di troppe chitarre confuse. Solo alla quarta traccia, il dialogo elettrico tra chitarre pare ingranare, ma il pezzo non decolla…

Ma che roba è? Mi sono chiesto a questo punto, la prima volta.

Andiamo avanti.

Traccia cinque e sei. Acidità prescindibile e nervosa, un po’ scontate. Divertente, come ballata un po’ allegra, “make wit chu”, con i suoi cori in falsetto. Divertente sì, ma il disco dov’è? Mi chiedo ancora.

E finalmente arriva, con “3’s & 7’s” la canzone in cui posso alzare il volume. Citano sé stessi, certo, ma a me va bene così. Ora come ora farei firma, un disco che citasse, con onestà, i loro precedenti.

Quel che viene dopo non mi dispiace, sia la ballata oscura di “Suture my future”, sia il Lanegan di “River in the Road”, ma è tutto sufficiente, compresa una prescindibile bonus track che è una di quelle “fighetterie” che puoi permetterti dopo aver fatto un buon album.

Insomma, il disco non c’è. Un lavoro che non graffia e non rimane…

Purtroppo si sa, non tutte le ciambelle….



Tracklist
  1. Turnin' on the Screw
  2. Sick, Sick, Sick
  3. I'm Designer
  4. Into the Hollow
  5. Misfit Love
  6. Battery Acid
  7. Make It Wit Chu
  8. 3's & 7's
  9. Suture Up Your Future
  10. River in the Road
  11. Run, Pig, Run
  12. (ghost track) Running Joke

martedì 24 luglio 2007

Il lato oscuro/The Dark side di AAVV ***


Molto di quello che c’è da dire sulle antologie di racconti in genere, Roberto Santachiara, il curatore, lo dice già in una breve, ma incisiva, introduzione. E riassumendone i punti principali, riconosce che le raccolte di diversi autori hanno il difetto di essere, molto spesso, composte per metà da buoni pezzi, e per metà da lavori mediocri, se non scadenti. Ecco perché, per questa raccolta, ha dato agli autori libertà assoluta di tempo e di spazio, in modo da salvaguardare il più possibile la qualità.

Obiettivo raggiunto?

All’80% direi proprio di sì, perché questa è decisamente una buona raccolta, per chi ama il genere noir, nelle sue più varie accezioni.

Ma chi sarebbero gli autori che hanno prestato un tassello a questo mosaico di chiaroscuri? Sono tanti, si nota subito, e alcuni sono famosi, anche parecchio. L’idea di fondo, però, è di suddividerli tra autori USA e autori Italiani, cosa che si vede anche dalla copertina bicolore e dal titolo bilingue. Dieci autori, quelli d’oltreoceano e nove i nostri (forse hanno espulso Faletti?) alternati come se fosse una gara a rigori, in un’ipotetica sfida calcistica.

Chi vincerà, tra le vecchie volpi che hanno inventato il genere letterario legato al crimine e i nostri prodi autori che provengono dal paese dove è stato inventato il crimine stesso?

Al via la sfida, a rigori, dunque:

  1. La scrofa americana” di James Crumley. – Racconto americanissimo, ambientato in Messico, con tanto di classico investigatore povero e figo che piace alle donne e donna strafiga, ricca e bugiarda. Niente di che, ma si lascia leggere. Gol.
  2. “Francesca sta con me” di Giovanni Arduino - Racconto senza rincorsa, di bambini problematici, visti dalla loro parte della barricata. Delicato e angosciante allo stesso tempo. Gol
  3. “Seme cattivo” di Jeffery Deaver. Racconto che all’inizio spiazza il portiere, pardon, il lettore, riproponendo uno dei soliti colpi di scena alla Deaver, ma alla fine, in alcune pagine inutili, spiega ciò che non era necessario spiegare. Parato!
  4. “Notte di San Giovanni” di Eraldo Baldini. Racconto nostrano, breve, poetico, con i piedi affondati nella storia, guerra e miseria. Venato d’horror. Emoziona. Gol!
  5. “I ragazzi del coro” di James Ellroy. Un omaggio a Wambaugh da parte del lettore-scrittore-giovane-criminale Ellroy. Stile molto sperimentale, rigore tirato di punta, più diario che narrazione; più emotivo, che ragionato. Se si conosce gli autori è sicuramente gol, in caso contrario la palla potrebbe anche uscire, ma di poco.
  6. “La divisa stretta” di Piero Colaprico. Il passaggio da cacciatore a preda di un poliziotto corrotto dall’'ndrangheta. Una prima persona densa e che ti respira dentro. Davvero un bel racconto, a fil di palo. Gol.
  7. “What’s going on” di James Grady. Sono dell’idea che scrivere racconti o romanzi sul carcere è difficile, perché ci devi essere stato per conoscerlo bene. Edward Bunker era un maestro, in questo. James Grady si difende altrettanto bene. Atmosfera, scrittura diretta e semplice. Uno stile tutto suo che ti fa "vedere" questa galera. Forse un po’ di buonismo e stereotipo di troppo, ma la storia regge. Diciamo che il portiere intuisce, sfiora, ma la palla entra ugualmente. Gol.
  8. “Dolcevita zen shot” di Giancarlo De Cataldo. Storia di paparazzi e fotografie, giovanotti e poco noir. Stile che non convince e storia che alla fine pare un po’…prevedibile. Tiro centrale, portiere blocca senza fatica.
  9. “Sei-zero” di James W. Hall. Si parla di tennis, certo. E di un crimine che si ritorcerà contro. Ma si intuisce troppo presto dove si vuol andare a parare e anche se il tiro è ben angolato, un bravo portiere/lettore si può allungare e smanacciare in calcio d’angolo. Basta un buon colpo d’occhio.
  10. “L’uomo col vestito a strisce” di Carlo Lucarelli. Ambientato in un campo di concentramento. Crudo, crudele, perfetto. Un tiro all’incrocio dei pali. Imparabile.
  11. “Il sogno di Harvey” di Stephen King. Sì avete sentito bene, c’è il re, in quest’antologia. Con un racconto vecchio, è vero. Con una trama praticamente inesistente. Ma il climax che riesce a creare in così poche pagine è davvero notevole. È un tiro di potenza, centrale, ma troppo veloce per il portiere. Gol.
  12. “Alfama” di Giampiero Rigosi. Di nuovo il crimine organizzato italico. Un vecchio killer e uno giovane. Imparare e insegnare. Un rigore di classe, poetico e cattivo, senza un vincente, e senza un perdente. Una figura tra le più forti dell’intera antologia, il vecchio Alfama. Altro che cucchiaio… grande gol!
  13. “Can che abbaia” di Ed McBain. Insomma…un racconto di uno degli autori che assieme al curatore hanno voluto l’antologia (scomparso nel 2005, mi sembra). Però il racconto lascia troppo al tono ironico e non decolla, e quando lo fa, è appena finito. La palla scheggia la traversa ed esce.
  14. “Il nero” di Flavio Soriga. Ancora storia, ancora Italia di un tempo. Ma stavolta si lavora sulla personalità di un personaggio, sulla sua crudeltà, sulla sua analisi che fa emergere altre personalità. Il fatto è che sembra a tratti fuori posto, questo racconto, forse poco appariscente, ma è un racconto intelligente…altro che. Qui dipende da dove si butta il portiere…
  15. “Herbert in motion” di Ian Rankin. Un bel racconto per gli amanti d’arte moderna, che alla fine fa apprezzare sia il falsario sia l’autore. Ambientato alla Tate Gallery, tiene col fiato sospeso fino all’ultima riga con qualche vecchio trucco narrativo. Un rigore normale, ma vale sempre un gol.
  16. La gabbia” di Simona Vinci. Un tiro con la rincorsa spezzata, con tanto movimento di braccia, con tanta scena e alla fine una palla che arriva lenta e nemmeno troppo angolata. È gol solo se il portiere si butta dall’altra parte…altrimenti. Troppo, troppo caotico per ingannare.
  17. “Millennium Express” di Robert Silverberg. Fantascienza! I cloni di Einstein, Picasso e altri distruggono ciò che resta di un’umanità ormai mutata. E in un folle ragionamento finale riescono a farsi dare ragione, quando fanno esplodere il Louvre. Si sa, con la matematica e con la fantascienza di dimostra di tutto. Traversa gol. Da guardare al reply, ma la palla è entrata.
  18. “In like flynn” di Wu Ming. Che dire…racconto che pare senza capo né coda e poi ci si accorge avere un capo e una coda, seppur che non servono al lettore. Il protagonista è Errol Flynn, storico attore degli anni trenta. Fantasia e voli pindarici tra alcol e oppio. Un gol sulla ribattuta del portiere.
  19. “Sant’uomo” di F.X. Toole. Per i racconti sulla boxe vale ciò che ho detto per i racconti sulla galera. L’autore qui è ancora più bravo. Avvincente. Un rigore di mestiere, guardando il portiere prima di tirare. Gol anche questo.

Ecco fatto…Com’è finita? Mi pare in parità, come rigori, ma considerato che avevamo un rigorista in meno e che alcune delle nostre realizzazioni era davvero di pregevole fattura non si può che dire che Italia batte Usa, anche se di poco.


The dark side – Il lato oscuro di AAVV
Editore: Einaudi (stile libero big)
Pagg. 513 - € 16.50
ISBN: 88-06-18320-6


lunedì 23 luglio 2007

Piero Pelù - StoryTellers (2007)


Non gli avrei dato due centesimi a quest'album. E credo anche , quando mi è capitato di vederlo, il Pelù che parlava con la Maugeri, a Mtv, di aver cambiato subito canale, temendo di essere assalito da un'ondata di "Io ci sarò" e altre disgrazie di questo genere.
Invece...
Invece lo sto ascoltando più di quanto avessi mai pensato. Mi ha fatto rispolverare e riascoltare "17Re" e medito di fare lo stesso con gli altri due componenti della trilogia del potere. Il fatto è che basta la prima traccia, Lousiana, a far capire che se da qualche parte è rimasto qualcosa dei primi Litfiba e dello spirito che animava i loro lavori, è proprio dentro al Pelù.
Secondo pensiero è questo. Se si volesse continuare a sperare che in un futuro, un ex di via dei Bardi possa redimersi e riportare qualche emozione di tal fatta, questo pare essere di nuovo il Piero.
E se la seconda traccia (lentezza), in versione acustica, ti fa pensare che è "sopportabile" con il pezzo successivo, "Il volo" l'effetto revival esplode e arriva la pelle d'oca.
Ma sono i due pezzi che seguono quelli che mi hanno convinto che, forse, non tutto è finito. "Velo" è una canzone discreta, mentre "fiorirà", con quel fischio iniziale e con quel "fioriranno secoli di fango, fioriranno anni di letargo" mi hanno fatto sospettare che, sì, dai, forse ha ancora qualcosa da dire.
Poi l'album va.
Fra alti (Maudit, animale di zona, orso cristallo, sparami) e bassi (in faccia, sorella notte, tribù) che sono dovuti più allo spessore delle canzoni, che alla loro esecuzione.
Insomma, per capirci, io sono uno di quelli che il cadavere dei Litfiba lo ha visto galleggiare già durante il "terremoto" e, soprattutto, in tutto ciò che segue. Con questo album del Pelù non ho fatto altro che scoprire come il germe dei Litfiba, aldilà dei solipsismi del Maroccolo e dei riciclaggi del Renzulli, sia ancora vivo in colui sul quale avrei scommesso di meno.
Se son rose fioriranno, e speriamo che la prossima volta abbiano le spine!

p.s. ovviamente non mi sono ascoltato le interviste. :)

Tracklist:
  • Lousiana
  • Lentezza
  • Il volo
  • Velo
  • Fiorirà
  • Orso Cristallo
  • Sorella notte
  • Maudit
  • Tribù
  • Sparami
  • Animale di zona
  • Segni in faccia

venerdì 20 luglio 2007

Ragliando disperato di Turano Gerry***


Questo è quarto libro e ultimo acquisto della Clinamen editrice che ho recuperato dal loro sito “a causa” degli sconti ed è anche il migliore.

La copertina, per me, era infelice, ed era uno dei motivi per cui ero indeciso se acquistarlo o meno, però le parole della seconda di copertina che linko soltanto qui, erano parecchio azzeccate.

Alla fine ti ritrovi un libro di racconti molto brevi, o che comunque si leggono d’un fiato e che, se presi nel verso giusto, fanno pisciare addosso dal ridere.

L’autore, classe 1962, scrive in modo diretto, senza fronzoli, dipingendo personaggi normalissimi invischiati in situazioni assurde e tragicamente comiche.

A titolo d’esempio basti il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta: un impiegato fantozziano dopo anni di sacrifici accede, finalmente, al grande ricevimento del fantozziano mega direttore galattico della sua ditta, ma colto da mille sfighe perde il ponte dentario composto dai due incisivi, che viene ingoiato dal suo cane quando già era in ritardo. Indovinate che fine fa il cane, considerando che il tizio al ricevimento riuscirà a sfoggiare il suo miglior sorriso?

Le altre dieci storie sono più o meno sulla stessa linea, più o meno originali e più o meno riuscite, ma tutte piacevoli e amaramente divertenti. Credo proprio, che se ricapita, alla prossima tornata di sconti, anche “Più di là che di qua”, sarà uno dei miei acquisti.

Titolo: Ragliando disperato
Autore: Gerry Turano
Casa editrice: Clinamen
Collana: Ogmios
ISBN: 978-88-8410-100-6

Pearl Jam - Pearl Jam (2006) - un anno dopo

Oggi mi va di riproporre una recensione di un anno fa.
Perchè si sa che i pearl jam sono i pearl jam, e se qualcuno li ha persi di vista, a causa dei dischi mediocri, o li ha completamente abbandonati a causa di riot act (gli dò tutte le ragioni) mi piacerebbe avvertirlo che a distanza di tempo questo è un album che continua a soddisfarmi e nonostante non si possa dire sia qualcosa di nuovo è comunque un ottimo lavoro.
Mi andava di dirlo, e di riproporre le parole di un anno fa.


Questa non è una recensione, ma un atto d’amore. Sarà breve e solo per chi conosce già i nostri amici di Seattle. (Chi non li conosce, si cerchi il disco che è un buon disco, punto e basta, e ovviamente vada a comprasi di corsa ten, vs, vitalogy e no code).
Dicevo, un atto d’amore, perché? Perché la situazione è molto semplice: un gruppo che dà voce a una generazione è solitamente legato ad essa e quindi tende a svanire in poco tempo. Per continuare ad esistere ha poche strade: suicidarsi o morire in circostanze misteriose e vivere di leggenda (nirvana… buckley…); cambiare modo di far musica, rischiando di diventare patetico (u2… red hot…) o innovativo (radiohead); sparire e ricomparire sotto altre vesti (audioslave); perdersi per strada o sparire del tutto (tutti gli altri) oppure, ultima soluzione, continuare a seguire la strada, come un mulo, sempre dritto, senza cambiare idea o spirito, essendo, in altre parole, coerente. Ebbene, i Pearl Jam hanno scelto questa via, nel bene e nel male. Hanno pagato un inaridimento e una pochezza compositiva che, parere personale, credo sia arrivata al suo apice con il disco (in studio) precedente a questo: Riot act, in cui il nome è praticamente una battuta di non voluta autoironia. E i fan?
I fan hanno continuato, coerenti, a comprarsi i dischi e a cercare, invano, di trovarci qualcosa, di mentirsi pensando che non era un gruppo finito, di credere che potessero ancora regalarci qualosa di valido, o anche, di semplicemente ascoltabile. Alcuni hanno smesso di pensare ai Pearl Jam dopo Yield, altri dopo Binaural, la maggioranza dopo Riot Act. I fedelissimi, quelli che non hanno mai mollato, c’è da chiedersi se siano sordi, e se dell’album guardino solo la copertina. In fondo non ci dovrebbe lamentare più di tanto. Con ten e vs quel gruppo era a credito con il mondo musicale e poteva permettersi almeno dieci dischi orribili prima di andare in pareggio, quindi lasciamoglielo fare, che problema c’è? Il problema invece c’è, ed è il fatto che i cinque di Seattle suonano come pochi e la voce di Eddie…beh, è sempre quella. E ogni volta che sputano fuori una raccolta, un album di b-sides, un live acustico…beh…cazzo, sono i Pearl Jam! Quelli là, quelli del 1990. E allora perché questo progressivo abbrutimento musicale? Bene. Con questo disco finalmente hanno risposto alla domanda e la risposta che ci hanno dato è semplice: smettetela di aspettarvi un nuovo ten, smettetela di aspettarvi cambiamenti che risultano patetici e soprattutto basta con le lagne in cui facciamo vedere solo che sappiamo suonare, ma che forse la voglia di farlo non c’è l’abbiamo più.
Forse serviva una dose di rabbia e la guerra in Iraq; forse serviva un ritorno a buon vecchio rock, fatto sta che questo disco è, finalmente, un buon disco, con tanto di una paio di singoli energici, accompagnati da due discreti video. Nessun capolavoro, intendiamoci, nessuna nuova ballata da far rizzare i peli, nessun inno epico da cantare a squarciagola, ma canzoni oneste, semplici, dirette.
Le tre canzoni di apertura sono indubbiamente tra le migliori, ma è impossibile non segnalare “gone” e “inside job”, due ballate “alla pearl jam” finalmente degne di nota.
Ed è doveroso, infine, ricordare “marker in the sand”, canzone che fonde di nuovo le due facce della voce di eddie, dolce e ruvida. Un voto? 7. Ma non è questo che conta, conta che dopo anni possiamo di nuovo ascoltare un disco dei Pearl Jam, degno di tale nome.



Tracklist:
  1. "Life Wasted" (Gossard, Vedder) – 3:54
  2. "World Wide Suicide" (Vedder) – 3:27
  3. "Comatose" (McCready, Gossard, Vedder) – 2:19
  4. "Severed Hand" (Vedder) – 4:30
  5. "Marker In The Sand" (McCready, Vedder) – 4:23
  6. "Parachutes" (Gossard, Vedder) – 3:36
  7. "Unemployable" (Cameron, McCready, Vedder) – 3:04
  8. "Big Wave" (Ament, Vedder) – 2:58
  9. "Gone" (Vedder) – 4:09
  10. "Wasted Reprise" (Gossard, Vedder) – 0:53
  11. "Army Reserve" (Ament, Vedder, Echols) – 3:45
  12. "Come Back" (McCready, Vedder) – 5:29
  13. "Inside Job" (McCready, Vedder) – 7:08

giovedì 19 luglio 2007

Zeitgeist - Smashing Pumpkins (2007)


Ne parleranno male, o con ironia e l’avranno già fatto un po’ ovunque, ma se c’è un album dei tanto attesi di questa estate, che non mi ha deluso o lasciato perplesso è proprio questo.

Il tutto, ovviamente, è questione di aspettative.
Gli smashing si riuniscono. E questa già è una notizia che si capisce essere figlia dei media, perché sarebbe semplicemente corretto dire che Billy Corgan e Jimmy Chamberlein produrranno un disco utilizzando il famoso marchio “Smashing Pumpkins”
Perché?
Beh, a me pare ovvio che non sarà certo per produrre nuovo rock, dare una svolta al loro suono o cose simili. Su questo ci aveva già provato il Corgan solista e onestamente non l’ho nemmeno ascoltato.
Per me, riproporre questo marchio significava riproporre il suono smashing. Così l’ho intesa io. Ma ovviamente il rischio era quello di sfornare un album inutile, pacchiano, di qualità pessima, noioso e lontanissimo discendente del capolavoro Siamese Dream e dell’opera superba e forse sopravvalutata, ma indiscussamente famosa, Mellon Collie…
Ebbene, sono rimasto di stucco, perché di tutti questi rischi, Corgan ne sta correndo solo uno: quello dell’album inutile. Dico questo perché a me Zeitgeist piace. Mi fa pensare ai vecchi smashing, ha le stesse sonorità (certo, molto più ruffiane e molto meno acide), è di piacevole ascolto e sono abbastanza pronto a scommettere che lo ascolterò molto più degli ultimi lavori (Machina e Adore)
Ora, non aspettatevi assolutamente niente di che, ma diciamo così: se dopo Adore, voi avreste voluto che l’agonia dei Pumpkins si prolungasse un po’ con un album che avesse qualche guizzo rimescolando le solite carte (e senza nuove idee), beh, ecco, Zeitgeist sarebbe potuto essere quell’album.
Parlandone un po’ più approfonditamente potete andare su youtube e guardarvi il video di Tarantula che è primo singolo e la dice lunga su tutto l’album: Corgan pelatone vestito da messia della juventus circondato da passere e fighetti che fingono di suonare e cantare, mentre Chamberlein massacra con nonchalance i suoi drums. Insomma…nostalgia a go go, però la canzone piglia e ha un tiro discreto.
Delle altre tracce da citare soprattutto Starz, che assieme a Bring the light e Neverlost è tra i pezzi più pumpinks di tutti e che per arrangiamenti tondeggianti e dolcezza aspra vedrei bene come papabili a secondo singolo. Non male, però nemmeno altre tracce, come la quasi ballata “that’s the way (my love is)” e la lunga United States. Il resto è scontato e molto vicino a dire nulla, ma l’album nella sua interezza, si salva alla grande, con una sufficienza piena e meritata, sia di Corgan, sia di Chamberlein.
L’unico episodio che avrei evitato è la traccia finale, che cerca di ripescare gli echi di twilight to starlight, ma davvero i tempi non sono più questi.
Altro da dire?
Beh, curiosità varie: tipo che l’album in alcune versioni, ha delle tracce in più che sulla nostra non ci sono; tipo che Iha e Melissa Auf Der Mauer non hanno voluto riunirsi anche se gli era stato chiesto, tipo che la copertina, nelle varie uscite in giro per il mondo ha colori diversi…
Insomma, tutto molto pop, con un po’ di glamour, ma in fondo, anche questo fa parte dei vecchi pumpkins.
In conclusione meglio una nostalgia ripresa con stile e onestamente, che una operazione penosa e avvilente di marketing senza contenuti.

Titolo: Zeitgeist
Anno: 2007
Line-up:

  • Billy Corgan – vocals, guitars, bass, keyboards, producer, mixer, photography
  • Jimmy Chamberlin – drums, producer, mixer
  • Ginger Reyes – bass, vocals
  • Jeff Schroeder – guitar
  • Lisa Harriton – keyboards


Tracklist

  1. "Doomsday Clock" – 3:44
  2. "7 Shades of Black" – 3:17
  3. "Bleeding the Orchid" – 4:03
  4. "That's the Way (My Love Is)" – 3:48
  5. "Tarantula”– 3:51
  6. "Starz" – 3:43
  7. "United States" – 9:52
  8. "Neverlost" – 4:20
  9. "Bring the Light" – 3:40
  10. "(Come On) Let's Go!" – 3:19
  11. "For God and Country" – 4:24
  12. "Pomp and Circumstances" – 4:21

mercoledì 18 luglio 2007

L'isola dell'angelo caduto di Lucarelli C. ****


Lucarelli. È uno di quelli che a forza di fare altre cose ti fa dimenticare che, prima di tutto, è uno scrittore.
Che poi, io, non sono nemmeno uno di quelli che guarda “Misteri in blu” o segue tutte le altre iniziative lucarelliane riguardanti il crimine. Però sono uno di quelli che ha letto Almost Blue, all’epoca in cui era uscito, che ascoltava i Nine Inch Nails e che riconosce in Lucarelli, uno di quelli che hanno importato il noir di un certo tipo, in Italia.
Bene. Nonostante ciò non è che mi possa definire un fan dell’inquietante bolognese. Cos’ho letto…dunque…Guernica, Il lato sinistro del cuore, Misteri d’Italia e lupo mannaro e sicuramente qualche racconto sparso qua e là. Tutti libri che ricordo, ma nessun capolavoro, niente che mi abbia tenuto attaccato alle pagine.
Ecco, tutta ‘sta tiritera per dire che, dopo parecchio tempo che guardo questa pessima copertina in libreria e che il libro mi ispira, l’ho finalmente letto, e ne sono rimasto rapito.
È un thriller, tanto per capirci, e ti tiene attaccato alle pagine fino alla fine. Quindi è un buon thriller.
Getta una luce, poi, anche se non ce n’era bisogno, sul buio dell’Italia fascista, visto che è ambientato alla Cajenna, nel gennaio del ’25, in pieno spiegamento delle ali del regime, dopo l’omicidio Matteotti. E anche con qualche licenza storica (ma molto poche) che l’autore per altro spiega, l’ambientazione è davvero riuscita. Riuscita nei personaggi, nell’isola, nelle violenze e nelle paure e nel clima.
La trama?
C’è il solito commissario. Un commissario ordinario, mezzo confinato, con una moglie che sta uscendo di senno e con un elevatissimo senso delle Stato.
Ci sono omicidi. Omicidi di una camicia nera, di una spia, dell’addetto al telegrafo, unico strumento per comunicare fuori dall’isola. Omicidi che paiono tutti legati.
C’è poesia. Quella solita, di Lucarelli, un po’ nostrana e un po’ oscura, Che prende le mosse da una canzone (che diventa ossessione), o da un molo di ferro (che diventa, in modo quasi baricchiano, un’orchestra) e che a volte è anche un po’ noiosetta, perché spezza il ritmo al lettore.
Ci sono personaggi. Personaggi dell’Italia di inizio secolo. Prostitute che dicono di essere maestre, laureati oppositori del regime, camicie nere impazzite, bambine ritardate che camminano a piedi nudi. C’è storia, insomma. E nessun eroe, e anzi, l’unico cattivo, quello autentico, è il Regime.
E c’è, infine, una struttura narrativa serrata, con cinque giorni e quattro notti che scandiscono i fatti che portano alla soluzione degli intrighi.
Insomma. È un libro che piacerà di più agli amanti della storia, ma non è assolutamente un romanzo storico, lo si apprezza semplicemente un po’ di più. In ogni caso, resta un leggero e buonissimo thriller.

L’ISOLA DELL’ANGELO CADUTO
CARLO LUCARELLI
Edizioni Einaudi – Stile libero
Pagg. 219 - € 8.26
ISBN: 88-06-15835-X

martedì 17 luglio 2007

La casa sull'abisso di W. H. Hodgson***


Oh, un classico! Un classico del fantahorror. Uno di quei libri che bisogna aver letto, per gli amanti del genere, e che io non ho letto.
Ora ho rimediato.
Annotazioni di bordo dunque:
Il libro è stato scritto agli inizi del 1900, da un Hodgson ancora giovane, il quale, benchè non riuscisse a campare di romanzi e racconti, per lo meno non cambiava mestiere e campava scrivendo. Il lessico e la forma, perciò, sono quelle più vicine ai registri classici ottocenteschi poeiani e lovecraftiani di poco dopo. Confesso che è sempre piacevole rituffarsi in quel tipo di registro linguistico, così lanciato verso l’oblio eppure ancora così attuale.
Il libro è il capostipite di uno dei tre filoni in cui Hodgson ha rivolto il suo essere scrittore: le profondità del mare, gli spettri e, per l’appunto, la casa sull’abisso.
Inutile leggere questo libro cercando di capire il perché o il percome dei fatti, magari trovandoci logiche o ragionamenti. Soprattutto nella seconda parte del libro, che è anche quella meno riuscita, pare quasi che l’autore parte per la tangente lasciandosi prendere la mano dalla fantascienza, più che dall’orrore.
Interessantissimo pensare che Hodgson, inglese dell’Essex, è morto sul fronte francese durante il primo conflitto mondiale e, poco prima di morire, scrisse alla madre parole come queste: “… Se pensi a un mondo perduto, se pensi alla fine del mondo, se pensi alla terra dell’Eterna Notte, è tutto qui, a non più di duecento miglia da dove vivi tu, infinitamente lontana. È il pathos terribile, spaventoso, delle cose che si vedono: il cratere di granate pieno di croci conficcate nel terreno, che emergono appena dall’acqua, e la morte che sta al di sotto, sommersa… Se vivrò e uscirò fuori di qui (e, se Iddio vuole, spero che tornerò) che libro scriverò, se la mia antica arte non mi ha abbandonato!
Decisamente dolce e senza tempo vedere come l’autore giustifichi il suo scrivere in prima persona e il suo dare un senso ai fatti, per renderli verosimili. Mentre nei libri d’oggi trovi delle prime persone che senza capire come e con chi cominciano a raccontare, Qui Hodgson si inventa messaggero del classico manoscritto che due suo conoscenti hanno ritrovato, per l’appunto, nei pressi della casa sull’abisso.
Interessante sapere che Lovecraft si rammaricò per lo scarso successo di pubblico che hanno avuto le opere di Hodgson.
Molto belle le descrizioni della casa, sospera su questo abisso, e dei momenti (che oggi chiamiamo thriller) vissuti dal protagonista, mentre è assediato da strane creature dalla faccia da suino.
Insomma, una lettura che ho fatto volentieri, nel mio percorso di retro-accultuamento. Anche perché, non di solo Poe e Lovecraft vive l’horror.

LA CASA SULL’ABISSO
WILLIAM H. HODGSON
Edizioni newton – labirinti del terrore
Pagg. 149 - € 4.00
ISBN: 88-8289-909-8

lunedì 16 luglio 2007

Crash di J. G. Ballard ***

Vi capita mai di imbattervi in quei libri che, seppur ammettendo a ogni pagina di trovarvi di fronte a un lavoro qualitativamente ineccepibile, non riescono a farsi piacere? Ecco, per me Crash è stato uno di questi casi.
Premetto che non sono tra quelli che ha visto il film, e sarò anche un tordo dalle ali di muffa, ma non sapevo nemmeno di cosa questo libro parlasse, prima di leggere la quarta di copertina.
Ora lo so. Potrei ingannarvi dicendo che parla di sesso e automobili. In realtà, il libro parla soprattutto di ossessioni. Ossessioni per il sesso e per le automobili, che si fanno, nel protagonista e nel narratore, sempre più unite, pagina dopo pagina, fino a diventare inscindibili.
Ma tanto ho amato il protagonista dell’”Isola di cemento”, tanto ho faticato a entrare in simbiosi e in rapport con i due protagonisti di questo romanzo.
Onestamente credo di dover dare una buona fetta di colpa, al mio disamore per le automobili. Da piccolo io preferivo giocare con gli animaletti. Camion, trattori, automobili e motociclette non mi facevano alcun effetto. A tutt’oggi non conosco, se non lontanamente, il funzionamento del motore a scoppio, a quando sento termini come plancia, chiesuola del cruscotto, sterzo cromato, non mi compare, nella mente, che una confusa immagine. Questo indubbiamente nuoce al modo con cui leggo le intense, eccessive e spregiudicate parole di Ballard (che ha dato il suo nome all’io narrante) riguardo agli incidenti automobilistici e agli intensissimi e morbosi richiami sessuali che essi contengono.
Ma veniamo al libro.
James Ballard scopre, dopo un incidente in cui muore il marito di quella che poi diventerà la sua amante, quali ossessioni morbosi e potenzialità sessuali nascondano, per lui e per sua moglie, le lamiere contorte, le mutilazioni, le cicatrici e, in genere, tutti gli esiti di un incidente stradale.
Nello scoprire e vivere ciò è accompagnato dalla figura centrale del romanzo, Robert Vaughan, che, come uno scienziato, mischia perversione e ossessione, sesso e lamiere, fotografie e psicopatologie, fino all’epilogo annunciato già dalla prima pagina, della sua spettacolare morte.
Così, mentre Ballard va girovagando in cerca di incidenti sulle strade che circondano la sua abitazione, gonfie del traffico aeroportuale, e Vaughan disegna e brama l’incidente in cui morirà Elizabeth Taylor, una fitta rete di perversioni si va disegnando tra questi due protagonisti e la moglie di Ballard, la sua vedova-amante, uno stunt-man più morto che vivo e sua moglie e altre figure tutte collegate a incidenti stradali.
Condito dall’utilizzo di droghe (spaventosamente bella la scensa in cui i due guidano sotto l’effetto di acido) e da un (verosimile) disinteresse della polizia per le scorribande automobilistiche, si arriva al finale pirotecnico e ansiogeno di un Vaughan ormai fuori controllo.
Mi sono chiesto cosa voleva dirci, Ballard, con questo libro e la risposta la dà lui, in un interessante post-fazione, in cui, tra le altre cose dichiara di voler spianare la strada "a tutti i nostri piaceri più concreti e delicati – quelli delle delizie del dolore e della mutilazione; del sesso come arena perfetta, come brodo di coltura di sterile pus, per tutte le veroniche delle nostre perversioni; della libertà morale di attendere alla nostra psicopatologia come a un gioco; dell’apparente illimitatezza delle nostre capacità di concettualizzazione. Ciò che i nostri figli hanno da temere realmente non sono le autostrade del domani, bensì il nostro sottile piacere nel calcolare i più eleganti parametri delle loro morti."
E sono parole, queste ultime, che assumono un significato completamente nuovo, se rilette oggi, piuttosto che nel 1974, anno della prima edizione del libro.
Insomma, io personalmente avrò fatto anche fatica, ma alla fine è un libro che ti resta dentro. Crudo e crudele, sboccato e perverso, eppure pieno di stile e mai volgare. Un’esperienza, più che una lettura.


INCIPIT nonchè seconda di copertina

Vaughan è morto ieri nel suo ultimo scontro. Nel cor­so della nostra amicizia, aveva fatto le prove della sua morte in molti scontri, ma il suo ultimo è stato proprio e semplicemente un incidente - l'unico. Guidata in rotta di collisione verso la berlina dell'attrice cinematografica, la sua macchina ha saltato il parapetto del cavalcavia dell'aeroporto di Londra ed è precipitata, sfondandolo, sul tetto di un autobus carico di passeggeri delle linee aeree. Quando, un'ora più tardi, mi sono aperto la strada fra i tecnici della polizia, i corpi schiacciati dei turisti del tutto-completo giacevano ancora sui sedili vinilici, come un'emorragia del sole. Reggendosi al braccio dell'autista, l'attrice cinematografica Elizabeth Taylor, con la quale Vaughan aveva per tanti mesi sognato di morire, stava sola sotto il lampeggio circolare delle am­bulanze. Quando mi sono chinato sul corpo di Vaughan, s'è portata alla gola una mano guantata.


CRASH
JAMES GRAHAM BALLARD
Edizioni Universale Economica Feltrinelli
Pagg. 205 - € 7.50
ISBN: 88-07-81805-1

venerdì 13 luglio 2007

La faccia nera della luna di Elena Vesnaver ****

Queste parole le scrivo al volo, perchè il racconto di Elena Vesnaver si legge al volo, d'un fiato, direi.
E le scrivo senza pensarci troppo su, perchè anche il racconto si legge senza pensarci troppo su.
Mi chiedevo, giorni fa, io che non ho mai scritto un noir o un giallo, che cos'è un noir o un giallo? o per lo meno come si scrive qualcosa che possa essere considerato simile a un noir o un giallo.
E me lo chiedevo pensando che non voglio scrivere di poliziotti, visto che non ne ho le competenze. Ora, e qui la risposta potevo darmela da solo, se non vuoi che c'entrino un commissario e dei poliziotti, a fare le indagini di solito c'è un giornalista, come la protagonista di questo libro.
Fatto sta che oltre a questa, il racconto "La faccia nera della luna" mi ha dato anche un sacco di altre risposte.
Le domande erano più o meno queste:
si può scrivere un giallo-noir breve?
si può scrivere un giallo-noir con molti personaggi e ben delineati anche se è breve?
si può scrivere un giallo-noir che anche senza usare meccanismi complicati e intrecci complessi è avvincente dalla prima all'ultima riga?
Insomma, dire che la risposta affermativa mi è stata data da questo libretto mi sembra un ottimo modo per sottolineare perchè, questo libro, mi è piaciuto e, didatticamente parlando, mi ha davvero insegnato parecchio, o per lo meno ha risposto ad alcuni miei dubbi da scrittore in erba.
L'unico rammarico è che finisce presto.

Per chi è interessato a sapere qualcosa di più basta poco. Una bambina violentata e annegata in un parco mentre gioca con i suoi amichetti. Uno di essi, Alice, fa la giornalista e si trova a scavare nel proprio passato per risolvere il mistero quando un'altra bambina, trent'anni dopo, viene ritrovata uccisa nello stesso luogo e quasi allo stesso modo.
Il libretto è davvero un giallo che si può definire brillante e piacevole, ben costruito e venato della solita, leggera poesia di tutti i giorni, che ormai ho imparato ad apprezzare nell'autrice.
Se volete pigliarvelo si compra sul sito della Magnetica

LA FACCIA NERA DELLA LUNA
Edizioni Magnetica
pagg. 57 - € 6.50 ben spesi
ISBN: 88-89889-08-X

mercoledì 11 luglio 2007

La sedia vuota di Jeffery Deaver ****

Mi ero ripromesso di leggere un altro Deaver e l’ho fatto, scegliendo uno di quei titoli da molti indicati come tra i suoi lavori migliori.
E stavolta non sono rimasto deluso, pur essendoci qualcosina, in questi thriller, che non mi suona perfettamente, come una lieve dissonanza, quasi impercettibile.Premesso che questo thriller, è una specie di sequel, visto che ha come protagonisti la fortunata coppia di investigatori de “Il collezionista di ossa”, va detto che, senza dubbio, si sfrutta una caratterizzazione già elaborata in precedenza, e soprattutto, indelebilmente segnata dalle immagini della trasposizione cinematografica.

Quindi inutile raccontarsela: bastano poche pagine e subito compaiono le facce di Angelina Jolie e Denzel Washington, e non si può dire che ciò nuocia alla narrazione.
In ogni caso mi sono permesso di fare un gioco, che qualunque lettore un po’ smaliziato potrebbe fare, con i thriller in generale e con quelli di Deaver in particolare.
Il giochetto è una gara con l’autore, cercando di prevedere, già dalle prime righe, i colpi di scena che si susseguiranno lungo le pagine. Un punto a noi quando si indovina, un punto all’autore quando prendiamo una cantonata.
Le regole sono semplici: è sufficiente pensare al contrario e dubitare di tutto.
Tizio ti sembra tanto buono e degno di compassione? Allora è cattivo.
Caio ti sembra tanto stronzo e dogno di morte? Allora sarà buono.
Sempronio sparisce e pare morto? Allora è vivo.
Sta per succedere qualcosa? Non succederà.
Temete che stia per succedere qualcosa? È già successo.
E via di questo passo.
Insomma, basta utilizzare un “modus leggendi” gonfio di disincanto e sospetti, quasi come Denzel Wasc…ehm, pardon, Lincoln Rhime.

Ebbene, io l’ho fatto. Volete sapere com’è andata? Ha vinto Deaver!

Non clamorosamente, no. Anzi, a una cinquantina di pagine dalla fine ero chiaramente in testa (e quindi anche un po’ innervosito, per averle indovinate tutte, fino a quel punto). Ma poi il libro sembrava non finere mai, e visto che Deaver non pare uno che spreca troppe pagine senza che succeda qualcosa, in quelle ultime righe mi ha affiancato e superato, lasciandomi soddisfatto e stanco, da una lettura che è stata, nelle seconda metà del libro, sempre più frenetica e avvincente.
Il prezzo da pagare, ovviamente è che ci si rovina un po’ il libro, ma visto che è una malattia naturale di chi legge trhiller, quella di cercare di indovinare “chi fa cosa e perché”, è un giochetto che potete fare, soprattutto con questo autore.
Per quanto riguarda il sasso, che anche un lavoro perfettamente calibrato e credibile come questo, può lasciare nella scarpa del lettore, siamo di fronte ad eventi di poco conto, che raramente sollevano domande o perplessità.
L’unica perplessità di un certo rilievo che mi sovviene, è il momento in cui a un presunto colpevole si chiede di immaginare il signor A sulla sedia vuota, ma l’altro vuole immaginare il signor B. Ecco che sia il poliziotto che lo psicologo invece di chiedere “come mai A”, dicono “Di A non ci frega un cazz, abbiamo detto che devi parlare di B!”; con buona pace del senso logico di chiunque. Ma è solo una piccola incongruenza, del tutto passabile.
In questo libro, non essendoci situazioni assurde o pirotecniche, le ambientazioni e i personaggi risultano credibile e ben riusciti, e anche la trama, presenta una credibilità che non soffre mai dei ritmi che le vengono imposti.
Insomma, questo non è solo un thriller, ma è un manuale, un prototipo pressochè perfetto di un certo tipo di letteratura. La costruzione dell’intreccio, la descrizione di luoghi, fatti e persone e le tecniche di narrazione (il flash-back in primis) sono usate in modo ottimale, senza che gli si possa muovere una benchè minima critica. Davvero nulla da eccepire. Ovviamente, sia chiaro, state leggendo un thriller che va preso nel suo tentativo di essere verosimile, e non veritiero. E questo libro lo è. Da leggere!

Lascio anche una breve sinossi, rubata a ibs.it, per avere un’idea della vicenda:

Quadriplegico da anni, Rhyme vuole recuperare almeno in parte la sua mobilità. Con Amelia si reca perciò nel North Carolina per sottoporsi all'operazione. Ma appena arrivati le autorità chiedono il loro aiuto in un'indagine: nell'arco di ventiquattr'ore nella cittadina di Tanner's Corner ci sono stati un omicidio e il rapimento di due giovani donne. Il principale sospetto è uno strano adolescente di nome Insetto. Rhyme e Amelia riusciranno ad inchiodare il giovane, ma nemmeno Rhyme potrebbe mai sospettare che Amelia non sarà d'accordo con lui e fuggirà nella palude insieme al ragazzo che lui considera uno spietato assassino. E così Rhyme si trova ad affrontare la sfida più difficile: quella con la donna cui ha insegnato tutto ciò che sa.

LA SEDIA VUOTA
Jeffery Deaver
Edizioni Sonzogno
Pagg. 465 - € 17.00 ma lo trovate a molto meno in promozione
ISBN: 88-454-2032-9

Icky Thump - White Stripes - 2007

Tanto ormai l’hanno detto da tutte le parti e in tutte le salse che questo è un bel disco, giusto?
Avranno detto già in mille siti e riviste che i white stripes sono tornati blues, che sfuggono le etichette, che Meg suona sempre male, che Jack è un grande e la sua chitarra è un camaleonte rumoroso e superbo, che manca un po po poo, che bella che è la canzone con la tromba, oppure che schifo che fa la canzone con la tromba, che occhieggiano ai sixties, ai seventies, agli stones, agli zeppelin, agli who, e che sono vintage, e che il precedente disco era troppo sperimentale o che questo lo è troppo poco, e non so quante altre cose, tutte probabilmente vere.
Ok. E allora perchè parlarne?
Perché te ne fanno venire voglia! E perché se lo meritano!
Insomma.
Siamo stati di fronte a uno dei più grandi rischi di estinzione musicale di questo ultimo decennio, causato da qualche centinaio di tifosi, seguito da quanche altro migliaio e poi da milionate di veri coglioni che cantano po po pooo.
Con Jack White che si dice contento perché è sempre bello che una canzone diventi popolare.
Con nugoli di imbecilli che comprano elephant, o peggio ancora, i precedenti, per poter dire che li conoscevano già, e che sono il meglio gruppo che c’è eccetera eccetera.
E noi, quelli attenti, quelli bravi, quelli pre elephant, a guardarli scuotendo la testa, come se questa massa che fa po po pooo ci stesse rubando un tesoro dalle tasche, senza che possiamo difenderci.
Ed eravamo tutti contenti che get behind satan fosse un disco così ostico, a tratti poco orecchiabile e bisognoso di parecchi ascolti, soprattutto per le orecchie di quelli là, quelli del po po pooo.
Però sempre noi, quelli bravi, ci stavamo cagando sotto, nell’attesa di questo disco. Guardavamo i primi tre album, rossi e bianchi, ruvidi, così diversi tra loro eppure così uniti da un filo rosso (e bianco, of course) che ce li fa sembrare come una compagnia costante, che non ci abbandona mai per le charts o per gli electronic easy sounds.
Ma in questo caso è successo esattamente il contrario: se Maometto non va da montagna… i poveri di spirito vanno da Maometto!
Ecco, allore, perché parlare di questo disco: per dire che Icky Thump è un grande, profondo e (in)sperato respiro di sollievo!
Tredici tracce. Tutte con il loro perché, con il loro bel rock, il loro bel riff, il loro bel wow! Inutile recensire: c’è rock-blues. Sano, onesto e piacevole.
E non abbiate paura, voi lì, che come me vi stavante cagando addosso: con questo disco meg e jack ci dicono che non c’è e non c’è mai stato, nessun po po poo.

White Stripes - Icky Thump – 2007
(Warner Brothers / Xl Recordings)
Tracklist

  1. Icky Thump
  2. You Don't Know What Love Is (You Just Do As You're Told)
  3. 300 M.P.H. Torrential Outpour Blues
  4. Conquest
  5. Bone Broke
  6. Prickly Thorn, But Sweetly Worn
  7. St. Andrew (This Battle Is In The Air)
  8. Little Cream Soda
  9. Rag And Bone
  10. I'm Slowly Turning Into You
  11. A Martyr For My Love For You
  12. Catch Hell Blues
  13. Effect And Cause


martedì 10 luglio 2007

La strega di Beaubois di Luigi Brasili ***


Nell’ordine Magnetica di qualche giorno fa c’era anche questo piccolo e delizioso libro di Luigi Brasili, e stavolta si può davvero parlare di un esordiente, visto che è la sua prima, seppur brevissima, opera dotata di autonomia.
L’autore è già presente in diverse antologie di racconti di genere, appartiene alla community di latelanera.com e confesso che una certa curiosità, precedeva la lettura.
Infatti, tra le varie recensioni e chiacchiere che hanno attraversato i forum qualche mese fa, spuntavano spesso commenti positivi, e si sa che, se da un lato viene da pensare che una parte dei commenti è senza dubbio veritiera, dall’altra si corre il rischio di inciampare nell’acriticità degli amici che non parlano mai male di amici. Insomma, c’è sempre un certo coefficiente di aleatorietà nelle righe di qualcuno che conosci.
Beh, in questo caso, non si resta delusi, e in queste poche pagine (il libro si legge in un sorso) l’autore riesce a raggiungere i due obbiettivi di ogni scrittore: catturare e soddisfare chi legge.
Senza addentrarsi troppo in descrizioni della trama, che vista la brevità sarebbero indubbiamente fastidiose, lascio alcune indicazioni generali e considerazioni personali, perché si possa capire di cosa si parla, anche se il titolo è di per sé piuttosto esplicativo.
Il racconto è ambientato in Francia a cavallo tra il ‘600 e il ‘700, e ripescando le antiche paure cristiane per il paganesimo ci narra, per l’appunto, della strega del bosco di Beaubois e di alcune vicende legate alle sue apparizioni.
Nel breve volgere delle pagine si entra nel vivo del mistero, si conoscono i personaggi, e ci si lascia andare alla una lettura, scorrevolissima, che ci porta alle ultime pagine dove c’è un cambio deciso (ma non brusco) sia dei toni, sia dei colori. La vicenda si fa più cupa, e perde ogni traccia d’ironia, seminando alcuni concetti che sono tutt’altro che un divertissement. Insomma, mi è proprio piaciuto, sto librettino.
Da dire, a preavviso di chi lo comprasse per posta sul sito magnetica, che quando dico librettino, intendo proprio “ino”, e quindi di non aspettarsi un libro. (diciamo 10x15centimetri a occhio). A voler essere pignoli, da dire anche che forse 4euri sono un po’ troppi, per quello che alla fine è un racconto, anche se molto ben riuscito.
Ma fin ce il vino buono sta nella botte piccola…

LA STREGA DI BEAUBOIS
Brasili Luigi
pagine 26
euro 4,00
Magnetica Edizioni

ISBN: 88-89889-23-3

lunedì 9 luglio 2007

Club Privè e altri racconti di Forlani P. + una riflessione


Sempre per la serie, “la Clinamen editrice offre qualche libro di scrittore esordiente in sconto e io lo compro” mi sono letto questa raccolta di racconti che avevo acquistato qualche tempo fa.
La raccolta si legge con leggerezza ed è abbastanza piacevole. I racconti sono tutti costruiti su un’idea di base, più o meno originale, e con una struttura narrativa semplice e corretta, che mostra una mano piuttosto sicura dell’autore.
(Che poi, di autore emergente o giovane non si può parlare, visto che ha pubblicato nel 1982 ed è di classe 1960)
Comunque, racconti carini.
(la copertina, invece, fa un po' cagare)
Le storie sono tutte di ambientazione italiana, con un elemento fantastico o surreale che le caratterizza e, quasi sempre, velate di una certa malinconia, che però non sfocia mai nella tristezza.
Per rendere l’idea di qualche racconto, lascio qualche sinossi:
Il “Club Privé” che dà il titolo alla raccolta è un bar dove si servono cocktails per far provare ai clienti emozioni ormai perdute come la paura o l’avidità.
In “Eterni ritorni”, brano di più ampio respiro che chiude la raccolta, si tratta il classico tema della casa stregata in cui le anime continuano a vivere, ma lo si fa con una scrittura delicata, a toni pastello, che lascia una piacevole malinconia, una volta chiuso il libro.
Negli altri racconti, sempre con toni surreali, si tratta eventualità come un’apocalisse che lascia sul pianeta solo “vecchi”, l’eventualità che l’ultimo Papa corrisponda con l’ultimo cristiano, la possibilità di clonare un essere umano dalle lacrime di una statua della Vergine.
Insomma, un’idea c’è sempre, ed eseguita in modo stilisticamente gradevole.
Tutto bene, quindi. Ma?
Eh, sì. Perché c’è un “ma” che mi rimane dentro, a fine lettura. Un “ma” da scrittore, non da lettore. Vi dirò, un “ma” piuttosto angosciante che recita più o meno così: “in questo libro ci sono delle idee carine, eseguite con onestà e scritte con eleganza, eppure, il libro non mi è “rimasto dentro”. Se mi chiedete un voto è 6 1/2, che reputo un buon voto, ma… insomma, come fare a dare di più?
Io che scrivo, e che ogni tanto cerco e (spero) trovo qualche idea carina. Io che cerco (e spero di essere vicino a trovare) una padronanza formale e una personalità stilistica nello scrivere queste idee. Ecco, come fare a non far sì che ciò che produco sia, semplicemente, gradevole. Come fare a far sì che resti dentro. Non è che c’è un limite invisibile ma invalicabile alla scrittura che resta dentro il lettore? un qualcosa del tipo o ce l’hai o non ce l’hai?”
Ecco, insomma. Mi sono fatto prendere da questo interrogativo.
E a dire il vero mi sono anche già dato la risposta: per saperlo, bisogna provare.
Inutile preoccuparsi oltre.

Club Privé e altri racconti

Di Piero Forlani
Editrice Clinamen
Pag.81 - € 12.40
ISBN: 88-8410-026-7

venerdì 6 luglio 2007

Epifanie di Ian Delacroix ***


Vi dirò: all’inizio ho fatto fatica.
Fatica perché il libro di Ian è tutt’altro che un diverstissement, e fatica perché, per goderlo appieno, bisogna essere in uno stato d’animo adatto, a metà strada tra il rilassato, il cupo, il riflessivo e l’impegnato.
E siccome non è sempre facile, leggere in queste condizioni, si corre il rischio di sottovalutarlo. Sono sicuro, infatti, che leggerlo così, tra i sedili di un treno o tra i bagnanti rumorosi, è un po’ come sprecarlo. Molto meglio prendersi il tempo che si merita ed essere pronti a sostenerla, la fatica che richiede.
Altra doverosa premessa, è che questo libro non è per tutti: potreste adorarlo, oppure trovarlo fastidioso e disturbante.
Dico questo perché, in questi cinque racconti che girano intorno alla città di Praga, le trame sono affogate nei colori e nelle vie, nell’angoscia e nell’oblio, nei simboli e nei misteri. Ecco perché è una fatica, iniziare la lettura, e ritrovarsi nei panni di un io narrante che per compiere due passi, nel corridoio che introduce alla porta di casa sua, bisogna perdersi in “alchemici vicoli…ancestrali figure…esotiche essenze…spauracchi e chimeriche sagome”.
Con un registro e un ritmo scuro, si rischia di provocare nel lettore la sensazione che si stia andando sopra le righe, che questo narratore che parla in prima persona sia poco spontaneo. C’è quasi il timore che nel suo proseguire, il libro, voglia privilegiare lo stile e il lusso lessicale, a scapito della sincerità e della scorrevolezza. Per fortuna questa sensazione, nel mio caso, si è dissipata già alla fine del primo racconto, quando, con un colpo di coda apprezzabile, l’autore è riuscito a proporre ottimamente il classico tema della “visione”.
E una volta affrontato questo rischio e superata questo inizio, le pagine scivolano tra le dita con leggerezza e, anche il fruscio che emettono pare essere misterioso, quanto l’aura che le stesse trasudano. I tre racconti centrali, infatti, sono un oscuro e delizioso gioco di incastri e di ossessioni, di misteri e di inquietudini, il tutto sorretto da trame semplici, ma valorizzate dai legami tra i personaggi.
Questo ruotare e intersecarsi attorno alla città di Praga, genera una pregevole ragnatela, in cui i personaggi si ritrovano da un racconto all’altro, vuoi come protagonisti, vuoi come fugaci comparse, così come si incontrano le stesse immagini, gli stessi luoghi. Particolarmente riuscito, e a mio avviso il migliore della raccolta, “la collana di unghie”, che raggiunge livelli di orrore e straniamento altissimi.
Meritano una particolare attenzione, anche se rischiano di non cogliere nel segno, i dialoghi tra le marionette Morte e Chimera, anche se sono proprio loro, alla fine, a tenere le fila dell’ultimo racconto, che offre una chiave di lettura per tutto ciò che lo precede.
Una menzione speciale, infine, per il legame tra “la collana di unghie” e il racconto che lo segue, “Rapsodia d’autunno”, davvero da applausi.

Concludo con un consiglio e una spiacevole ma doverosa constatazione.
Il consiglio è, per chi si avventurasse nei mondi del burattinaio Delacroix, di leggere le sue parole circondato dal silenzio, e lentamente, e se non è chiedere troppo, ad alta voce. Sarà un’esperienza unica.
La spiacevole constatazione riguarda il lato tecnico del libro, edito attraverso il print on demand attraverso lulu.com. Io l’ho cominciato in spiaggia, sotto il solo cocente, e il risultato è che le prime 20 pagine ora sono foglio volanti. In parte so che è dovuto al fatto che le parole dell’autore sono così evocative da tendere a scappare, portandosi dietro l’intera pagina; in parte però, temo vi sia lo zampino della rilegatura, che non è troppo resistente allo scioglimento da sole .

Il libro lo potete ordinare qui, si paga con paypal o carta di credito, e vi arriva dalla Spagna in circa una settimana, ben impacchettato e in perfette condizioni, un paio d'euri di spedizione. Su lulu potete dare anche un'occhiata a qualche pagina, per capire com'è

Una recensione più professionale della mia la potete trovare qui.

Informazioni sull’autore sul suo myspace.

EPIFANIE
di Delacroix Ian
pagine 63
euro 6.60
edizioni lulu.com

giovedì 5 luglio 2007

Mucho Mojo di Joe R. Lansdale ****

A volte i giochi dell’editoria indispettiscono. Ti lasciano pensare che loro, i Grandi Editori, assieme a quegli altri, i cosiddetti Grandi Autori, stiano là, lontano, nascosti, a ridere e a prenderti in giro. E tu Piccolo Lettore non puoi fare molto, per sottrarti alle leggi di mercato.
Altre volte, invece, succede che queste leggi, per qualche gioco curioso, remino anche dalla tua parte.
Per ciò che riguarda Mucho Mojo, ex libro introvabile di Joe R. Lansdale della serie Hap e Leonard, siamo esattamente in questa situazione.
L’autore texano, conosciuto e apprezzato, che lascia spaziare la sua iperproduzione dal thriller al romanzo di formazione, passando per horror, noir, fantascienza, fumetti e arti marziali, pare, di recente, al centro di una contesa tra diversi editori (A due estremi l’Einaudi e la Fanucci, a fianco la BD editore). Ebbene, lasciando perdere queste beghe editoriali, l’insistere della Einaudi nella pubblicazione a ritroso dei romanzi che hanno per protagonisti Leonard Pine e Hap Collins, ci regala il tanto sospirato (dai fans) secondo capitolo della serie, ma primo vero e proprio lavoro degno di nota riguardo a questa sgangherata coppia di cacciatori di guai.

Mucho Mojo, già edito per l’Urania, era introvabile, in quella versione, e l’Einaudi, fa quel che di meglio poteva fare: lo ristampa in edizione Stile libero noir (come tutti gli altri, eccetto “Capitani Oltraggiosi, che è nella collana big) con una bella copertina in bianco e nero che invita subito ad entrare nel libro. Prezzo 12.50€ contro i 10€ medi degli altri capitoli della serie. Ma lo dico fin d’ora: soldi ben spesi.

Possiamo (finalmente) vedere completata tutta la serie degli Hap e Leonard, e per chi non li avesse mai letti, perché non cominciare leggerli in ordine: Una stagione selvaggia, Mucho Mojo, Il mambo degli orsi, Bad Chili, Rumble Tumble, Capitani Oltraggiosi.

Date tutte queste indicazioni per chi ancora Lansdale lo conosce poco, che dire di Mucho Mojo?
Sulla seconda di copertina le parole dello stesso autore, prese dall’introduzione, lo descrivono così: “Ecco uno dei miei libri preferiti torna disponibile in una nuova edizione. Queste sì che sono soddisfazioni. Se volete sapere come la penso, è il migliore dei sei romanzi di Hap e Leonard, e anche una sorta di omaggio al mio passato.” E se prima di leggerlo, queste, sembrano le tipiche parole di circostanza che potrebbero nascondere un velato “su dai, comprate anche questo”, dopo averlo letto si è molto, ma molto propensi a essere d’accordo con Joe.

Mucho mojo, termine intraducibile per dire “molta magia nera”, è un libro che dopo le prime schermaglie ti salta addosso e non ti molla più, con quella morsa che stringe il lettore e lo porta a divorare le pagine una dietro l’altra. È un thriller, se vogliamo, ma non nel senso tecnico del termine. Chi sia il cattivo lo si può intuire già a metà libro, ma non è la suspence la locomotiva che traina la lettura, bensì la scrittura di Joe, ricca di orrore e ironia, di frasi sboccate, di umorismo, di critica sociale al razzismo.

Forse non è, in quanto a scene clou, il miglior Hap e Leonard, ma è indubbiamente un libro riuscito per intero, e non a metà, come il suo predecessore. È un lavoro che non presenta parti deboli e che mostra tutte le carte migliori che Lansdale può giocare.

Per fornire una breve sinossi, ma proprio breve, basti sapere che Leonard eredita una casa da suo zio e vi si trasferisce, mentre Hap lo aiuta nei lavori. Da quel punto in poi, dopo la scoperta del cadavere di un bambino sotto il pavimento di casa, i due vengono travolti da un mistero agghiacciante che porta alla scomparsa di un adolescente di colore durante l’agosto di ogni anno. Tra cazzotti, sesso, incendi, battute e qualche cadavere, i nostri quasi eroi arriveranno alla soluzione. Una storiella, certo, ma ve la racconta un Lansdale in splendida forma! E questo , vedrete, vi basterà.


MUCHO MOJO

di Lansdale Joe R.
pagine 281 - € 12.50
Einaudi stile libero

mercoledì 4 luglio 2007

Editors - An end has a start

“Maturità” è la parola che mi viene in mente più spesso ascoltando questo secondo capitolo degli Editors. Forse fin troppo reclamizzati con il primo album, “The back door”, il quartetto di Birmingham è riuscito a non affondare, come non erano affondati i loro gemelli (sempre meno, a quanto pare) Interpol. Ovviamente non cambiano di granchè il registro e sembra sempre di stare di fronte a una piramide con i Joy Division in vetta e gli altri due più in basso. Quel che cambia, invece, con questo secondo disco, è una consapevolezza e una personalità nel proporsi, con i propri mezzi e il proprio modo di fare musica, che è assolutamente gradevole.

Premetto di non essere stato un grande estimatore del loro esordio: disco con qualche spunto interessante, per carità, ma che ho ascoltato un centesimo di volte di meno del parallelo “Antics” degli Interpol.

E di questo “An End As A Start” che dire? Paradossalmente, per un disco crepuscolare come questo, ci sono molte luci e poche ombre. Le canzoni si mantengono cupe, con la voce di Smith che è sempre fra l’epico e l’avvolgente, ma che a differenza del passato acquista sicurezza ed espressività, riuscendo a creare atmosfere davvero evocative.

Il piano fa la sua gradita comparsa e si fa sentire. Gli arrangiamenti sono più “rotondi” e le canzoni perdono in ruvidità. Ecco perché mi continua a venire in mente la parola “maturità”.

E per maturità non intendo svolta. Le chitarre sono sempre quelle, che pescano dagli eightis, dai primi Rem, e a tratti dai primi U2 (la chitarrina della titletrack su tutte, seguita dagli echi dentro a Bones), ma non lo fanno in modo noioso. Mai. Sia nelle ballate, che nei pezzi più tirati, si costruisce le canzoni su linee di basso che le trascinano, spingendole qua e là, e se già questo era un meccanismo rodato per le cavalcate epiche (infatti in quest’album il gioco riesce alla grande) si riesce a non farlo diventare noioso nelle ballate, che anzi, in chiusura di album offrono due immagini che creano davvero, soprattutto “Spiders”, un po’ meno la rarefatta “Well worn end”, delle ombre inquietanti.

Se poi ci si aggiunge un’apertura affidata al primo singolo che pare davvero ben lanciato sui canali veloci dell’heavy rotation video, e una serie di due o tre canzoni con un’energia che sarà gradita anche dall’orecchio poco attento (non voglio dire che ci sono un paio di pezzi piuttosto catchy, ma suvvia…ci sono, ci sono), insomma, davvero un buon secondo disco, che mi ha piacevolmente sorpreso ed è tra le cose che ascolto più volentieri, di recente. Consigliatissimo.

Carino anche il fatto che, senza troppe pare, questi giovanotti abbiamo lasciato ascoltare l'album sul loro myspace mentre sul loro sito si può ascoltare un bel pò di songs versione live.
Le mie preferite? “When anger shows”, seguita a ruota da quasi tutte le altre. Ripeto, non sarà un capolavoro, non avranno inventato niente, non cambierà la storia della musica, ma questo, è davvero un buon disco.

Album: As End As A Start
Anno: 2007
Sito ufficiale: www.editorsofficial.com
Line-up: Tom Smith (voce e chitarra), Chris Urbanowicz (chitarra), Ed Lay (batteria) e Russel Leetch (basso)

Tracce:
1. Smokers Outside The Hospital Doors
2. An End Has A Start
3. The Weight Of The World
4. Bones
5. When Anger Shows
6. The Racing Rats
7. Push Your Head Towards The Air
8. Escape The Nest

9. Spiders
10. Well Worn hand

martedì 3 luglio 2007

Red Hot Chili Peppers a Udine - 28 giugno 2007


Non si può dire che ci sia poco da dire, del cosiddetto ciclone Red Hot, nella piccola Udine. Ho lasciato passare un po’ di giorni, prima di buttare giù queste righe. Ho letto un po’ di opinioni, un po’ di critiche (un po’ tante, a dire il vero). Ho ascoltato un po’ di pareri. E scrivendo queste righe, in cui cercherò di essere obbiettivo, si agiterà ancora da qualche parte lo spirito del “fan che perdona”, assieme a quello del “fan deluso” e del “fan dei vecchi red hot”. Se in più ci aggiungete che in me alberga il “fan di john frusciante”, potete immaginare che fatica. Così ho deciso di non recensire, ma di raccontare, in scioltezza e senza tanti tecnicismi le contrastanti emozioni del concerto.

Andiamo per ordine.

In concerto era previsto per lo nove e quindici, ed è cominciato in ritardo di quasi tre quarti d’ora. E voi direte, “Embè, suvvia, quale buon concerto rock che si rispetti comincia puntuale”. E io dico, ok, certo. Il problema è che questi hanno suonato ieri sera a Belgrado (100.000anime), arrivano giusti giusti per cominciare a suonare (alle 17.00 all’aeroporto di Ronchi), e poi se ne vanno appena dopo l’ultima nota per essere a Monaco, dove suonano la sera successiva. Quindi, quando questo manipolo di negroni (nel senso di grossi omoni di colore, non dell’aperitivo) salgono sul palco alle venti e trenta circa, zompettando sudati come cavalli al palio di Siena, e cantando canzoni che parevano il dialetto carnico rivisitato (Yo ài il me gne stroon… yo o vuei pass the sute… ecc) Insomma, si capisce già che... non sarà mica che i Red Hot cominciano dopo e…. finiscono uguale?

Vabbè, insomma. Vedremo. Intanto i Whu tan clan (o come cavolo si scrive) fanno il loro show di eeee oooo, eeee oooo, e se ne vanno, facendo indovinate cosa? SALUTANO! E per questo sono già simpatici. Inutili, ma simpatici. Cosa c’entra l’hip hop con i Red Hot poi… Comunque, aspettiamo.

Sono in tribuna, il palco è lontano lontano, ma confido nei monitor (ci saranno i monitor oh? Penso, anche se vedo il palco così scarno…) e confido anche che gli Amici Californiani mi smentiscano sulle mie aspettative.

Sì, perché di aspettative, lo confesso, non ne ho molte, sia perché dal vivo, so che non sono proprio….come su disco, sia perché, inutile negarlo, da quest’ultimo doppio album a malapena si riusciva a farne uno, di album, e neppure così buono. Quello che spero è uno spettacolo gradevole, qualche emozione con i vecchi pezzi, magari quelli vecchi vecchi che non fanno mai, che riescano a dare un senso alle canzoni un po’ noiosette di Stadium Arcadium e che, insomma, il giorno dopo potessi dire “IO C’ERO”, con quel misto di (s)fighetteria da fan dell’ultima ora.

E poi, cavolo, per me i Red Hot resteranno sempre quelli di Blood Sugar Sex Magic, e con quel credito potranno farne altri cinque di doppi album mediocri, prima che li rinneghi. Un tipico caso di “Vi sarò sempre debitore”

[intervento del fan che perdona: e non dimenticarti che lì dentro c’è il tuo bassista e il tuo chitarrista preferiti o quasi]

Se poi ci aggiungiamo che i Red Hot si sono trasformati in quelli che mi hanno inciso uno degli album con dentro più singoli e che più ha girato nella mia autoradio di giovinotto (Californication) e che By the way mi ha fatto cantare per un’estate intera… Insomma, dai, sono un po’ di parte.

Comunque eccoli che arrivano. Si spengono le luci, tacciono le voci, e nel buio senti il Frusciante che accorda la sua chitarra, con la scusa di un intro. Il suono non è al massimo, per i primi pezzi, però è il pezzo di concerto migliore. Non mi pareva vero di sentire un suono così pieno e di vederli così in forma. Una, due, tre canzoni, con Under the bridge liquidata subitissimo come a dire (che palle suonare sempre 'sta canzone che ci esce dalle orecchie, e che palle i vostri "ooohhh" come se avessimo fatto solo quella, però dobbiamo suonarla sennò ci linciate e allora che la togliamo subito dalle scatole). E io ho apprezzato davvero che la liquidassero così presto Under the bridge.

Prima micro pausa per cambio chitarra e riesco a pensare che il palco è davvero un po’ scarno (infatti l’hanno montato a metà per far prima a smontare (?), si scoprirà dopo). E scoprirò dopo che a me è andata più che bene, per l’acustica, perché quelli del prato erano messi molto peggio, non vedevano (schermi troppo bassi) e non sentivano (bassi troppo alti) bene. Yeah!

Ma torniamo al concerto. Ecco la scaletta. Originale. La riconoscete la scrittura? Quella di BSSM. Da brividi, vero? Comunque, alla faccia di chi potrebbe ipotizzare che fosse il pubblico ad averli smonati. La scaletta è lì, e l’hanno rispettata al millimetro. Certo, due o tre jam tra Frusciante e Flea (Flea, un grande, unico!) Un solo di basso da pochi secondi e mille note, uno di drums a inizio bis (niente di che) e un irritante (e diciamolo che era irritante, cazzo! Con tutto il bene che voglio al Frusciante) falsetto che precede Snow (ballata riabilitata un po’ dal live e dalla ritmica più serrata).

Praticamente il concerto finisce qui. Da qui in poi sono spompi, la gente sbadiglia sulle canzoni nuove che non riescono a decollare e anche una dignitosa “so much T” e una travolgente (Josh Klinghoffer ha fatto una fugace comparsa) Hump de Bump non riescono a farsi valere. La steccona finale di Kiedis durante by the way sa quasi di resa.

Brevissima pausa con io che mi chiedo se questo è solo un cambio strumenti e invece no, è proprio finito e manca solo il bis. Beh, mi dico, sarà un lungo bis…macchè, invece è un bis allungato. Chad solo e poi Flea alla tromba… ma… stiamo facendo di tutto per non far cantare Anthony o sbaglio? Così pare, visto che era parecchio malmesso con la gola (voci di corridoio, ovviamente).

Comunque le due canzoni dopo la tromba sono state le migliori. Almeno per me, anche se le hanno capite in dodici(mila): “I could have lied” e “Sir Psycho sexy” con brevissima conclusione lampo con “They are Red Hot”. Punto.

Tutti lì ad ascoltare il prossimo pezzo. Tutti lì che non si capisce dove sono andati, cambiano gli strumenti? Bevono? Che fanno? E loro sapete che fanno? Salgono in macchina, e prima ancora di un paio di minuti sono già fuori dallo stadio. Il DeeJay attacca la musica…. (premesso che questo lo si vedeva dalla tribuna, e quelli del prato, quelli veri, quelli che erano allo stadio dalle cinque di mattina con qualche migliaio di km sulle spalle, ecco, quelli lì, quelli del prato, non hanno mica capito che se n'erano già andati?). E allora?

Fischi! E vorrei ben vedere. Sono tutti ancora sul prato, che non capiscono. E quando riaccendono le luci che vuoi che facciano se non fischiare. C’era gente che si è fatto giorni di viaggio, e ha speso.

Eppure vi dico che ci voleva veramente, veramente poco, per lasciare un ricordo migliore. Sarebbe bastata una canzone o due in più. Qualcosa per accontentare. Una qualunque da dare in pasto al popolino dei fan, me compreso. Una Around the word, una Californication, una Power to equality, una Give it away, una Soul to squeeze, una Scar Tissue… ma forse molti si sarebbero accontentati di una Tell me baby, con cui l’heavy rotation ci ha ammorbato le orecchie di recente, di una Especially in Michigan (l'unica canzone decente di Stadium Arcadium) o di qualunque altra cosa che precedesse un saluto, un ciao, un semplice inchino, anche uno sputo. A mio avviso è qui l’essenza del concerto.

Salutare il pubblico voleva dire qualcosa di questo genere: Ragazzi, siamo cotti, siamo alla fine del tour, Anthony perde pezzi di corde vocali ogni tre note e Frusciante fa assoli che vanno per conto suo e non cè una chitarra che lo soddisfi, ieri eravamo non sappiamo dove, domani saremo chissà dove. Le striscie erano finite, e la birra non ci piace più e non abbiamo più vent'anni. Ci abbiamo provato e abbiamo fatto quello che potevamo. Peace love and see you next!

Non salutare invece, è sembrato qualcosa di questo tipo: Udine? Ma che città è Udine? Avete qualcosa che conta qui? Nemmeno c’è Mtv a riprenderci, quindi anche se non siamo al massimo qua vi accontentate noh? E poi su, voi burini, vi basti dire di aver visto i Red Hot. Come dite? Unica data italiana? Venite da tutta Italia, nonché dall’Austria, dalla Slovenia e dalla Croazia? Embè, che paesi sono? Noi i concertoni li abbiamo già fatti a Milano…Quindi ora scappiamo che abbiamo sonno. E si, lo sappiamo che stiamo facendo i furbi, ma tanto...

Insomma… certo, è tutta questione di aspettative ed è tutto discutibile. Certe cose però non sono discutibili. La bravura di quei tre musicisti là, quella no, è indiscussa e indiscutibile. Ma nemmeno il rispetto e l’educazione, lo sono, non possono mancare. Perché un concerto è uno scambio di emozioni, non di biglietto contro show. E io, in questo piccolo concerto, di scambi tra pubblico e Red Hot, non ne ho visti molti.

lunedì 2 luglio 2007

L'ORRORE DIETRO L'ANGOLO - AAVV


Per parlarvi di quest’antologia, essendo il mio un parere di parte, ho deciso di dare spazio a due voci. La prima è quella del mio amico CieloStellato, un tipo istintivo e sempre pronto all’entusiasmo (anche se non al facile entusiasmo). Il secondo parere è quello di NeroStellato, un tipo un po’ pignolo e di gusti difficili, difficilmente corruttibile.

Vi riporto un estratto i loro pareri

CieloStellato. Ho letto quest’antologia tutta d’un fiato, nel giro di un paio di giorni. A partire dalla copertina, che mi ha subito catturato, e dai disegni all’inizio di ogni racconto, che riuscivano a dare un appoggio visivo alla lettura, prima ancora che lo facessero le parole. Quasi tutti i racconti mi sono piaciuti, anche se ovviamente qualcuno più di altri. Se dovessi fare una classifica, li dividerei in tre parti: 3-4 racconti sopra la media, che denotano del mestiere e che hanno l’indubbia qualità di piacere e generare emozioni, aldilà dei gusti personale. Chiamiamoli pure racconti belli tout-cour. Altri 5-6 racconti decisamente gradevoli, che seppur non essendo capolavori sono ben scritti e godibilissimi. Infine ci sono alcuni racconti sufficienti, che vuoi per qualche ingenuità, vuoi per una debolezza intrinseca, si fanno ricordare meno di altri, ma sono un completamento degno all’antologia.

Dell’antologia in sé che dire? Indubbiamente che presenta due pregi complessivi notevoli. Il primo riguarda il suo proposito stesso d’esistenza, che le dà il titolo: L’orrore dietro l’angolo. Personaggi e situazioni che prendono spunto dal fantastico che può abitare la porta accanto, e che davvero riescono a dare uno spaccato di orrore italiano, e non solo di “orrore scritto da italiani”.

Secondo grosso pregio, l’aver tenuto fede a una linea Horror, nel senso cupo, fantastico e angosciante del termine. In questo modo si riesce a dare un’ambientazione italiana a molti dei soggetti orrifici classici: vampiri, streghe, fantasmi, mostri, oggetti magici, eventi inspiegabili, licantropi… Evitando di scivolare nel noir o nella fantascienza, nel mainstream o nella prose poem, nell’ironia o nello splatter. C’è una sorta di eleganza, in questo, ed è figlia di un lavoro crudele, ma sapiente, del curatore iniziale dell’antologia, nonché webmaster di scheletri.com.

Ed è proprio dietro l’angolo di scheletri.com che nasce quest’orrore, e dai forumisti di scheletri e dalla fiducia della Magnetica Edizioni, che ha creduto nell’iniziativa.

In conclusione, si potrebbe anche storcere il naso su una mancata introduzione o brevi parole degli autori (per altro per oltre metà, orbitanti nell’area web scheletri.com e latelanera.com), o su qualche ingenuità di qualche racconto o qualche imprecisione dell’editing, ma ricordiamoci che siamo di fronte a una “raccolta di racconti di scrittori esordienti” (l’oggetto più snobbato e al tempo stesso più inflazionato dall’editoria) e per di più di un genere che riscuote successo solo nelle sue costole, ma non certo nella sua colonna vertebrale (quel che vende è il noir-horror, il love-horror, adventure-horror, il mainstream-horror, il romanzo di formazione horror, ecc.…). Siamo quindi di fronte a un libro che è una nicchia nella nicchia, ed è per questo che è lecito assolvere i pochi difetti ed enfatizzarne i pregi. È un libro valido: professionale, piacevole, accattivante e, soprattutto, horror!

E ultima cosa, molti dei nomi che compaiono in quest’indice, compariranno, senz’ombra di dubbio, sugli scaffali di qualche libreria, tra qualche tempo.

Un voto? 7! Senza esitazione.

- - - - - - - - - - - - -- - - - - - - - - - -

NeroStellato: Ho letto di sfuggita le parole entusiaste del mio amico, e certo, vi sono alcuni punti che non posso ritrattare. Che questo sia horror italico, e che l’antologia, nella sua quasi intierezza, veleggi tra figure, personaggi, leggende, emozioni e immagini decisamente italiane (e non italianizzate) è un dato di fatto.

Così come è abbastanza visibile che molti di questi racconti non provengono da penne esordienti, ma da penne che godono di uno stile narrativo personale e ormai consolidato.

È altrettanto innegabile, credo, che non siamo di fronte a nessun racconto trascendentale, o comunque che riesca a coniugare alla perfezione stile narrativo, originalità del contenuto e struttura del racconto. Ci sono racconti con un ottimo climax e un buono stile narrativo, che però si limitano a mescolare le classiche tematiche horror; altri brani, invece, si dilettano in apprezzabili esperimenti nello stile, giocando su idee classiche e poche innovative; altri ancora, ahiloro, sprecano spunti interessanti con uno stile che è ancora ingenuo o, semplicemente, acerbo. Tutto questo non è una critica, ma una semplice constatazione. Per altro, nonostante ciò, la qualità dei racconti non scade mai nell’insufficienza e non delude il lettore. Un contributo maggiore, nella frangia di racconti che tradiscono maggiormente il loro essere opera di autori “esordienti” poteva forse venire da un intervento più deciso in sede di editing, senza ovviamente snaturare le opere.

Sempre nel passaggio concorso-antologia cartacea, si possono ravvisare alcune altre incertezze, che pur non svilendo il prodotto, sono aspetti che un lettore accorto nota, e che, di solito, tendono a dare alle antologie un aspetto di “artigianato” che non giova.

Mi riferisco soprattutto alla formattazione dei racconti che vede nei dialoghi un continuo balzare dal trattino (breve o lungo) alle virgolette; lo stesso dicasio per qualche errore di troppo in battitura e d’interlinea. Pare quasi che ogni racconto riporti, nelle righe, l’ombra del suo autore, cosa che invece dovrebbe restare, “tra” le righe. Un successivo appunto si potrebbe porre anche nella disposizione e nella selezione dei racconti. Riguardo alla disposizione, essendoci effettivamente racconti più o meno validi e più o meno d’impatto, si sarebbe potuto iniziare con un racconto che abbia un intro più accattivante e non sia scritto in corsivo (perché mai, poi, quel vezzo?), seguito da un altro racconto che comunque sia un pezzo forte, così come dovrebbe esserlo il finale. Ci sono poi tre racconti più complessi che, almeno per un paio d’essi, soffrono eccessivamente il limite imposto di 2000parole. Ma il limite è stato imposto per il concorso, e il libro deve mirare alla sua bellezza e comprensibilità tout-cour. Ecco che per questi due (soprattutto due, secondo me) racconti si sarebbe potuto ricontattare gli autori e nel caso vi fosse stata una versione (leggermente) più ampia, ma più leggibile… beh, perché no. Insomma, per l’editing, rispetto a ogni autore (emergente e non) vale il famoso proverbio: “fidarsi è bene, …).

Per concludere, tirando le somme e, soprattutto, ripensando alla lettura, se dovessi dare un voto, beh, un 7-, il meno ovviamente, è d’incoraggiamento.

- - - - - - - - - - - - -- - - - - - - - - - -

Bene. Tocca a me. Dopo aver ascoltato i miei due simpatici amici, che dire? Hanno già detto di tutto di più. Posso solo segnalarvi alcuni dei racconti che mi sono piaciuti maggiormente, anche per rendere l’idea di quello che l’antologia contiene.


Fiat Revenge: racconto che fonde l’orrore dell’automutilazione, i misteri dell’automobile e la psiche (deviata?) di un personaggio davvero inquietante, inserito in uno spaccato d’italianità davvero nostrana.

Zuppa di cicerchia: Il tema del fantasma e del mistero, del nuovo che cerca di vincere l’antico. Un tema classico, però scritto davvero bene. Una scena descritta magistralmente.


Scarpe nuove: i racconti venati di sociale di solito non mi piacciono. E qui ci sono le famose scarpe “Pike”, cucite dai piccoli bimbi asiatici. Ma questo mette quasi subito in campo una figura così orrenda che dopo la sua descrizione il racconto ti conquista e non ti molla più.

Il nonno di Marco: un’idea originalissima per un racconto stretto nelle duemila parole. Una rilettura fantastica della torre pendente più famosa d’italia. Anche schiacciato è tra i miei preferiti.

In seconda battuta mi sono piaciuti molto, soprattutti per alcuni passaggi, Gemma dormiente, Tra le gambe del tempo, i quadri di sofia e Asualea, Dormono nei boschi profondi a questo lo dico a beneficio degli autori.

Il racconto sui vampiri (sotto la superficie) “E da lassù vi vedrò crescere” sono altri due che, secondo me, avevano bisogno di più respiro. Ma sono due interessanti spunti, così come interessante era il mostro sotterraneo di “Pioggia, fango, sangue…”

Per ciò che riguarda il mio, era un racconto su cui mi sono impegnato parecchio, (e ringrazio Valchiria e BlackBaron per gli aiuti e consigli). Mi sono impegnato parecchio, perchè era una sorta di regalo al sito. Ci tenevo a che fosse qualcosa di strano, anche se comprendo che non è esattamente molto godibile alla lettura. Però alla fine ne sono soddisfatto.

Insomma, la cosa piacevole è che i racconti, me li ricordo quasi tutti, il che è la miglior qualità che un'antologia può avere. Quindi mi associo a NeroStellato e CieloStellato. Voto 7 :)