venerdì 28 settembre 2007

La canzone che ha il mio tempo

Premettendo che le canzoni che emozionano, per stati d'animo e sentire, cambiano a seconda dei momenti della propria vita e della giornata, mi è capitato di fare questa riflessione, nel forum scheletrico:
C'è sicuramente una canzone che, anche a distanza di anni, fa pensare al proprio tempo, al proprio ritmo, al proprio modo di vivere. Una canzone che sembra dirti: "ecco, tu vivi così" o, meglio ancora, ci fa dire: "ecco, io sono così, come il ritmo di questa canzone."
Una specie di colonna sonora della propria natura, e non del proprio stato d'animo. E la natura, si sa, cambia molto meno.
Voi ce l'avete, una canzone così?
La mia è una canzone di un gruppo un po' sfigato di epigoni degli Stone Temple Pilots e della risacca post-grunge in generale. Si chiamano Sponge, la canzone è Plowed, del 1994, e il video lo potete trovare qui sul tubo.
Ho scoperto, tra l'altro, che sono ancora vivi e in attività, ma non è questo che conta. Non è che questa sia una grande canzone o una canzone che ha fatto storia. Anzi, tutt'altro.
Però è ascoltandone il primo minuto e mezzo che ho pensato: "Ecco, io vivo così".

Un saluto a tutti e buon fine settimana

P.s.
Se c'è qualcuno in ascolto che mi dà rapide istruzioni, come faccio a fare come tutti gli sfigati blogger di questa terra e inserire un video del tubo direttamente nel post? Non ho tempo per pensarci.

giovedì 27 settembre 2007

Libera nos a Malo di Luigi Meneghello****


Ci sono libri che consigliano. Che a forza di sentirli citare da altri (scrittori e non scrittori) e sentirti dire che sono libri “che bisogna leggere”, prima o poi ci si decide a comprare, soprattutto se in super sconto come è capitato a me con questo. Poi può capitare che li leggi oppure no, può capitare che confermino la loro fama oppure no. Che piacciano, oppure no.
Nel caso di Libera nos a Malo mi è successo tutto questo: l’ho comprato, l’ho letto, ha confermato la sua fama e mi è pure piaciuto! Ricordo che la prima volta che lo sentii citare fu tanti anni fa, ai tempi di city di Baricco, quando portava in giro per i teatri uno spettacolo fatto di letture e recitazione (Assieme a Meneghello ricordo che “ce l’aveva” con Celine, Melville e con non ricordo chi altri).
Ebbene, a distanza di tutto quel tempo, eccomi che l’ho letto, e devo dire che lo spocchioso Baricco aveva tutte le ragioni di incensarlo. Libera nos a Malo è un capolavoro, basta saperlo cogliere e apprezzare per la sua natura di opera più vicina al saggio, che all’opera di narrativa.
Già il titolo è un manifesto. Malo è il piccolo paese natale dell’autore, e parafrasando i versi del padre nostro (e non la canzone di Ligabue, eh) si mette subito in chiaro l’ironia che permea tutto il libro.
Meneghello non fa nient’altro che raccontarsi (e raccontarci) la sua Malo. Il suo piccolo paese colto ai tempi della sua infanzia e giovinezza, all’inizio del secolo scorso. Ci parla di come si viveva, di come si passava il tempo, si lavorava, si giocava, si amava e si moriva in quel piccolo borgo appeso alla montagna.
E voi direte, tutto qua? No, assolutamente no. Meneghello non parla soltanto del suo paese, ma ne cristallizza gli stati in un luogo che è sì Malo, ma è anche il paese dei nostri nonni e dei nostri genitori, e per chi, come me, ha passato i –enta, è anche il paese della primissima infanzia. Quando si parla della “compagnia di amici”, dei giochi, del modo di lavorare, della guerra, chiunque legga questo libro si ritrova immerso completamente nell’atmosfera del nipotino in braccio al nonno, che ascolta le sue storie. E sono due gli elementi che utilizza per avvolgere completamente la memoria del lettore.
Il primo è il dialetto. Questo è un libro imperdibile per chiunque ami il dialetto e ne difenda le sorti. In un passaggio stupendo, all’inizio del libro, Meneghello riesce a spiegare come certe parole, imparate in dialetto, hanno un significato puro, assoluto, inesprimibile da qualunque altra traduzione successiva. Il dialetto è la parola vera, e credo che solo uno che lo parla e lo ha imparato da piccolo possa cogliere il significato profondo di quello che l’autore intendeva. E vi confesso che dopo aver letto “Libera nos a malo” mi è venuta voglia di difendere a spada tratta l’utilizzo del friulano. E non per motivi giustificabili di amore per le lingue, ma per un motivo molto più metafisico, che è la perdita della verità. Il dialetto esprime, o esprimeva “il vero”.
Il secondo elemento è l’ironia. Tutto viene narrato con leggerezza, guardato attraverso la lente del tempo e del relativo disincanto. Non c’è quasi mai tristezza. Si ride. Si ride spesso e spesso si sorride. E si sospira, pensando alla purezza dei tempi senza tv e telefonini.
Ci sarebbe da parlare per ore, ma forse è sufficiente dire che questo libro è davvero magnifico.
L’unica avvertenza è quella di non aspettarsi un racconto. Non c’è una storia, ci sono fasi, momenti, periodi, ma non una trama. A volte è un libro faticoso, per i molti riferimenti dialettali (per altro spiegati in appendice) e per il contesto popolarissimo, che non tutti conoscono. Credo, in fin dei conti, sia un libro meno adatto per chi è nato e vissuto in città. Un bambino di paese se lo gode, inevitabilmente, di più.

Libera nos a Malo – Meneghello Luigi – 1963
Edizione Bur
Pagg. 282 - € 7.00
ISBN: 88-17-00965-2


mercoledì 26 settembre 2007

Marlene Kuntz - Uno

E' ufficiale. L'album dei Marlene mi piace!
E giungo a questa conclusione dopo una settimana o poco meno di ascolti. Lo so, ho detto che dei dischi non si parla presto, che devono decantare e vanno ascoltati un po'. Che bisogna vedere come resistono alla risacca del tempo, degli stati d'animo e degli ascolti successivi.
Ma io vi conosco, se siete come me.
Come Cristiano stesso dice nella sua Casasonica, siete di quelli legati a Catartica e a quello spirito dei Marlene. A quelle quattro canzoni con cui si è stabilito un legame indissolubile con i fan (che brutta parola): Festa Mesta, Lieve, Sonica e soprattutto Nuotando nell'aria. Ok, lo confesso, ero e sono uno di quelli. E se anche voi siete di quelli, probabilmente avete guardato in tralice gli album come Bianco Sporco e Senza Peso, per non parlare della svolta che ha scisso il gruppo con quella mielatissima fusione commerciale con skin (commerciale, altra brutta parola). Comunque, dicevo, se siete così, se lo avete già sbirciato sugli scaffali, Uno, e vi state chiedendo se non sia il caso di smettere e di arrendersi e, quindi, di non comprarlo; ecco, se siete in questa situazione, è bene che ve ne parli subito. Per dirvi che sì, potete comprarlo, anzi, dovete comprarlo, ma a un patto, che sappiate cogliere questo nuovo album dei Marlene come la fine di un percorso ben preciso, un'evoluzione, bella o brutta che sia.
Perchè nella vita non si può affrontare tutto allo stesso modo. Ed è inutile ascoltare il nuovo Marlene cercando di cogliervi quella rabbia poetica e "sonica" dei primi dischi. Se si vuole incontrare quello stato d'animo sono altri i dischi da cercare (e non chiedetemi quali, che proprio non saprei!) . Insomma, mi sto dilungando solo per dire che credo che questo disco sia un buon lavoro, se si entra nella logica di lungo termine dei MK. I Marlene sono questi, adesso, e hanno ancora parecchio da dire, anche se lo dicono facendo meno rumore.
Poi del disco non serve che vi parli io. Tutta la rete è piena di informazioni, Uno la potete ascoltare sul loro Myspace, e si spenderanno un sacco di altre parole e recensioni molto più tecniche delle mie.
Io vi posso solo dire che ci sono canzoni che più ascolto e più scopro. E canzoni che quasi da subito mi si sono appiccicate addosso e non si staccano più. (E attenzione, al primo ascolto avevo storto il naso e non mi aveva detto niente, 'sto disco).
Ci sono grandi testi e fa scintille la capacità di Cristiano di farti scoprire parole. Ve ne posso elencare almeno 50 che conoscete ma non usate e che sono parole bellissime, sono le parole che fanno dell'italiano la lingua splendida che è. Qualche esempio? Uggia, rammarico, sciupare, onta, ossequio, bramosie, vezzoso e non serve che continui.
Vi potrei dire del librettino degli scrittori (questo sì che lotta contro lo scaricamento da Mulo!!), vi potrei dire del pianoforte di Conte e di molti altri cosidetti guest star, ma vi rovino solo la sorpresa.
La mia preferita per ora è fantasmi, e credo lo rimarrà, ma anche Musa (certo, un pò lecchina), 111, La ballata dell'ignavo e la stessa nabokoviana titletrack, sono davvero ottime prove.
Insomma, ho parlato anche troppo; questo è un ottimo disco, punto. Basta saperlo prendere!


Tracce:
01. Canto
02. Musa
03. 111
04. Canzone ecologica
05. Fantasmi
06. La ballata dell’ignavo
07. Abbracciami
08. Sapore di miele
09. Canzone sensuale
10. Negli abissi fra i palpiti
11. Stato d’animo
12. Uno

lunedì 24 settembre 2007

Me parlare bello un giorno di D. Sedaris***


Bisogna proprio che faccia uno sforzo e che ritorni a parlare di libri. Dei libri è sempre meglio parlarne subito. L'idea che si ha di loro degrada in poche settimane. Per alcuni, quelli molti belli, possono diventare mesi, per altri, si parla di pochi giorni.
In ogni caso è meglio che vi parli delle mie letture agostane, prima che quel che mi ricordo dei libri se lo porti via l'autunno, volando su una foglia accartocciata.
Questo libro di Sedaris (il secondo che leggo) ce l'ho sullo scaffale da un anno. Non mi aspettavo molto, lo confesso. Vuoi perchè l'altro suo lavoro che ho letto (Mi raccomando, tutti vestiti bene) non mi aveva impressionato granchè, vuoi perchè leggere, per me, vuol dire leggere storie, e i raccontini di Sedaris, più che storie, sono episodi.
Chiacchiere da bar tra persone intelligenti prima che la birra porti le volgarità, quando ancora l'intento è di far sorridere, e non quello di far schiattare i denti dalle risate, e quando ancora la battuta nasconde la riflessione e non è fine a sè stessa. Ecco, più o meno Sedaris mi dà questa sensazione.
Per capire bene a cosa andate incontro se vi capita di leggerlo va detto chi è, o meglio, che caratteristiche ha. David Sedaris (per lo meno da quello che emerge dai suoi libri) è un:
fumatore incallito
greco di natura, americano di nascita
ossessivo compulsivo
gay-issimo
drogato super (o per lo meno dice di esserlo stato)
timido (a volte)
bambino che ha avuto un sacco di traumi
insicuro
irriverente
individuo in continuo rapporto di amore odio con la propria famiglia, che per altro è stranissima.

Ecco, detto questo potete solo immaginare cosa fa: racconta sè stesso, probabilmente abbellendo ad hoc (o imbruttendo, dipende dai punti di vista) le vicende che racconta.
Ne esce una serie di quadretti, che a volte fanno schiattare dal ridere (come quando uno della famiglia aveva mollato uno stronzo galattico nel bagno e David ci era capitato subito dopo, e lo stronzo non voleva saperne di scendere nello scarico e...vi lascio immaginare) a volte fa sorridere e riflettere (come quando David, drogato più che mai, per tirar su due dollari, ha raccolto le sue immondizie di una settimana e le ha presentata a una mostra di arte concettuale e sono pure piaciute), a volte fa solo sorridere (come quando David, che aveva un difetto di pronuncia nella s, faceva impazzire la logopedista imparando tutti i sinonimi di parole con la s per non dirla).
Insomma, con le dovute distanze, a volta l'umorismo di Sedaris ricorda quello anti americano dei Simpson, mentre a volte è proprio definibile come "umorismo inglese".
Insomma può piacere anche moltissimo (a patto che abbiate una buona cultura "anti"americana e una sana conoscenza delle contraddizioni made in USA), ma può piacere anche poco, soprattutto se cercate la risata facile e riottosa del comico all'italiana. Insomma, se leggete frasi che lo indicano come autore comico di culto, ricordate che è un autore comico di culto "negli Usa", e non è la stessa cosa che esserlo da noi.

Titolo: Me parlare bello un giorno
Autore: David Sedaris
Edizione: Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
pagg. 269 - € 8.80
anno (c): 2000
ISBN: 88-04-54454-6

venerdì 21 settembre 2007

"Sand and glue" di I am Kloot

Lo so, lo so, questa settimana nemmeno di un libro ho parlato. Che vergogna. Ma recupererò a ottobre, su, non vi strappate i capelli. Vi mando ad ascoltare una canzone.
Una canzone degli I am kloot. Disco: God and Monster. Titolo: Sand and glue.
La dovete cercare perchè è bellissima. Un rock tranquillo con un bellissimo cambio di ritmo e sonorità che riportano indietro di quarant'anni. E una voce che merita.
A dire il vero tutto l'album è bello, e non ascoltate quelli che li paragonano ai king of convenience e a tutte quelle gente lì, d'oltremanica, che passa il tempo a piangersi addosso.

Comunque, da bravo scrittore in vitro, non vi lascio solo con queste quattro parole in croce sulla canzone, ma con un mini raccontino ispirato ad essa. Lo scrissi più di un anno fa, ed è meglio se non lo rileggo, sennò nemmeno lo posto. Sarà indubbiamente ingenuo, ma tant'è. Per crescere servono anche le radici piccole.
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SCATTI D’ANZIANITÀ

Non si invecchia ogni giorno. Si invecchia a un certo punto, un giorno ogni tanto, e anche se te l’aspetti non te ne accorgi mai, prima che accada. È come una canzone con un cambio di ritmo. Come la canzone che ascolto adesso. Questa degli I am Kloot. Traccia n. 9, si chiama, perché non ho avuto tempo per cercarmi i titoli, adesso che sono diventato grande.

Perché ora che la mia autoradio legge gli mp3 e le mie paure più sincere sono il dentista e l’autovelox, mi sono ammalato di tempo. Eppure ero tra quelli che pensavano di farcela, a trovare il tempo per tutto. Invece no. Non ho trovato nemmeno quello per cercare la copertina di questo cd, il titolo delle canzoni e magari il testo di quelle più belle, da tradurre e da cantare. Mi racconto continuamente la bugia che non è importante e che basta ascoltarla, una bella canzone. E che non serve il titolo, o avere in testa la faccia di chi canta.
Eppure so che non è vero. Che anche vedere le parole che si vergognano di riempire tutta la riga è parte della canzone. E l’amico che ti chiede “Chi sono questi?” è un'altra parte. E sapere quanti album ci sono e qual è il migliore è un altra parte ancora.

È che quando s'invecchia, lo si fa a scatti, per fotogrammi. Quello di oggi è fatto di un pallone nel portapacchi di una graziella, di un ragazzetto sui quattordici che pedala e dal sole sfrontato del primo pomeriggio. Ecco, questo è un vero scatto d’anzianità. Come un cambio di ritmo nella canzone che ascolto. Così accelero e accosto al ragazzetto. Apro il finestrino… e senza nessun motivo apparente gli grido “STRONZOOO!” e poi schizzo via sgommando e ridendo come un pazzo. Il fatto è che oggi ho deciso di invecchiare bene, come una canzone con un cambio di ritmo, e da qualche parte dovevo pur cominciare.

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Buon week end a tutti, e se qualcuno accosta con l'auto e vi grida stronzo, ora sapete perché. :)

giovedì 20 settembre 2007

Qualche parola dagli Otto Ohm

Ho tutti i libri delle mie vacanze estive di cui parlarvi, ma siccome sono belli ci voglio mettere un pò di attenzione, e quindi per un pò niente post libreschi. Mi diverto a rileggere qualche testo invece.
Ogni tanto ch'o la fissa di certe cose, che magari non sono chissà che o non fanno parte della mia natura. Una di queste sono gli Otto Ohm, gruppettone romano con all'attivo tre album e abbastanza conosciuto anche dal pubblico radiofonico.
Ogni tanto scrivono dei testi che sono delle minchiate pazzesche, ogni tanto invece hanno una poesia sottile, semplice quanto incisiva, facendoti riflettere, con qualche parola, alle piccole cose di ogni giorno. Solitamente gli riescono meglio i testi tristi, anche se su musica allegra. Ve ne lascio due, di cui all'epoca dell'album, mi sono follemente invaghito. (Erano anche belle canzoni, tra l'altro). Una la più conosciuta Fumodenso, l'altra è Senza di noi. Appartengono entrambi a Pseudostereo, che nonostante gli altri e bassi, secondo me resta il loro disco migliore. (2003)

Fumodenso

Tutto quello che amo scompare
Tra il farfugliare delle persone sole
Nel cercare di intuirne un labiale
Non torniamo più gli stessi dopo i tradimenti
La colonia estiva, l’apparecchio ai denti
Quelle piccole sfumature che possono entrare
Tra i nostri sorrisi e tutte le facce più scure
L’utilità di trovare qualcuno che dica ti amo
Senza mai guardarsi intorno e chiedersi cosa facciamo
Per godere dell’alba, del vento che abbraccia la vita
Il profumo dei tuoi capelli rende primavera
Quest’inverno le foglie non cadranno e tu non sarai sola
Nel cercare te stessa tra le note di una viola

Tutto quello che amo scompare
Tra un’ottima amica e una pessima madre
Nell’umbra setto l’ombrellone
La paura di restare soli, il futuro che incombe
Terrorizza chi riempie la sua vita con un niente
E magari ha trovato l’amore e l’ha scansato
Per far posto ad un’altra passione che Io fa sentire rinato
E paghiamo per sentirci uguali
A qualcuno che non ci somiglia mai

Per godere dell’alba, del vento che abbraccia la vita
Il profumo dei tuoi capelli rende primavera
Quest’inverno le foglie non cadranno e tu non sarai sola
Nel cercare te stessa tra le note di una viola

Fumodenso…

Senza di noi
La foga del ritorno degli ottanta
Le insipide mediocri invidie spinte dalla troppa insofferenza
L’arrivismo delle nuove segretarie, le smorfie del dottore
Il culo messo in mostra su di un cartellone
Facili sorrisi a pagamento, di madri compiacenti
Di professori pazzi che nessuno ascolterebbe
Perché ormai si sono persi
In tutte quelle cose che non hanno un senso ed è li che cresce
La voglia di rimanere soli
Di comperare un frigo nuovo
Di fare un figlio avere una famiglia
Di andare in Costa Rica e ritornare ancora
Soltanto per vedere se le cose vanno avanti… senza di noi

La paura del futuro ci deforma, ma ci fa tenere in forma
Sudiamo come pazzi in tute acriliche
E pedaliamo fermi immaginando degli alberi che scorrono
Intorno ad un paesaggio che abbia anche un profumo
Gli aspetti della vita
L’istinto di conservazione
Spingere all’estremo per non sentirti fiero
Tritare tutto quello che puoi fare, farti sentire zero
Per farti stare buono ad immaginare

La voglia di avere ammiratori
Di attraversare il mare su una tavola
Di stringere amicizie coi peggiori
Che ci sentiamo immuni da quello che c’è fuori
Vedere se le cose vanno avanti in questa voglia
Di fare coppia fissa di muovere le cose
Contare i passi e fondamentalmente borbottare
Su quello che succede
In un mondo che non ha sorprese è lecito
Dover improvvisare

martedì 18 settembre 2007

In giro per myspace music

E' da un pò che desideravo farlo. Myspace ha un bel po' di pregi e un bel po' di difetti, questo è ovvio. Molti dei suoi pregi però stanno nella parte musicale, dove si può ascoltare e conoscere un pò di cose, che tanto famose non sono.
Dicevo che era un pò che mi andave di scrivere questo post, in cui faccio un giro per i miei "amici" di myspace poco famosi e se c'è qualcosa che vale la pena di essere ascoltato lo linko. In fondo è un servizio che faccio a me stesso. Non più di qualche riga a testa.

Cominciamo da qualche gruppo nostrano. I Tapir gets angry li deve ascoltare chiunque sia o sia stato un fan degli Alice in Chains. Sono umili e rispettosi estimatori della Seattle Staleyana e sono molto, molto, molto professional! Delle tracce ascoltabili vi consiglio "So Confused"

Sempre restando in zona rock anni '90 i già recensiti e mezzi compaesani su questo blog Jar of Bones che già con il nome vi dicono molto. Suonano a Portogruaro il 28 per chi è in zona e in tema. Adesso sto ascoltando "Where to go", anche se quel guitar solo finale è un po' spocchioso eh :).

Sempre restando in ambito regionale, ma professional, per chi ama l'elettronica (ma elettronica rock eh) andate ad ascoltare Neon tuxedo dei La Monte e occhio al basso. La canzone e il disco hanno un tiro... Se vi capita pigliatelo 'sto disco!

Passando a un rock più duretto e metallico potete andare ad ascoltare i Fort. Magari questi sono anche famosi in Australia, ma io non li avevo mai sentiti. Non sono niente di che, intendiamoci, ma hanno energia. Adesso mi sto ascoltando "Falling from grace".

Poi se volete ascoltare uno che fino all'altro giorno aveva sottomano una chitarra e adesso si è messo a giocare con le pianole elettroniche della Chicco (deve aver capito che si cucca più in discoteca che nei festival rock) andate ad ascoltare Sundruthy 1.0. Indifferente quale canzone...provate e capirete perchè. Lo so, lo so, andrebbe preso a calci nei coglioni, ma è un amico e lo perdono.

Poi, ancora parlando di elettronica, dei giovanotti che veramente secondo me han le palle. Sono di Bassano e il progetto (si dice così, no) si chiama Phinx. Dite quel che volete ma a me, "Hypersonic T" fa ballare un casino. Alla facciaccia dei sofisticati Chemical :) . Poi le altre songs in effetti devono ancora crescere, ma hanno tempo.

Poi mi va di segnalare i Time Odissey che sono dei simpaticoni progressive che hanno parafrasato metallaramente parlando Vivaldi con una song dal nome "Vivaldi eletric winter" e dall'Oklahoma cosa pretendevate che uscisse se non qualcosa di simile :)

Poi mi sono piaciuti questi qua. Gli Emoglobe. Non so a che punto siano con i loro progetti musicali ma la traccia che da il titolo all'album Kill me è più che discreta e le altre hanno un certo spessore seppur nella varietà. Dategli un orecchio, se vi va.


Onestamente direi basta per oggi. Ho prestato troppe orecchie e ora torno a fare cose serie... tipo mangiare.

Un pizzico di Capossela

Quando non ho tempo di aggiornare il blog, ho detto, ci piazzo un testo. Oggi il tempo forse ce l'avrei, ma piove, e non è che hai sempre voglia di parlare delle cose stando attendo a dirle bene.
Allora magari è bello, scrivere e leggere una canzone. Scrivere un testo ha quest'ottica: che qualcuno cerchi qualcosa per te. Quando trovo una frase, un testo, una poesia, estrapolata da un certo contesto e resa visibile, allora c'è qualcuno che ha cercato qualcosa per me.
Oggi ho cercato Capossela. Il suo libro, lo devo ancora riuscire a leggere, il suo cd ultimo, lo devo ancora metabolizzare. Capossela è faticoso, non c'è dubbio. Ma le parole, lui le ha tutte addosso, dentro. Perchè ci sono quelli, come me per esempio, che le parole le tengono in borsa, nelle tasche o comunque fuori. Lui è uno che le tiene dentro. E non è cosa da tutti.

MORNA


Nel cielo di cenere affonda
il giorno dentro l'onda
sull'orlo della sera
temo sparirmi anch'io nell'ombra
la notte che viene è un'orchestra
di lucciole e ginestra
tra echi di brindisi e fuochi
vedovo di te
sempre solo sempre a parte abbandonato
quanto più mi allontano lei ritorna
nella pena di una morna

e sull'amore che sento soffia caldo un lamento
e viene dal buio e dal mar
e quant'è grande la notte e il pensiero tuo dentro
nascosto nel buio e nel mar
grido non più
immaginare ancor
tanto qui c'è soltanto vento
e parole di allora

il vento della sera sarà
che bagna e poi s'asciuga
e labbra che ricordano e voce
e carne che si scuote sarà
sarà l'assenza che m'innamora
come m'innamorò
tristezza che non viene da sola
e non viene da ora
ma si nutre e si copre dei giorni
passati in malaora
quando è sprecata la vita
una volta
è sprecata in ogni dove

e sull'amore che sento soffia caldo un lamento
e viene dal buio e dal mar
e quant'è grande la notte e il pensiero tuo dentro
nascosto nel buio e nel mar
grido non più
immaginare ancor
quel che tanto è soltanto
vento e rimpianto di allora

il vento della sera sarà
che bagna e poi s'asciuga
e ancora musica e sorriso sarà
e cuore che non tace
la schiuma dei miei giorni sarà
che si gonfia e poi si spuma
sarà l'anima che torna

nella festa di una morna

lunedì 17 settembre 2007

Come scrivere un breve racconto horror



Visto che il 31 ottobre scade il concorso di narrativa breve horror più figo del web e che tutti si staranno chiedendo:
"Ma come si fa a vincere il concorso più figo del web?"

Ecco, allora vi lascio un breve vademecum, praticamente privo di qualsiasi utilità, ma fatto di consigli che mi ero segnato lo scorso anno e che mi ero ripromesso di leggere quest'anno, prima di scrivere il mio "300parole". Ovviamente, se non mi ubbidite, peggio per voi, ma se non partecipate al concorso più figo del web, beh... Shame of you! :D

UN BUON TRECENTO PAROLE

Punto numero 1: l’idea.
Non esiste un buon 300parole senza una buona idea di fondo. Il linea di massima mi sono accorto che più il filone è sfruttato (leggi vampiri-zombi-licantropi) più è difficile trovare una buona idea. Ancora più difficile, se non impossibile, trovare un’idea geniale. Sta di fatto che ho trovato davvero poco digeribili i racconti che non avevano un’idea, ma si limitavano alla descrizione di un fatto, di uno stato d’animo, di una scena. Un’idea è necessaria. Che poi sia originale o meno è tutto piuttosto soggettivo, ma l’idea è il core business del racconto. Quindi, il punto numero uno si può riassumere così: Niente idea = niente racconto (o quasi).


Punto numero 2: la forma narrativa
E come forma intendo un duplice aspetto: la correttezza e la forma narrativa. Non è plausibile pensare che in trecento parole vi siano degli errori sintattico-grammaticali. Un trecento parole dev’essere “pulito”. Un conto sono i termini impropri che “fanno stile” o possono dare “personalità” al racconto, un conto sono gli errori. Non ci devono essere, mai.
Il secondo aspetto riguardante la forma è relativo alla narrazione e al registro da utilizzare. Una buona idea può essere esaltata o penalizzata dal “come” è raccontata. Prima, seconda o terza persona? Dialoghi o no? Registro elevato, Antico? Colloquiale? Con sorpresa finale? Narrazione lineare o con inversioni dei fatti? Insomma, è opportuno non sprecare una buona idea cominciando a scrivere e basta. Personalmente ho fatto questo errore, e non intendo rifarlo. trecento parole sono poche, e non costa molto, una volta pensato il racconto, provare a scriverlo in sia in prima persona, sia in terza; oppure in un registro colloquiale e in uno più serio. Insomma, ci si deve spendere sopra del tempo. La conclusione è più o meno questa: Non sempre la miglior versione è la prima che si scrive.

Punto 3: l’idea che si capisce
Inutile avere una buona idea e scrivere divinamente se poi chi legge non capisce un piffero. Che l’idea si capisca. I racconti che dovevo rileggere perché troppo criptici o confusi mi sono subito stati sulle palle, quindi perché farsi del male, perché stare sulle palle a chi legge. Trecento parole non sono un libro, dove ci si può permettere il lusso di essere confusi o misteriosi. In così poche parole chiarezza = impatto. Poca chiarezza = noia o peggio ancora, fastidio. E se proprio non si riesce ad essere chiari, per quanto l'idea sia apprezzabile, vuol dire che trecento parole son troppo poche e potrebbe essere il caso di cambiare idea.

Punto 4: l’orrore intuito.
L’orrore, il raccapriccio, il terrore, se mai si riesce a generarli, non è certo attraverso descrizioni particolareggiate e pedanti di sangue, carne, ossa, vomito, urina, marciume, fetore, cadaveri, squarci, ecc. L’orrore quello che colpisce, quello che mi è rimasto, è quasi sempre dovuto a poche parole, pochi cenni, mentre il resto è tutto nella testa di chi legge. È un orrore che non viene sbattuto in faccia. Però ci dev'essere e dev'essere condiviso. Si scrive per chi legge e se chi scrive prova orrore per il minestrone, difficilmente sarà così anche per chi legge.

Punto 5: la scia di pensiero
I racconti brevi che lasciano maggiormente il segno sono quelli che lasciano un ricordo di sè che va oltre le righe. Che sorprendono o fanno riflettere. Non parlo di morale o pensieri colti, parlo di pensieri che restano, emozioni che ti lasciano addosso una scia di pensiero. Che dopo averli letti devi fermarti un attimo e non puoi continuare a leggere altro. Di solito la scia di pensiero è già dentro l’idea, ma non necessariamente, a volte è una frase, o un'immagine. A volte solo una parola. Credo sia la cosa più difficile da ottenere, perchè può capitare anche per caso o può proprio non arrivare mai, per quanto si la cerchi. Però cercarla è d'obbligo.

Punto 6: il titolo
Il titolo non può essere scelto a caso. Con trecento parole a disposizione il titolo è il dodicesimo giocatore in campo. E nel sceglierlo ci sono due possibilità: che il titolo sia interessante per conto suo, e ciò invogli il lettore a leggere, oppure che il titolo diventi fondamentale dopo la lettura, restando impresso, assieme al racconto, nella mente di chi legge. Ovviamente le due cose possono convivere, ma basta o una o l'altra. Se il racconto lo chiamiamo "il prato" o "lo zombi" allora è ovvio che siamo nella seconda categoria, e questo titolo si lascerà ricordare solo se veramente abbiamo un racconto che spacca ed è presentato al meglio da un titolo così semplice. Se invece vogliamo stupire, allora intitoliamo il racconto con qualche gioco di parole (che ne so, DraCulo, Licantroppo o Zombi in Zimbawe, possibilmente che facciano meno ridere) o qualche titolo lungo che non vuol dire niente, ma mette curiosità (tipo: il barattolo che oscillava a metà ramo). La cosa migliore, in ogni caso, è trovare un titolo che da solo basti a ricordare tutto il racconto.

Altro non mi viene in mente. I punti tra l'altro, sono anche in ordine di svolgimento.
Un saluto a chiunque e buona settimana!

venerdì 14 settembre 2007

Il piccolo popolo all'aria aperta di Terry Pratchett**

So già che se Silente legge queste righe s'incazza come un'ape, ma questo libro del suo amato Terry Pratchett, per me, è proprio mediocre, o meglio, vuoto.
Non conosco l'autore e non ho letto il primo libro di questa saga, ma aldilà di questo, non credo che cambierei opinioni se così fosse.
Quindi mi attiro subito le ire dei fan di Pratchett dicendo che è un libro adatto solo ai fan di Pratchett. :) Io, per diventarlo, dovrò leggere qualcos'altro delle tremila cose comic-fantasy che ha scritto.
Ok, tagliamo corto, vi dico di che parla e cos'è che non m'è proprio piaciuto.
Il libro parla dei Niomi, un classico popolo di piccoli uomini venuti dallo spazio e rimasti contro la proprio volontà sulla Terra. Hanno una conoscenza approssimativa dell'uomo e del genere umano perchè vivono in un grande magazzino, da cui non sono mai usciti. In questa seconda puntata il grande magazzino viene demolito e si ritrovano all'aria aperta, con tutti i problemi organizzativi, sociali e quant'altro che prevede un cambiamento così drastico. Niente di nuovo dunque, si recupera il solito stereotipo dei lillipuziani utilizzando il classico strumento di un popolo "diverso" da quello umano per parlare, appunto, dell'uomo e delle sue contraddizioni, utilizzando l'altrettando banale strumento della similitudine tra due popoli per far riflettere, con gli avvenimenti di uno, sulla stoltezza dell'altro. La trama, quindi, è abbastanza semplice e ovviamente così dev'essere, visto che è un libro per ragazzi.
Cosa c'è che non va, dunque.
Tanto per cominciare non ho nulla da ridire sul come, questo libro è stato scritto. Scrittura semplice e fluida. Il fatto è che il libro... non fa ridere! E miseriaccia, questo dovrebbe essere un libro che fa ridere! Ci sono decine di episodi in cui si capisce a km che hanno il desiderio di strappare un sorriso al lettore, ma arrivano nel loro intento solo pochissime volte (almeno nel mio caso). Esempio. Che i Niomi abbiano lasciato assurgere a loro divinità gli ex proprietari dei Grandi Magazzini, semplicemente perchè ne leggevano il nome su un cartello, fa ridere sì, ma appena cinque secondi. Il fatto che poi si vada avanti con questa tiritera della divinità assurda per tutto il libro...beh, cheppalle!
Stesso discorso per la stupidità e dabbenaggine dei Niomi. Un po' fa ridere, ma dopo un po' comincia a diventare irritante (sarebbe come se il piccolo principe durasse 200pagine invece di 60, ne avremo piene le scatole delle sua semplicità e della sua visione del mondo)
C'è poi anche il fatto che, nonostante l'intento sembri, a volte, quello di criticare il genere umano e le sue cattiverie/contraddizioni, si cade nel risultato opposto, sono i Niomi che risultano insopportabili. (confesso che a un certo punto avrei voluto che questi folletti minchioni fossero tutti schiacciati come scarafaggi, ma qui è colpa mia che sono bestia).
Altre cose che mi stanno sul cazzo poi sono due.
Che il libro è di 158 pagine, scritto a caratteri cubitali (lo leggete in un paio d'ore o anche meno se fate in fretta). Ecco, per 11€ si poteva fare qualcosa di più, anche perchè con un popolo di folletti che in una cava si difende dalle volpi, dagli operai e dalla neve e che deve trasferirsi e fuggire si potevano escogitare moltissime situazioni e allungare il brodo. Così mi sa tanto di "il primo è andato bene ed era bello, presto presto scriviamone un secondo che lo comprano tutti, non importa se è corto e scialbo".
La seconda cosa che mi sta sul cazzz è il fatto che su tutti i libri di Pratchett c'è scritto che è l'autore più rubato d'Inghilterra. Beh, se i libri sono come questo... non stento a credere che non lo vogliono pagare, ma non riesco a capire perchè rubarlo! :) E poi, dimostratemelo!
In ogni caso leggerò Pratchett con altre cose, ma i Niomi non li voglio più vedere eh.

Titolo: Il piccolo popolo all'aria aperta
Autore Terry Pratchett
Edizioni Salani
pag 158 - € 11.00
ISBN: 88-8451-753-2


Ok, basta blog per questa week. Un saluto a chi passa di qua.

giovedì 13 settembre 2007

Niente trucchi da quattro soldi di Raymond Carver

Per chi tenta o vuole scrivere, prima o poi si cade dell'errore di comprare un libro che insegni a scrivere: un manuale. Di solito sono idiozie.
Poi capita che con la scusa di far scrivere la gente qualche autore pubblichi delle righe che sono poco attinenti alla magnanimità con cui sono proposte.
Dicono che ti insegnano questo o quello e invece sono solo un libro che l'autore vuole vendere, magari perchè non riesce più a scrivere qualcosa di decente ed è costretto a raccontarti come faceva quando scriveva qualcosa di decente.
Non è il caso di questo libro che è una raccolta di pensieri e lezioni postuma che mette insieme in modo organico il Carver-pensiero riguardo alla scrittura. E' un libro per chi ama scrivere racconti e per chi ama Raymond Carver (più per i secondi che per i primi). Per chi non conosce Carver, invece, questo piccolo manuale è un incentivo a leggere qualcosa di uno dei migliori autori americani del Novecento (non l'ho detto io, eh).
Chiariamo subito che Carver non è horror e non ha mai prodotto nulla di tal genere, ma la sua riconosciuta abilità nell’arte del racconto (non ha mai scritto un romanzo) lo rende un ottimo maestro per chiunque voglia scrivere utilizzando questa forma narrativa. Metto subito in guardia gli eventuali lettori che Raymond, descritto sempre come un “minimalista”, o lo si ama o lo si odia e se per caso volete comprare qualcosa (in Italia è tutto edito da Minimum fax) è meglio che vi leggiate qualche pagina, prima di arrivare in cassa. Venendo al mini-libretto, che fa parte di una serie dedicata ai consigli per scrittori, non è di pugno dell'autore, ma è un collage di sue dichiarazioni, citazioni e insegnamenti raccolti sia dagli scritti, sia dalle lezioni di scrittura creativa che teneva. Non sono insegnamenti validi in assoluto, ma insegnamenti validi “per Carver”, per il suo modo di scrivere e di creare storie e personaggi. Per questo è un manuale che può far molto piacere a chi ha letto l’autore, anche se non ha alcun interesse a scrivere racconti. Diviso in tre parti (“Lo scrittore”, “La scrittura” e “Scrivere, leggere, insegnare e imparare”) e un'ultima aggiunta che riporta una lezione universitaria di Carver (“parla Raymond Carver”) il libro ha il merito di lasciarti impresse delle frasi, come se fossero vere e tu, scrittore alle prime armi, non te ne fossi mai reso conto, prima di leggerle così, dette/scritte in quel modo. Prese qua e là cito: Onestà
L’onestà nella scrittura è una qualità che ho sempre tenuto a conservare. Quando insegnavo ai seminari di scrittura creativa martellavo sempre su questo punto. la mancanza di onestà è uno degli errori più comuni dei principianti. Gli scrittori inesperti spessono si sentono obbligati a usare parole che hanno pescato qua e là e che “sono belle” sulla carta. O parole che non esprimono esattamente le intenzioni dello scrittore. O che esprimono un sentimentalismo falso. La prima riga
Comincio con la prima riga. In genere è quella prima riga a saltarmi in mente, e tutto il resto di norma è soggetto a cambiamenti, tranne la prima riga, che solitamente resta uguale. E non so dire da dove venga quella prima riga. A volte nasce da un’immagine, da qualcosa che ho in testa, o semplicemente da una frase che mi svolazza nel cervello. E quella finisce sulla pagina


Carver Raymond
Niente trucchi da quattro soldi - Consigli per scrivere onestamente
Pag 115 - €6.50
Minimum Fax editore
p.s. so di aver scritto questo post coi piedi, ma non avevo tempo, e poi a Carter sarebbe piaciuto lo stesso, è un sacco minimale :)


mercoledì 12 settembre 2007

Kristin Hersch, Sondre lerche, Rufus Wainwright

Altre tre, che questa volta forse non conosce nessuno. Eppure sono bravi. Secondo me, chi più, chi meno, sono accomunati tutti da una sorta di potenziale inespresso.

Kristin Hersch è una di quelle songwriters che da parecchio è sulla scena indie, ha fatto diversi dischi, e pare quasi che chi la conosce
non la voglia diffondere per paura che diventi troppo famosa.
Il fatto è che Kristin Hersch non lo diventerà mai. Ha una voce un po' rauca e un po' infantile e non credo che abbia mai scritto una canzone che abbia la parvenza di passare in radio. Ha fatto video ma non li ho mai visti. Quindi potete stare tranquilli, se la conoscete e vi piace, la condividerete con pochi (per lo meno in Italia, eh). Anche in questo disco, che è bel disco, non si discosta dal suo modo di scrivere canzoni. Chitarra su tutto, pianoforte a tratti, qualche arco sporadico. Come al solito vi potete ascoltare qualcosa sul suo myspace o sui soliti video che sono su youtube. Insomma, se vi piacciono le voci femminili poco convenzionale, non dovete per forza rimanere attaccati alle canzonette, e volete che in una canzone si suoni (nel senso di no elettronica) direi che Kristin fa al caso vostro. Abituatevi al difetto, il suo principale, che all'inizio tutte le canzoni sono parecchio simili.

Sondre Lerche, chi era costui? Un songwriter norvegese, ecco chi era. Uno che ha fatto un disco (non chiedetemi se è l'esordio, penso di si) che si chiamava...aspettate che vado a vedere...two way monologue. Non so perchè mi era piaciuto così tanto. Ha una voce che non è proprio dotata. Armoniosa sì, ma niente di che. All'epoca di quel disco faceva canzoni che tanto ricordavano gli anni sessanta addirittura e vi dirò che lo ascolto ancora, ogni tanto, anche se per metà è un genere che non amo. Ora dimenticatevi tutto quello che ho detto perché in questo disco Sondre si è incattivito una cifra e si è messo a fare rock! Purtroppo devo ammettere che mentre quelle cose che faceva prima non erano il mio genere, ma erano di ottimo valore, qui fa cose che mi si addicono di più, ma sono, in fondo discrete. Ci sono poche ballate e alcuni pezzi molto tirati e la faccia allucinata della copertina secondo me rende bene l'idea di che aria si respira nel disco. quasi un volersi scuotere. Insomma, ha davvero cambiato le carte in tavola questo ragazzetto e vi dirò che secondo me, se gli saltasse il matto di fare qualcosa di semi pop, questo qua ce lo troviamo nell'heavy rotation in quattro e quattrotto. Date un orecchio qua e ascoltate, le quattro canzoni che ha piazzato. A me piacciono. :)

E di Rufus Wainwright che dire? Che è il migliore di questi! Sia per potenziale che per valore attuale. Intanto ha un voce che ti resta addosso. Andate ad ascoltarvi la sua Going to town sul suo myspace, fidatevi, ne vale la pena.
Aldilà del bene e del male e dei gusti personale e di come uno la possa pensare sugli Usa e sul video farsa palesemente voluto dagli americani per giustificarsi, ecco, cliccate qui e ditemi se non c'è un modo più struggente e rassegnato di dire I'm so tired of America.
Questa canzone dovrebbe bastare come biglietto da visita. Per chi è pigro nel clic vi posso dire di non aspettarvi qualcosa di troppo allegro e di troppo movimentato. Rufus è avvezzo a violini e pianoforte. E' lì che pare divertirsi di più, risultando struggente. E occhio, se non si è in vena, è una palla mondiale. Ti viene da dire: vi prego sparategli, con i dovuti distinguo di stile è la stessa sensazione che genera, a tratti, Damien Rice. La tristezza è quella. Di buono c'è che quando vuol essere allegro, Rufus riesce a farti diventare quasi spensierato, pur rimanendo serio. Uno stato d'animo che mescola emozioni opposte. Per quanto mi riguarda, infatti, il suo lavoro (Release the stars) lo ascolto a intervalli. alcune tracce quando sono allegro, altre quando sono riflessivo, altre ancora quando sono serio. Non potrà mai piacere sempre tutto allo stesso modo, però che classe!

martedì 11 settembre 2007

L'Albero di Halloween di Ray Bradbury **

Il problema è che un libro con la copertina come questa, uno come me, che ama l’arancione, prima o poi l’avrebbe comprato. Il fatto che me l’abbiano regalato non ha fatto altro che accelerare il processo.

È un libro inutile. Lo dico subito, così non rischio che state uscendo di casa e magari avete letto solo le prime tre righe e magari state per passare il libreria e magari vi capita di vederlo sullo scaffale. Ecco, ora siete salvi e non venite a dirmi che non vi ho avvertiti, eh.
Ray Bradbury è QUEL Ray Bradbury. Uno di quegli auturi che sono riusciti a scrivere un libro così bello e/o famoso da vederselo attaccare al proprio appellativo come fosse un secondo cognome.
William Golding quello del Signore delle Mosche
George Orwell quello di 1984
Bram Stoker quello di Dracula
Melissa P. quella di Cento colpi di spazzola, prima di andare a dormire
(E quest’ultimo esempio è per farvi capire il perché del e/O famoso)

Ebbene, Ray Bradbury è Ray Bradbury quello di Fahrenheit 451. Ecco perché, per uno come me che è ancora indietro con il “libri che bisogna assolutamente aver letto”, cominciare a leggere di Bradbury da questo libro misero misero, è un po’ come fargli un torto. Ecco perché ho subito comprato e messo sullo scaffale Fahrenheit 451, anche se questo libro è del tutto inutile. Questione di onestà intellettuale.

Dicevamo. Libro un po’ insulso, ma con delle attenuanti. Una in particolare: il libro è stato scritto nel 1972, e posso ben capire che parlare di Halloween e in quell’anno dev’essere ben diverso dal parlare della notte di ognissanti oggi, dopo il turbine di conoscenze che ha travolto e sparso mondialmente tutto ciò che è legato a questa festa.

Questo probabilmente è uno dei problemi che il lettore deve affrontare quando l’autore, a scopo quasi didattico, snocciola le antiche usanze dei nostri antenati riguardo alla morte e ai modi in cui veniva celebrata. Passando per uomini della preistoria ed Egizi, i Druidi pagani e la Notrè Dame cristiana, il lettore, al pari del gruppo di bambini protagonista della storia, attraversa il tempo, scoprendo l’evoluzione della festa dei morti nel corso dei secoli.

La seconda attenuante, oltre la contestualizzazione, è il fatto che, nel linguaggio e nella trama, “L’albero di Halloween” è un libro per ragazzi. I protagonisti sono bambini di otto-dieci anni, e tale età resta buona anche per il target di lettori a cui il libro può piacere maggiormente.

Fine delle attenuanti.

Due parole sulla storia per capire come mai il libro può restare anche sullo scaffale.
Dalla terza di copertina: “Nella serata che precede Ognissanti qualcosa di stupefacente è accaduto: un enorme albero è apparso, e dai suoi rami pendono centinaia di zucche. Zucche in cui sono intagliati sorrisi inquietanti che fissano otto ragazzini. È la notte di Halloween e ognuno di essi indossa una maschera ma... dov'è finito Pipkin? Scortati da Sudario, una guida davvero particolare, i ragazzini partono alla ricerca dell'amico.”

Dunque, premesse le attenuanti, la pecca principale è la superficialità. Tutto pare trattato con una certa condiscendenza, come se il libro fosse dedicato a un lettore minore (ma i ragazzi sono piccoli, non idioti) e quindi c’è una caratterizzazione dei personaggi quasi nulla, dipingendoli solo come le maschere che rappresentano l’usanza che andranno a scoprire (mummia, strega, cavernicolo?!?...). La stessa figura di Mr Moundshroud (sapientemente non tradotto) che fa da guida alla compagnia, per quanto carismatica risulta trattata con faciloneria, senza assegnargli un carattere ben definito. Qualche bella immagine visiva come lo stesso albero adorno di zucche illuminate e l’aquilone gigante con cui i ragazzini viaggiano nel tempo, o Notre Dame con i gargoyle che arrivano da ogni dove e si fanno pietra, viene poi sprecata da trovate banali e mal utilizzate come il male misterioso che colpisce Pipkin. (a pagina dieci si tiene il fianco destro dolorante…chissà cosa avrà mai, eh?).

Il tutto narrato in un modo che è così semplice da risultare noiosetto e, anche se il libro si potrebbe leggere in un paio d’ore o anche meno, alla fine ci si dilunga, perché diventa più interessante staccare gli occhi dal libro e fare altro (non dico accendere la tv, però ci siamo vicini).

Insomma, se proprio dovete comprare un libro per ragazzi che sia un po’ “depaura” comprategli i romanzi di Lansdale della Fanucci tif (In fondo alla palude, L’ultima caccia, La sottile linea scura) Sono meglio e spendete anche meno.

Riguardo a Bradbury, che nemmeno saprà che gli hanno tradotto e pubblicato questo racconto lungo che lui sicuramente avrà visto come divertissement, mi rifarò con Fahrenheit 451. Questo qua è buono soprattutto per riempire il mio scaffale di libri con il dorso giallo.

Titolo L’Albero di Halloween
Autore: Ray Bradbury
Editore: Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
Pagg. 124 - € 8.40
ISBN:88-04-53826-0


lunedì 10 settembre 2007

Ricordando i vecchi Marlene

Quando ho poco tempo per aggiornare il blog, e di solito il lunedì capita, allora vi comparirà qualche testo. In realtà è un piacere personale, lo confesso, scartabellare tra i file della cartellina lirics e ricordare ciò che mi era piaciuto.
Ehi ma ve li ricordate i testi dei Marlene quando ancora erano i Marlene che navigavano nelle acqua rustiche e rabbiose di Catartica e de Il Vile? Eh sì, dai, anche di quel doppio un pochin spocchioso, ma perfettamente spocchioso, che era Ho ucciso paranoia. Beh, poi c'era Che cosa vedi? che se da un lato sono riuscito a non sopportare per la comparsata skin post-se stessa, dall'altro mi ha lasciato dei testi che non sono riuscito a non trovare tra i migliori della produzione marleniana.
Ve li lascio, così, per sapere che i testi in italiano anche con cuore e batticuore possono non essere banali.

SERRANDE ALZATE


Il mio naso sulle tue palpebre
(serrande alzate)
che non sanno se chiudere
la bottega in cui le fate
hanno lo sguardo immoto
sul dormire che non giunge.


Il tuo fiato è un poco affannoso,
si disperde là
dove vagheggi chissà
quale fantasia perduta
o fiaba, raccontata
per avere il tuo sonno.

Dalle tapparelle un bel sole
riga di buonumore quel pulviscolo;
dentro sono avvinto e c'è amore
in groppi e batticuore: lo sentissi anche tu!

Il mio naso sulle tue palpebre
le sfiora appena
e sa non farsi notare:
fiuta forse il gusto d'arcano
del tuo trasognare
che oltrepassa ogni meta?

Metafisica è la tua intesa
con ciò che mi sfugge
e posso solo ammirare.
Molto fisica è la sorpresa
di averne prova...
ora che ho appreso a scrutare.

Lievemente il sole è calato
e un nuovo taglio estende quelle strisce ridenti;
dentro sono avvinto e c'è amore
in groppi e batticuore: lo sentissi anche tu!

La mia culla è meraviglia esplosa
non ti dondola ma avvolge e ammanta.
La mia culla è poesia ansiosa
di svelarmi quello che ti incanta.

E poi il buio

Il sole disegna un cerchio rutilante
Sul telo di lino delle nuvole sfilacciate
Frapposte alla mia sbirciata distratta,
E con morbida perfezione
la circonferenza si adagia
sul lungo crinale del monte,
dietro il quale scenderà
in qualche placido istante.
La finestra socchiusa sfiora la sedia,
e fluisce un carezzevole soffio
che lambisce i miei piedi
con invisibile avvolgimento:
io penso all'effusione
di un abbraccio rapito ai dispetti del tempo,
a un amore caldo
come il raggio di luna degli innamorati.

E quando la luna verrà sarà la stessa di allora?
Quella che di noi farà di nuovo una cosa sola?
E quando la luna verrà sarà la stessa di allora?
Quella che dopo ci porterà alle carezze dell'aurora?

Il sole disegna mezzo cerchio esitante
Su sbuffi di nuvole alzate
e Oriente indorato risponde
all'acceso Ponente
Guardo le rocce innevate nel blu luminoso:
sei là con lo sguardo,
lo stesso che mi hai regalato lasciandomi
solo.
Ti ho persa quel giorno e mai più ho ritrovato
La scia deliziosa del tuo fascinare,
e se fosse successo mi avresti rivisto
scodinzolare…
(devono aver diviso in due il mondo,
e penso di essere dalla parte sbagliata).

E quando la luna verrà sarà la stessa di allora?
Quella che di noi farà di nuovo una cosa sola?
E quando la luna verrà sarà la stessa di allora?
Quella che dopo ci porterà alle carezze dell'aurora?

Ora il sole
Disegna
Un commiato straziante
Di squarci roventi
Fra nuvole ostili,
veloci
nel giungere a frotte
sui miei capogiri.
Nell'ombra
Del monte
Mi pento
Di averti
Lasciata
Tornare.

E poi il buio,
neanche un graffio di luna nel cielo.

venerdì 7 settembre 2007

Patti Smith - Patrizia Laquidara - Tori Amos

Altri tre dischi che poi archivierò nella regia degli ascolti. E direi un'altra infornata di songwriters, più o meno conosciuti.

Cominciamo da Patti Smith perchè ho davvero poco da dire, siccome voglio parlare solo di questo disco. Su Patti Smith non dico niente, perchè non ha certo bisogno di parole.

Faccio solo un distinguo: una cosa è la patti smith "storia", una cosa è la patti smist cantante e compositrice attuale, leader di una band di tutto rispetto. Ecco, io mi riferisco a questa seconda persona, se dico che di questo disco non c'era bisogno.
E' un disco di cover. E sono cover di canzoni tutte famose, più o meno. A dire il vero patti smith lo ha dichiarato, il perchè lo ha fatto, perchè ne aveva voglia e si sentiva in grado, di ricantare le canzoni che l'hanno emozionata e "crescita". Quindi ok, se è così va bene. Ma va bene per te, patti, per me un po' meno. Intendiamoci, il disco è sufficiente, e se vi piace la magia della voce della sacerdotessa o se siete fan, lo dovete avere. Ma io sto ancora aspettando un disco come Gone again, che della produzione recente resta, a mio avviso, il migliore. E' questo che vorrei, non una stanca raccolta di cover che suonano peggio degli originali. Vi lascio la tracklist

Are You Experienced?
Everybody Wants to Rule the World
Helpless
Gimme Shelter
Within You Without You
White Rabbit
Changing of the Guards
The Boy in the Bubble
Soul Kitchen
Smells Like Teen Spirit
Midnight Rider
Pastime Paradise



Il fatto è che certa gente (doors, hendrix, cobain...) forse non piace solo a lei, e forse era meglio lasciarla in pace, senza disseppellirli con una cover.



Di Patrizia Laquidara posso dire solo bene. Era da un pò che ne volevo parlare e quasi mi spiace liquidarla con poche parole. Ma a volte meglio poche parole ben dette che troppe a sproposito.
Quindi.
Disco numero due, e secondo me migliore del precedente (indirizzo portoghese) che già era un bel disco.
Bisogna chiarire subito una cosa però. Deve piacere il genere, altrimenti lasciate perdere. Il genere è: canzone italiana, voce dotatissima e melodica, di solito su note alte, testi non banali, seppur sempre attenti alla metrica. Canzoni sobrie e delicate, con ritmo blando. Non riuscirei a paragonarla a molte altre, onestamente. La cosa migliore penso sia farsi un'idea ascoltando qualcosa (è quella di "per causa d'amore" con Mario Venuti ed ha vinto un pò di cose a Sanremo tipo critica e premio Tenco, mi pare). Ha il suo myspace, come al solito. Che poi, io non sono un amante di questo genere (nel momento sbagliato mi fa venire il latte alle ginocchia), ma devo ammettere che questo è un buon disco, non c'è che dire. Ho tentato anche di andare a vederla dal vivo ad una performance gratuita ma c'era il tutto esaurito, e mi han detto che crea magia. Insomma, non fa per me, ma è molto brava.




Di Tori Amos avrei da dire pagine. E anche di questo disco avrei da dire pagine.
Mi limiterò a poche righe.
Tori sa fare certe cose, e le sa fare bene. Tori ha fatto cose magnifiche e almeno tre dei suoi dischi sono tra i più cari che ho.
Ogni volta che ne esce uno nuovo sono lì che attendo. Un pò perchè fa parte dei miei ricordi, un pò perchè ogni volta è comunque piacevole ascoltarla, e in ogni caso la voce di Tori Amos è sempre quella e mi piacerebbe ascoltarla anche se cantasse che mi ha dato fuoco al gatto.
Il fatto è che da troppi dischi Tori è sempre quella, troppo uguale a

sè stessa, ma senza guizzi e senza nessuna canzone che possa davvero tornare agli antichi fasti (e non credo sia giusto nemmeno chiederglielo, erano altri tempi). Eppure non si può nemmeno dire che non ci provi, a inventare qualcosa, perchè vedi per questo disco: ha creato un sacco di personaggi e nei concerti addirittura si cambia d'abito per interpretare le cinque Tori diverse. Funambolica certo, ma l'album non lo è. E se credete che io adesso ne parli male ve lo potete sognare. Tori Amos è aldilà del bene e del male.
Purtroppo non posso fare l'entusiasta. America Doll Posse è il disco che ti aspetti, ti dà le emozioni che ti aspetti. Chi conosce Tori Amos da sempre e ha seguito il suo percorso, sa cosa intendo, se dico che avrei voluto altro, anche se sono contento lo stesso.

mercoledì 5 settembre 2007

Cose che scrivo: il punto della situazione

Figa è 'sta foto? L'ho fatta a Maniago, durante un raid per carpire un'atmosfera per scrivere il racconto che sto scrivendo.
Il fatto è che ormai questo blog è diventato impersonale, a forza di cose che leggo e cose che ascolto. Le cose che scrivo, che sono evidentemente, le più personali, non compaiono mai.
Allora cerco di rimediare con qualche news, visto che bene o male mi sembra l'unico buon motivo per parlare delle cose che scrivo.

News numero uno. Su Cronaca Vera di questa settimana (uscito ieri) c'è una pagina dedicata al sottoscritto. Si avete capito bene, cronaca vera. La copia l'ho comprata ieri, costa un euro e mi ha ripagato delle fatiche informatiche per inviargli il file e la foto. (Libero ogni tanto è proprio una merda). Confesso che questa pubblicazione è la cosa più kitch che abbia mai fatto. La copia di Cronaca Vera che ho comprato ieri è la prima e, non me ne voglia il gentilissimo curatore della rubrica Edoardo Montolli e la paziente redazione, probabilmente sarà anche l'ultima. Cronaca Vera è un giornale folle. Ci scriverò un post appost, perchè lo merita. Comunque è folle. Folle. Folle. Folle. Il genere umano è penoso e avvilente, ma giunge a livelli così esagerati che fa simpatia. Insomma, sono felice di averlo fatto.
Il racconto (28tessere) non è chissa che e mi sono anche pentito di avergli mandato quella cazzatina, ma mi sembrava adatto al giornale (perchè era in stile cronaca). Per altro devo ringraziare gli amici di macelleria della tela nera, altrimenti il racconto sarebbe già stato cestinato alla sua nascita.

News numero due. Ve l'ho già scritta tra le righe nel post dedicato a Necro numero tre quindi non mi ripeto. Anche lì c'è una bella paginetta con un mio racconto, a cui tra l'altro sono molto affezionato. Se vi interessa il post era questo.

News numero tre. Il mio racconto per il concorso 666passi nel delirio della tela nera è tra i 10 finalisti. Questa è la notizia che mi piace di più, e vi spiego pure perché. Quel racconto, quando l'ho mandato, ero contento di averlo scritto. Mi piaceva. Insomma, credevo in lui. Di solito non mi succede. Può capitare che mi entusiasmi per un'idea o per un racconto, ma niente resiste alla decantazione. Il racconto riposa due o tre giorni, o anche meno, io rileggo, ed ecco che riesco a capire se è buono o cattivo, migliorabile o no. Di solito la seconda. Questo racconto qua, invece, mi sembrava buono anche a una rilettura. Insomma, è bene sapersi autovalutare, sennò non si va molto lontano.

News numero quattro. E' una brutta news. Chiude la Larcher editore e mi dispiace. Quando cominci a scrivere e una piccola casa editrice chiude è un po' come se una piccola porta da cui puoi sbirciare il tuo futuro desiderato si chiudesse. Quindi ci rimani male e pensi che magari potevi far qualcosa prima. La Larcher mi stava tanto simpatica perchè aveva pubblicato la raccolta dei racconti del 666passi nel delirio dell'anno scorso. Era un libricino tanto carino, trovate la mia recensione qui, guardatevi la copertina che è fantastica. Riguardo alla Larcher da dire che svende una parte del suo catalogo. Se volete acquistare (io ho comprato 7libri a 20euro) trovate indicazioni qui.

News numero cinque. Si sono aperte le iscrizioni al concorso per racconti horror più figo del web. Trovate il bando in homepage su scheletri.com (eh no cazzo, non vi faccio il link anche a scheletri, digitatevi voi i tasti stavolta!). Parlo ovviamente di 300parole per un incubo. Sapete la cosa più figa del 300parole? A parte essere gratuito, alla fine c'è tutta la classifica, e secondo me è una figata sapere di essere arrivato 56imo, piuttosto che 135imo, piuttosto che dodicesimo. Insomma, io farò questo concorso finché il concorso ha vita. Ho cominciato a scrivere racconti con regolarità a causa sua e gli sono debitore.


Beh, direi che è abbastanza. In un colpo solo ho battuto un sacco di record.
Il post più paraculo e solipsista del blog
Il post con più link di tutto il blog
Il post con la foto che non c'entra un cazzz con il contenuto del post
Il post con più parolacce di tutto il blog (di questo record non sono sicuro, ma rimedio subito aggiungendo: culo culo tette culo merda; Ecco ora è record!)

Insomma... che altro manca?
Ah sì, manca di dirvi cosa sto scrivendo adesso. Un racconto per il Lama e Trama, il concorso più figo della regione Friuli Venezia Giulia. Speriamo di farcela, va.

Saluti a tutti i lettori (con tutte ste parolacce ne avrò sicuramente un sacco che cercano chissà cosa ^^)


martedì 4 settembre 2007

Musica per correre: Maximo Park, Mighty roars; Idlewild

Via con altri tre dischi di quelli che io chiamo "musica per correre", ovvero di quelli che vanno benissimo da piazzare nel lettore mp3 e andarci a correre. Requisiti richiesti:
- canzoni tutte a ritmo medio alto. no ballate, o comunque il meno possibile.
- ritmo tra una canzone e l'altra che non passa dai 120bpm al milione e ritorno, ma è alto e costante
- english lirics, così tutt'alpiù viene la tentazione di cantare solo il ritornello
- musica poco impegnata e da scazzo.
In realtà non è per nulla difficile trovare dischi del genere nel soprabosco indie attuale. Questi tre sono gruppi che si sono già fatti conoscere, anche se forse non al grande pubblico, e diciamo pure che non sono dischi che è il caso di comprare. Ascoltare sì, però. (Chi ha orecchie da intendere, in tenda)

Cominciamo dai Maximo Park (c'è una dieresis sulla i, ma non fatemi fare acrobazie con la tastiera) che sono i migliori del trio, hanno un ottimo disco di debutto di un paio d'anni fa e sono quelli che secondo me hanno più da dire, sulla distanza.
L'album si chiama "Our earthly pleasures" e potete ascoltare qualcosa sul loro myspace, come al solito.
Gli ingredienti sono quelli classici di una rock band. Formato canzone, chitarra basso batteria, e le tastiere/pianoforte come marcia in più. Qualche buon pezzo che potrebbe tranquillamente far scatenare una pista di indie-dancers (no, non in Italia, abbiate pazienza) come Our velocity. Qualche canzone che con semplici accordi riesce a rendere giustizia a una voce che non va mai sopra le righe e non è per niente male, compreso l'utilizzo dei cori (non saprei dire, ma a volte pare che abbiano anche usato delle sovra incisioni, boh?)
La linea di basso che non manca mai di trascinare tutte le canzoni dall'inizio alla fine (e qui stiamo alla stregua del difetto perchè le uniforma troppo). Tra le mie preferite "Books from boxes" e "Nosebleed". Non è un disco memorabile, anzi, ma piazzatelo nel vostro lettore e vedrete che belle corse , che vi fa fare. Impossibile non muovere la testa.

Dei Mighty roars invece non so un piffero, a parte che sono giovanissimi, che sono tre e che la voce femminile su0na il basso, mentre batteria e chitarra non cantano, che sono berlinesi ma vivono a London e che sono al primo disco (swine and cockere, il titolo)l.
Checchè se ne dica questo disco punk-rock è più punk che rock, e molto easy. Durata mezz'ora, dodici canzoncine, tutte tirate, tutte con ritornelli da sbraitare. Qualcuna più riuscita, qualcuna meno.Voce non memorabile che canta sue due note e tanta, tanta voglia di far cagnara.
E' l'energia la qualità migliore, senza dubbio. La mia preferita: kiss kiss. Un disco che brucia in fretta, come ascolti, ma che fa venire voglia di muovere il culo, non c'è dubbio.

E degli Idlewild che dire? Forse un bel niente. So che sono già più vecchietti degli altri due e sono di Edimburgo. Il precedente lavoro pare sia 2005, ma operano dal 95 (me lo ricordo ma poco poco poco poco) e in questo non pare abbiano cambiato rotta: una poprock band di quelle che non sono abbastanza commerciali per sfondare sulle heavy rotation e non sono abbastanza originali per aver qualcosa da dire che resti oltre qualche ascolto.
Però per correre vanno bene. Canzonette molto allegre e mai tirate. Suono come tanti, cinque elementi, due chitarre. Che altro dire. Stesso discorso che per gli altri. Ottimi per ascoltarli un po', fanno un rock dignitoso, ma niente di più, a parte che forse assomigliano molto ai Maximo Park.

Buona giornata e buone corse, a piedi e con le mule!


Un giorno dopo l'altro di Lucarelli Carlo ***

Lucarelli l’ho visto ieri sera, a Misteri d’Italia, che sviscerava a suo modo uno degli orrori più grandi, e sicuramente il più mediaticamente conosciuto, per il nostro Paese: il secondo conflitto mondiale. Ho visto quasi tutto, poi ho dovuto spegnere, perché Lucarelli ha una qualità innegabile: pur senza esprimere giudizi esplicitamente, ma solo con la narrazione dei fatti, intervallata da domande, riesce a farti indignare.
E indubbiamente, chi ha visto la trasmissione, sarebbe pronto a sputare in faccia a Priebke (e forse a qualunque altro ex SS) anche subito, o a massacrarlo, se gli capitasse di vederlo vivo e vegeto e non pentito per le strade della propria città.
Comunque questo non c’entra niente con il libro di Lucarelli che ho letto qualche giorno fa. Lì il buon Carlo noir-zionale sfoggia un’altra grande qualità: riesce a mitizzare una canzone. Lui prende una canzone bella, o bellissima, o triste, o tristissima, o stupida, o incasinatissima, e la trasforma in una canzone che ha un significato che va oltre. Non serve dire dove, oltre sè stessa, punto. Era successo con Almost Blue e succede di nuovo con Un giorno dopo l’altro, in cui è una canzone di Luigi Tenco a dare il titolo al libro (e il suono) a uno dei tre personaggi principali della vicenda. E ovviamente senza dimenticare l’importanza che Lucarelli ha dato a canzoni acide come quelle dei Nine Inch Nails (sempre Almost Blue) e pseudo-sciocche come “Ludovico sei dolce come un fico” (L’isola dell’angelo caduto). Ma aldilà di questa sua capacità di dare una canzone ai personaggi e ai lettori, in questo romanzo datato ormai 2000 Lucarelli sfodera tutto il suo repertorio: suspence, freddezza, poesia, cattiveria, amore e, a tratti, ironia e scene grottesche. Tutto è miscelato assieme alla padronanza assoluta della vicenda e della struttura narrativa che la sorregge.
Ovviamente, visto che si ritrova di nuovo Grazia Negro, la poliziotta meridionale e coraggiosa di Almost Blue, non mi aspettavo un altro lavoro con la stessa spontaneità e intensità (si sa che i sequel sono, per definizione, almeno secondi al primo lavoro), ma la trama che Lucarelli tesse, pur concedendogli qualche banalità e qualche orpello di troppo, tiene il lettore incollato alle pagine.
La vicenda non è poi troppo complessa.
Vittorio è un killer che lavora a pagamento che, una volta braccato, pare trasformarsi in spietato serial killer, con tanto di soprannome e (pit bull) e tracce lasciate lungo il percorso. Mentre Grazia, a sua insaputa, mette insieme qualche pezzo del puzzle che questo feroce assassino sta costruendo , un ragazzo Alex, grazie a una sbirciatina segreta in chat, scopre l’identità di un mandante del bull dog, e quindi mette in discussione la segretezza del suo modus operandi. Ecco che, ovviamente le loro vite smettono di andare avanti “un giorno dopo l’altro” e si intrecciano, fino ad arrivare all’apoteosi finale (un classico scontro bene-male). Il tutto con il solito linguaggio asciutto e a tratti poetico dell’autore, che racconta più di ciò che giudica e che ha il merito di non farci divenire antipatici i personaggi che già avevamo conosciuto in Almost Blue (Grazia e il suo ora fidanzato cieco, Simone) .
Se vogliamo cercare qualche difetto, in questo classico thriller d’azione all’italiana, è il fatto che il Bull Dog siano una copia furbetta del vecchio Camaleonte e che Simone sia un personaggio pressochè inutile, così come la gravidanza in corso d'opera della protagonista. Ma sono davvero peccati veniali.
Il libro si riscatta quasi subito con l'ottima caratterizzazione di Vittorio, il killer tutto casa e autostrada, e della sua mancanza di scrupoli e attenzione maniacale per i dettagli, nonchè per la vita in centro di gestione di un sito internet, con tanto di chat e comprimari ben descritti.
Insomma, stiamo parlando di un romanzo noir che resta comunque un’opera d’intrattenimento, e per la velocità e il piacere con cui lo si legge, è un lavoro perfettamente riuscito.

Titolo: Un giorno dopo l'altro
Edizione: Einaudi Stile libero
ISBN: 88-06-15587-3
Pag264 - € 9.00

lunedì 3 settembre 2007

Morgan - Polly Paulusma - Tom McRae

Con settembre ho voglia di smettere di ascoltare un pò di cose e iniziare ad ascoltarne altre.
Quindi mi obbligherò a parlare di alcuni dischi in modo rapido, così, giusto per dire se mi son piaciuti o meno e per non vederli più sulla colonnina di destra del blog. Ovviamente ci sarebbe molto di più da dire, ma le cose più tecniche potete cercarvele con google. ^^
Cominciamo con tre songwriters che non mi sono piaciuti e di cui si può fare a meno (poi è ovvio che è questione di gusti, ma ascolterò gli insulti dei fans :-) )

Cominciamo dal buon Morgano Castoldi e dal suo "da A ad A", ovvero un disco che non comincia mai. L'unica espressione che mi viene in mente per descriverlo è: "Ma che cazzz di disco è?", non tanto nel senso dispregiativo, quanto in vero e proprio senso interrogativo.
Ho già letto un po' di tutto su 'sto disco, ma a me, nonostante le citazioni, gli arrangiamenti, l'originalità, ecc ecc ecc, pare veramente una minchiata.
Ok, ok...sono stupido io. Ma non sono prevenuto, perchè il Morgan ha indubbiamente qualcosa da dire, e non sono certo uno che storce il naso se lo fa usando canzonette in stile anni trenta o in stile asilo o in stile pop song dei peggiori bluvertigo. Dico solo che se ha qualcosa da dire...che la dica, cazzo!
A me la canzone sugli animali del suo immaginario fa simpatia un paio di volte, ma al terzo ascolto non ne posso già più! Le supercitazioni sparse qua e là, con la summa di esse nella doppia citazione di Battiato (l'animale ti viene a cercare) piacciono fino al punto in cui mi accorgo che preferisco (come ho fatto) riascoltarmi i dischi di Battiato!
Idem per l'odiosissima canzonetta con dialogo papà figliola (per spiegare alla figlia il divorzio?!?!?!) di U-blue, che porta al fastidio fisico.
Poi è ovvio che il singolo (e la sua pochezza), alla fine, è la canzone che ti resta più addosso, anche perché è quello che più ti fa rimpiangere i bluvertigo.
Insomma, non sarà un disco brutto, ma... che cazzz di disco è?


Io sono affezionato a Polly Paulusma. La conobbi su un cd del mucchio con una canzone sola ai tempi dello scorso album (il primo).
Quella voce mi era piaciuta subito e così tanto da voler cercare il cd un po' ovunque senza trovarlo. Poi me lo regalarono e allora, tutto contento, mi ci sono affezionato. A dire il vero, però, nemmeno quello è proprio una gran cosa. E' un pop discreto, con un paio di singolo che tutti noi conosciamo (all'ascolto) perchè sono stati colonna sonora di due famose pubblicità un paio di anni fa.
Aldilà di questo il cd era carino, ed esprimeva potenziale.
E io me l'aspettavo in questo disco, l'esplosione di quel potenziale: non dico che speravo di trovare una p.j. harvey in versione elegante o una tori amos che usa la chitarra al posto del pianoforte, però mi aspettavo un disco buono. Invece è un disco noioso. Certo, canzoni rotondissime, arrangiate con cura, voce suadente che mostra le sue doti di mix perfetto bambina-fumatrice, ma il disco proprio non decolla. Aldilà del fatto che non ho trovato nessun pezzo che abbia il piglio del singolo (radiofonico o non), ma anche come musica da sottofondo il disco non riesce a piacermi. Sembra finto. Nessun difetto, ma nessun pregio. Non riuscirei nemmeno a definirlo un disco di transizione, perchè non c'è una direzione. Insomma una delusioncina bella e buona. Peccato.


Tom McRae io non sapevo chi era, ma da un anno a questa parte lo so. Il disco che me l'ha fatto conoscere, e che consiglio ancora a tutti, è "All maps welcome".
Lì mescola ballate con rock e quasi country per ottenere canzoni pop che, se solo avessere avuto, all'epoca, un lancio migliore, avremmo potuto trovarcele tranquillamente come pezzo colto da radio fighetta.
Tom McRae ha un songwriting che non si può non definire "raffinato". Usa sapientemente il formato canzone, racconta storie, scrive belle melodie che pur facili riescono a non scadere nello stucchevole.
Però non è rock, non è pop, non è mainstream. Con "King of cards" non cambia molto, del suo modo di scrivere, ma pur rimanendo davvero un ottimo songwriter, non è riuscito a graffiarmi. Si vede il mestiere, si vede la passione, si vede l'intelligenza, ma il problema per me è stato un'altro: le canzoni mi stufavano! Ed è un problema grave, per uno che con il grande pubblico non ha ancora sfondato, perchè di certo non lo farà con questo disco. Probabilmente, più avanti, lo apprezzerò maggiormente, magari durante l'inverno, magari mentre leggo qualcosa di tranquillo e calmo, però non ci siamo. Un'ottima pietanza, King of cards, e troverete molte belle parole su di lui, in rete, ma si è dimenticato di mettere il sale! Peccato.