mercoledì 31 ottobre 2007
Parlo a vanvera; tanto vanvera non capisce.
Libri letti di recente li ho finiti. Tra una cinquantina di pagine finirò "Fahrenheit 451" e ve ne parlerò. Poi dirò qualcosa di un po' di dischi nuovi che sto ascoltando. Cose tipo i Radiohead, Vedder o il nuovo Iron and Wine. Ma niente di che. Purtroppo sempre più spesso le cose di adesso sono niente di che.
Anch'io sono niente di che. E un po' tutti, forse. Niente di male, comunque. E' tutta questione di gradimenti. Tutto, per qualcuno, è niente di che. :)
Comunque dopo che ho finito Bradbury, cercherò di leggere solo libri corti, o di racconti brevi. D'inverno non ho mai tempo per leggere e se son lunghi mi scoraggio e ci metto ancora di più. E poi sono dell'idea che non si può avere tante cose da dire. Da raccontare sì, ma da dire no, non tante. Il mio libro ideale è intorno alle duecento pagine. Diciamo con un margine di 50pagine sopra o sotto.
Scrivendo per concorsi limitati in parole si impara molto. Si impara a essere essenziali.
E' un processo fisiologico. Il giusto numero di parole. All'inizio ne metti poche, poi tendi a metterne troppe. Poi impari a mettercene quelle che servono. Non so se sono arrivato in questa fase. Forse no, ma credo di esserci vicino.
Ovviamente sto dicendo cose di cui non frega una mazza a nessuno. E vanvera continua a non darmi retta. Ma mi farò capire a gesti...
martedì 30 ottobre 2007
I risultati del sondaggio e un raccontino che avanza
22 votanti e 40 voti totali. (2hanno votato solo il primo, 2 solo il secondo). Per chi ha votato, assegnando due punti ai primi posti e uno ai secondi, questa è la classifica:
Racconto numero 5 - 12punti
Fanno tutti cagare - 11punti
Racconto numero 4 - 11punti
Racconto numero 1 - 8punti
Racconto numero 2 - 8punti
Racconto numero 3 - 4 punti
Quindi, il numero cinque, che è anche l'ultimo che ho scritto e quello cui devo fare una piccola modifica, supera di un soffio i quattro simpaticoni che hanno votato "Fanno tutti cagare". e per fortuna, perchè altrimenti non potevo mandare niente. :)
Per quanto mi riguarda sono contento del risultato, visto che ero personalmente indeciso, e lo sono tutt'ora, tra il numero 4 e il 5. Sceglierò questo pomeriggio. Grazie ai votanti e chi si è preso la briga di leggerli. Il prossimo sondaggio sarà migliore. ;)
Il racconto numero tre era fuori classifica, visto che erano racconti horror ed era molto poco horror. Comunque ve lo regalo, così anche i simpaticoni che hanno votato l'opzione sei potranno dire: "Ecco, lo dicevo io che facevano tutti cagare!" :)
– Tabi! – gridò la nipotina di Raffaele, indicando l’oscurità della sala da pranzo e artigliando con l’altra mano il divano. Aveva quasi due anni e stava meravigliosamente imparando a parlare, straziando le sillabe.
– Che c’è Cristina? – chiese sua madre, chinandosi per prenderla in braccio.
– Tabi! – ripetè ridendo e costringendo lo zio a fissare l’oscurità della propria stanza, senza capire cosa stesse indicando.
Passò più di un mese prima che Raffaele notasse uno di quegli esseri. Lo scorse che sbirciava da un angolo della porta del bagno, mentre lui, davanti allo specchio, si schiacciava un brufolo sul sopracciglio.
Era una specie di omone obeso, vagamente a forma di pera gigante, color rosso lambrusco. Alto fino al soffitto, sulla testa un’antenna circolare, aveva il corpo acquoso e lucido, come un’enorme caramella gommosa. Solo la faccia era di carne, con neri occhioni da fumetto giapponese e un’espressione perennemente sbalordita.
Entrambi, vedendosi, urlarono a squarciagola, agitando le mani come tortore legate a un filo. La voce della creatura aveva un ché d’infantile e inquietante, ma Raffaele imparò subito a sopportarla, perché tutto ciò che pronunciava era una specie di “poo”.
Fecero amicizia e la sua vita cambiò. Pulire, rassettare, far da mangiare… Bastava chiedere. Anzi, bastava pensarlo! La creatura diceva “pooo”, poi faceva tutto. Le cose addirittura migliorarono, quando ne comparve un’altra.
Simile alla prima, era color canarino, aveva un’antenna a ricciolo, e ripeteva continuamente “la”, con la stessa voce cigolante.
Erano così affettuose che Raffaele cominciò a farle dormire accanto al suo letto, accucciate.
Poi, una notte, comparvero altre due creature, una verde e una blu. Erano più grandi delle precedenti e si avvicinarono, come per annusarlo. Solo dopo il primo morso, quando scorse Po e La La rosse in viso, rannicchiate in un angolo della stanza, capì che erano due femmine.
lunedì 29 ottobre 2007
Mozart di Atlantide di Simone M. Navarra
Il libro è “Mozart di Atlantide” del nostro scrittore emergente preferito Simone Maria Navarra, già recensito su queste pagine per un paio di suoi e-book e perché mi stava sul cazzo a causa del doppio nome, che gli invidio.
Forse è proprio per questo che gli ho comprato il libro su Lulu.com (a propostito, anche questo mi si è scollato, ma a questo punto sono io che sono sfigato! O che tratto i libri di merda). (Comunque se non volete comprarlo scrivete all'autore simone.navarra[chiocciola]virgilio.it, che tanto a lui interessa solo che qualcuno glielo legga e gli dica Oh simone che bravo che sei) Dicevo, gliel’ho comprato perché ne volevo parlar male, probabilmente. Purtroppo non ci riesco, non abbastanza per lo meno.
Il fatto è, come spiega(va) Simone sul suo sito o da qualche parte sul suo blog, il libro è un libro di Fantascienza che non fa ridere, come le cose che scrive sul blog, ma dovrebbe essere più serioso e filosofico. Beh, insomma, a me che non vado pazzo per la fantascienza e che sono ignorante di filosofia (e mi annoio con le seghe mentali) questo libro doveva non piacere. Invece mi è piaciuto.
I personaggi qui si chiamano Mozart, Cleopatra, Svevo l’anziano, Ulisse, ecc. e sono sempre giovani, o per lo meno, ritrasferiscono il backup del proprio cervello in un corpo nuovo e uguale (età a scelta) ogni volta che muoiono. Entrambe le trovate mi sono piaciute.
Ah, e mie è piaciuta anche la copertina, di cui potete scoprire la provenienza cliccando nella sezione foto del sito di Simone M. Navarra.
Poi che succede…dunque, succede un qualcosa di misterioso e imprevisto, l’omicidio del protagonista, che è alquanto raro, in quel mondo, ma che avvia una serie di eventi che, a partire dal danneggiamento irreversibile del suo back-up cerebrale, permettono di sviluppare una trama che sorregge tutto l’impianto narrativo. Così, tra le peripezie di Mozart e quelle della co-protagonista del libro, un’attrice (Lagrange) che è diventata presidentessa del Consiglio Supremo di Atlantide per motivi tutt’altro che legati alla meritocrazia, si trattano diverse tematiche che effettivamente un po’ filosofiche sono. Il viaggio di Mozart è soprattutto interiore, così come lo è quello di Lagrange e fra sospetti, dubbi ed eventi catastrofici si arriva alla fine del libro con la sensazione di non aver capito proprio tutto o comunque con la voglia che le cose siano andate in un certo modo, e non essere sicuri che è stato proprio così.
Una caratteristica piuttosto curiosa. L’io narrante cambia da capitoletto in capitoletto, e la numerazione segue i numeri romani per le vicende di Lagrange, i numeri arabi per quelle, molto più numerose, di Mozart. Tra l’altro le due vicende si incrociano, ma i due personaggi non si incontrano mai (e non ve n’è motivo). Si salta, in questo modo, dalla prima persona alla terza e da narratore a voce fuori campo. Certo, ci si deve fare l’abitudine e all’inizio la cosa spiazza, ma sulla lunga distanza, funziona. Scelta coraggiosa, indubbiamente.
Tra l’altro, questo utilizzo di diversi “fuochi” di narrazione, rende il libro molto simile, o comunque facilmente adattabile, a una sceneggiatura, comprese alcune scene di fortissimo impatto (visivo) che ovviamente non vi vengo a dire.
Lati negativi. Beh, tanto per cominciare lo stile di scrittura va via via migliorando dai primi capitoli a metà del libro, per poi stabilizzarsi. L’inizio, ahimè, presenta ancora uno stile ingenuo e acerbo, soprattutto pensando al contesto fantascientifico. Si ha l’impressione che i dialoghi siano artefatti, che le parole siano lì per lunga ricerca dell’autore, piuttosto che per il fatto che siano quelle più adatte, e spontaneamente utilizzate per descrivere i fatti. Insomma, pecche da scrittore esordiente, per capirci. (ma c’è scritto in copertina!^^)
Ultimo neo per una considerazione generale che taglia tutto il lavoro. Siamo nel futuro, siamo su un satellite creato dall’uomo per una vita in vitro. Abbiamo l’immortalità, la genetica ha fatto passi da gigante, così come la tecnologia (almeno così si intuisce) eppure….
Eppure i personaggi si comportano come venti-trentenni attuali, con in testa una spolverata di reality e università e precariato. Parlano così, usano computer che dovrebbero essere avanti mille anni come se fossero indietro cinque; parlano del loro presente come parleremmo noi adesso di un futuro che non conosciamo. Hanno reazioni da XXsecolo mentre, viene da pensare, sarà pur cambiato qualcosa anche nelle persone e nelle personalità, in questo mondo futuro? Comuqneu questa è una sensazione. Scrivere di fantascienza vuol dire creare mondi, che in quanto futuri, sono completamente da immaginare. E immaginarli è facile, ma mettere a posto tutti i dettagli non lo è poi tanto. Inoltre credo sia una scelta, conscia o inconscia(?), dell’autore stesso quella di costruire addosso ai suoi personaggi alcune problematiche assolutamente attuali… insomma, già la filosofia fa fatica ad avere una ragione di vita nel presente, figuriamoci in un futuro! :)
Ok, anche troppe parole, per esprimere i miei pensieri. È che… si sa, il pensiero genera la materia, allora meglio esprimerlo bene!
Concludo dicendo solo una cosa: è un libro che ti resta, e non è cosa cosa da poco…
L’autore cosa dice in propria discolpa? :D
giovedì 25 ottobre 2007
Il sondaggio sui raccontini e altre news
Andiamo per ordine.
- Siamo al 25 di ottobre e il 31 scade il concorso più figo del web, al quale già vi avevo detto che avrei partecipato: il trecento parole (per in incubo). Ora che ho fatto, di racconti ne ho pensati un po', ne ho scritti una cinquina e ora li ho perfezionati. Non sono soddisfatto di nessuno, e quindi, visto che ormai non ho più il tempo materiale per avere l'idea che spacca e scriverla, manderò uno di quei cinque. Allora li sto facendo leggere a destra e a manca (4-5 persone, per ora, che probabilmente staranno leggendo anche queste righe, visto che cercherò di obbligarli a votare nel sondaggio che trovate a fianco). Per chi i racconti, invece, non li ha letti ma lo volesse fare , (al puro scopo di partecipare al sondaggio, ovviamente) può richiedermi via mail. Per chi invece non li vuole leggere, ma vuole votare lo stesso c'è l'opzione n° 6 :)
- News numero due, che è ormai un po' datata. Mi hanno incluso nella selezione di Mangiami, una raccolta di racconti della magnetica edizioni sul tema del cannibalismo. Avevo mandato un racconto così, tanto per mandare, che comunque mi pareva carino. La cosa figa è che l'idea del racconto era nata come 300parole, che poi si è allungato... Sarà l'argomento di riflessione del post di domani :) I selezionati li trovate qui, perchè per ora mi pare li abbiano comunicati solo via mail, un saluto a nomi noti.
- Alcune dolenti note. Anzi una: ma quanto sono pirla? Ho letto male il bando del premio Operanarrativa, e mi era sfuggito che il tema del racconto noir previsto era il libro. E io ho sudato sette camicie per scrivere un noir, che per altro reputavo anche sufficiente, ma che con il libro non c'entra un cazzz. Che vergogna... Vergogna, vergogna... ^^
- Nota numero 4. In questi giorni manderò anche un raccontino al concorso di Sognidhorror, visto che bisogna sostenere le buone iniziative, se vi avanza un trecento parole, allungatelo e partecipate, magari chiedendo al webmaster di togliere quella scritta traballante dall'homepage perchè fa venire il mal di testa.
- Poi che altro? Voglio cominciare a scrivere qualcosa di lungo, ma prima voglio portare a termine un paio di racconti lasciati a metà che nulla c'entrano con l'horror. Sto anche aspettando i risultati di un concorso in cui mi ero impegnato: il Lama e Trama. Vedremo...
mercoledì 24 ottobre 2007
Chemical Brothers & Dave Gahan
Il primo è il disco pluri atteso degli ultra osannati fratelli chimici.Si, ok, sono quelli di Hey boy, hey girl...
Sì, ok, io di musica di questo genere non ci capisco una mazza
Sì, ok, i fratelli chimici riescono a farmi muovere il culo.
Ma detto questo, e osservandolo (ascoltandolo) da vicino, questo disco, è proprio il discone dance fighetta e alternativa che ci si aspettava?
Ma andiamo!?
Qui le idee sono poche. Il pezzone è uno solo (il singolo) e da salvare c'è poco altro. Forse, di singoli, oltre alla canzonetta catchy con balletto e video accattivante che è il singolo numero due ne riusciranno a sostenere un terzo. Forse. Ma l'album non va e non andrà oltre.
Hanno rimescolato le carte, ma ormai sembra come se dj shadow avesse preso un disco precedente e l'avesse decomposto per ricomporlo in un nuovo disco, aggiungendoci, se proprio il pezzo era scialbo, qualche suono.
Quindi, pe me, il disco è assolutamente sotto le aspettative.
Poi tra l'altro ci sono i featuring che cominciano davvero a stare sul cazzo. No ma voglio dire, cos'è sto featuring Klaxons?! Ma veramente i Chemical hanno bisogno di un feat dei Klaxons?!
Cioè, sarebbe come un P.J. Harvey feat Laura Pausini! Insomma!
Per il resto che dire. A me piace "Saturate" e "Battle scars" e soprattutto quest'ultima è quella che voterei come singolo per dare un pò di dignità al tutto.
Il resto, purtroppo, è noiosetto.
Altro disco di cui non potrei, a rigor di logica, dare un giudizio, perchè è troppo presto, però voglio lo stesso dire due cazzate, siccome ne parlano anche bene, nei vai siti, è Hourglass.In questa clessidra, Dave Gahan, il cantante ex tossicodei depeche, per capirci, canta il suo scorrere del tempo.
Ok, dico, mi sta bene.
Però, premesso che i Depeche sono ormai qualcosa di unico, per ciò che hanno fatto e stanno facendo, e premesso che l'ultimo loro disco, tenuto conto dei tempi, era davvero un disco più che rispettabile, va detto che da solisti, i vari DM non hanno mai brillato.
E questo disco? Nemmeno! cazzo! Noia. aspettative deluse.
La voce è quella, niente che dire, ottima. Il piglio è lento e riflessivo, ballate... ballate... ballate..
I suoni sono in tutto e per tutto depeche. E allora? E allora mancano idee, melodie, un po' di verve. Poi certo, io forse esagero, non è un disco brutto, ma cavoli, non mi venite a dire che lascerà il segno!
A questo punto mi sa che ci sono gruppi i cui componenti farebbero bene a evitare i lavori solisti. Forse non è proprio il caso di questo disco che, in alcuni passaggi, può anche salvarsi, fatto sta che anche i peggiori depeche mode sono meglio. sempre.
Quindi
Consigliato a:
parenti stretti di dave gahan
parenti stretti della moglie di dave gahan
simpatizzanti della lega umanitaria: "salviamo dave gahan dal prossimo disco solista"
simpatizzanti dell'associazione no profit "era meglio quando si drogavano" che si occupa di reintossicazione di artisti falliti dopo la disintossicazione
concorrenti del gioco "come ti sistemo il mio tavolo che balla" in cui vince chi riesce a non far ballare un tavolo sbilenco in modo originale.
Bene. per oggi è tutto. ora sarò scuoiato dai fan dei Chemical Brothers e di Dave Gahan... spero di no... abbiate pietà :)
martedì 23 ottobre 2007
Cristina Donà - La quinta stagione

E' da un bel po' che ascolto questo nuovo (e tanto atteso) lavoro della cantautrice nazionale che, per me, è tra quelle che ha più cose da dire.
E' da un bel po' che lo ascolto e ancora non sono riuscito a collocarlo con precisione.
Quasi tutte le recensioni sono positive, quasi tutti ne parlano bene, quasi tutti ne magnificano lo stile, la rotondità, la classe, ecc...ma a me, quest'album, non convince per nulla.
Io parto da un presupposto: I dischi li ascolto, di solito, mentre faccio altro. Mentre corro, mentre guido, mentre scrivo. Tutte le volte che ho ascoltato questo disco, finora, è partito un meccanismo di questo tipo:
- trovo adorabile e pressochè perfetta la prima traccia che, scarna ed elegante, si veste di poesia e in poco più di due minuti offre uno spaccato di quello che Cristina Donà sa fare meglio. Giocare bene con la voce, scrivere bei testi, scrivere belle canzoni.
- Arriva il singolo, che per i myspeisiani è ormai una vecchia conoscenza, e comincio a pensare che se tutto il disco è così, è un discone.
- la terza traccia è un rock dei suoi, però c'è qualcosa che non va. è zuccherato, arrangiato beni, forse benissimo, ma porca miseria...e qui spigoli? un pò di ruvidità mica ci guastava?
- finito il disco. no, cosa avete capito? Non ha quattro canzoni, ne ha dieci, ma ogni volta mi capita di arrivare alla fine e di non essermi nemmeno accorto di cosa c'è in mezzo. Devo sforzarmi.
Poi sì, mi ritrovo anch'io a canticchiare: "E nel tempo che ci rimane..." oppure "Il cuore non sa dove può cercarti" o ancora "E non c'è niente di particolare, a parte il fatto che mi manchi...", però sempre con una sensazione passeggera...qualcosa che dura solo mentre ascolto...
Insomma, non mi prendete per uno di quelli che vorrebbero che la Donà continuasse a fare dischi come Tregua, ci mancherebbe. L'evoluzione che il suo songwriting ha subito in questi anni a me va benissimo e mi piace, quel suo avere qualcosa da dire, che c'è anche in questo disco. (tra l'altro consiglio a tutti di andarla a vedere in concerto, perchè parla tantissimo ed è pure simpatica; e consiglio anche di leggersi il suo libro di pensieri, edito per strade blu della mondadori, che per chi, come me, ama le poesie in forma di pensiero, è ideale).
Il fatto è che a questo disco manca qualcosa, è come un disegno troppo bello, senza sbavature, senza imperfezioni... quasi una stampa, insomma (che sia l'effetto major- Peter Walsh combinato?); ma come dice Cristina: "Forse è passeggera, ma poi ritornerà..." :)
lunedì 22 ottobre 2007
Attenti al gorilla di Sandrone Dazieri ***
Il gorilla è simpatico, o per lo meno, sta simpatico a me. I motivi sono tanti, ma so bene qual è il principale.Numero due, dopo che Bisio l'ha interpretato nella versione cinematografica di "la cura del gorilla" non riesco a non immaginarmi il gorilla con la faccia di Bisio; e Bisio è simpatico.
Numero tre, ed è il motivo principale, il gorilla esaudisce il mio sogno di sempre. Non dormire mai! Non so cosa darei per poter dormire con metà cervello alla volta.
Io già me lo immagino un doppio gelostellato. Uno che lavora, gioca a pallone, va a pesca, esce con gli amici, va a donne....
Poi si addormenta e si sveglia l'altro, che legge, scrive sui blog, va a correre, scrive racconti, va ai concerti, va a donnacce, si ubriaca con gli amici...
Invece adesso, per fare tutto, sono costretto a dormire poco e a far tutto per vie minori...
Comunque non è di me che volevo parlare, ma del libro.
Il libro è il primo della serie del Gorilla di cui trovate traccia sul sito dell'autore quindi non perdo tempo a ricordarla. Questo comunque è il primo episodio.
Io ho letto questo e Gorilla Blues (il terzo) e credo il prossimo, fra un bel po', sarà quello del film.
Che dire sul libro. Una storia nera, un intrigo non certo imprevedibile, l'ambiente della gente-bene e quello dei centri sociali mescolati in un cocktail che non è originale, ma è comunque ben riuscito. Le caratterizzazioni dei personaggi che a tratti sono ben riuscite (la vecchia, la donna di Sandrone...) e a tratti sono un pochetto stereotipate (i genitori della scomparsa su tutte). Una trama che non brilla per innovazione, ma che si fa leggere e regala qualche momento di buona suspence (la solita aggressione al gorilla, la rivelazione finale...)
Il tutto raccontato dalla scrittura in prima persona di Sandrone, che qui forse è ancora un po' acerba e ridondante, ma stiamo parlando del 1999, quindi non è un critica.
Da sottolineare che le cose migliori, in ogni caso, nascono dall'idea centrale del libro: la doppia personalità di Sandrone e del suo Socio. E' proprio ciò che il socio non dice che rende interessante ciò che accade e che, né il narratore né il lettore, non si aspetta.
Insomma, una lettura rilassante, che introduce un personaggio che difficilmente riuscirete a non gradire.
Titolo: Attenti al gorilla
Autore: Sandrone Dazieri
Edizione: Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
ISBN:88-04-47328-2
pagg.222 - € 8.40
Gorilla di Fabrizio de Andrè
Il nome di una trasmissione radiofonica di musica d'autore (molto interessante);
Il nome di un esperimento di psicologia cognitiva (molto interessante);
Il ritornello di una canzone di De Andrè che s'intitola, appunto, Gorilla (geniale).
Ovviamente, non sono riuscito a non condividere ciò che ho trovato geniale...
Gorilla (Fabrizio De Andre')
Sulla piazza di una citta'
la gente guardava con ammirazione
un gorilla portato la'
dagli zingari di un baraccone.
Con poco senso del pudore
le comari di quel rione
comtemplavano l'animale,
non dico come, non dico dove.
Attenti al gorilla!
D'improvviso la grossa gabbia
dove viveva l'animale
s'apri' di schianto non so perche'
forse l'avevano chiusa male.
La bestia uscendo fuori di la'
disse "Quest'oggi me la levo"
parlava della virginita'
di cui ancora viveva schiavo.
Attenti al gorilla!
Il padrone si mise a urlare
"Il mio gorilla, fate attenzione,
non ha veduto mai una scimmia,
potrebbe fare confusione".
Tutti i presenti a questo punto
fuggirono in ogni direzione,
anche le donne dimostrando
la differenza tra idea e azione.
Attenti al gorilla!
Tutta la gente corre in fretta
di qua e di la' con grande foga
si attardano solo una vecchietta
e un giovane giudice con la toga.
Visto che gli altri avevan squagliato
il quadrumane accellero'
e sulla vecchia e sul magistrato
con quattro salti si porto'.
Attenti al gorilla!
"Beh" sospiro' pensando la vecchia
"ch'io fossi ancora desiderata
sarebbe cosa alquanto strana,
e piu' che altro non sperata".
"Che mi si prenda per un gorilla"
pensava il giudice col fiato corto
"non e' possible, questo e' sicuro"
il resto prova che aveva torto.
Attenti al gorilla!
Se qualcuno di voi dovesse,
costretto con le spalle al muro,
violare un giudice od una vecchia,
della sua scelta sarei sicuro.
Ma si da' il caso che il gorilla,
considerato un grandioso fusto,
da chi l'ha provato, pero' non brilla
ne' per lo spirito, ne' per il gusto.
Attenti al gorilla!
Infatti lui, sdegnata la vecchia,
si dirige sul magistrato,
lo acchiappa forte per un'orecchia
e lo trascina in mezzo a un prato.
Quello che avvenne tra l'erba alta
non posso dirlo per intero,
ma lo spettacolo fu avvincente
e la suspense ci fu davvero.
Attenti al gorilla!
Diro' soltanto che sul piu' bello
dello spiacevole e cupo dramma
piangeva il giudice come un vitello,
negli intervalli gridava "Mamma!"
Gridava "Mamma" come quel tale
cui il giorno prima come ad un pollo
con una sentenza un po' originale
aveva fatto tagliare il collo.
Attenti al gorilla
venerdì 19 ottobre 2007
The Bravery - The sun and the moon (2007)
- Basta! Non vogliamo originalità e sperimentazione! Vogliamo freschezza! Fre-sche-zza!Ed ecco che questi cinque ragazzotti di New York alzano la mano e dicono
- la facciamo noi!
E così è da una settimana che continuo ad ascoltare questo disco.
Che discone è? vi chiederete. No nessun discone.
E' un disco fresco, allegro, di pop rock solare e non banale, che riesce a farti canticchiare irresistibilmente, anche se solo a sprazzi.
Dentro trovate echi di un sacco di cose:
echi di anni '80, tanto per cominciare.
ma anche Strokes (anche troppo, a dire il vero)
ma perchè no, il lato strong degli interpol e il lato low degli editors o dei franz ferdinand (ehi, sto parlando di echi, che avete capito, questi non valgono che un paio d'unghie dei Franz).
Tornando agli echi eighties c'è ancora molto dei ritmi duraniani, ma solo nello spirito, nella voce un pò grossa e nei ritornelli sempre facili (give me something to believe, I'm in your head like a run in the walls, this is not the end, ecc)
Comunque il fatto è questo: ci si diverte con questo disco. Cazzo se ci si diverte!
Se andate a correre ascoltando musica, fidatevi, piazzatelo nel lettore ed è una favola. Piacevole dalla prima all'ultima nota, anche nelle ballate.
Se non vi fidate ascoltatevi believe sul loro myspace.
Poi tra l'altro devo confessarmi piuttosto ignorante su questo gruppo. So che hanno fatto un album e un ep precedenti, ma da lì a ricordarmeli ce ne corre.
Ok, dai, basta così. Questo post fa un po' schifo, ma oggi non ci avevo palle di far cose per bene. E' venerdì, la piccola primavera della settimana, e lo scazzo, regni sovrano!
E in tema di scazzo concludo dicendo che questo disco:
- non è innovativo
- non è originale
- non è heavy metal
- non è pop
- non è mai triste
- non è mai difficile da canticchiare
- non ti lascia stare fermo.
- avete un locale tipo pub e volete che tutti bevano più birre muovendo la testa su e giù
- andate a correre con le cuffiette e volete muovere la testa su e giù
- problemi di cervicale
- il torcicollo
- manie omicide contro il pop rock in generale
un saluto e buon weeeek end!
mercoledì 17 ottobre 2007
Leggerezza e significato nei Gazzè
Preferisco scrivere.
Quando io non voglio aggiornare il blog ci metto un testo.
Un testo che mi piace
A cui sono affezionato o che ha qualcosa da dire
Gazzè cantante mi è sempre stato simpatico
Gazzè fratello scrittore ho letto una cosa sola e non mi ha detto molto
Gazzè in coppia hanno fatto dei testi che mi sono piaciuti
Alcuni li ho scoperti tardi, come questo.
Altri mi sono piaciuti quando nessuno li cagava, come "quel che fa paura"
Per oggi vi lascio questo e ditemi voi se quella frase che comincia con "delle poche cose che conosco..." non è magnifica, per leggerezza e significato...
Del tutto personale (testo e musica: M. Gazzè/ F. Gazzè)
Oggi sono stanco dormo ancora
nel pomeriggio il sonno mi giova
lentamente giungono i segnali dell'immensità
settembre riposa
ho giocato a vivere così
bevendo il passato a sorsi brevi
delle poche cose che conosco
farò mare pescoso
dove l'esca dei miei ricordi
troverà sempre qualcosa
lascerò quello che non conosco
alla curiosità degli altri
ora che la mia dignità è del tutto personale
io sono felice di una felicità
cresciuta a poco a poco
una musica che sento senza vedere
come un incanto sorpreso dal sogno
delle poche cose che conosco
farò mare pescoso
dove l'esca dei miei ricordi
troverà sempre qualcosa
lascerò quello che non conosco
alla curiosità degli altri
ora che la mia dignità è del tutto personale
forse è meglio non andare mai oltre le mani
o perdere tempo con le illusioni
forse un giorno mi sono distratto
e perso la vista la fede e una preghiera a memoria
delle poche cose che conosco...
martedì 16 ottobre 2007
La lunga strada della vendetta di J. R. Lansdale ***
È lecito chiederselo, soprattutto per chi, lettore appassionato dei suoi lavori, comincia a pensare seriamente di dover trascorrere il proprio “tempo di lettura” dedicandosi prevalentemente al buon Joe. Non si può negare, in effetti, che le recenti uscite, seppur per diverse case editrici, sembrano essere davvero numerose.
Ma bisogna fare attenzione: non tutto ciò è comparso nelle librerie nell’ultimo anno fa parte della produzione recente dell’autore. Molti libri in uscita riguardano passate edizioni sul mercato americano, altre sono il frutto di ristampe formati e layout diversi dal precedente, sempre in puro “market style”.
“La lunga strada della vendetta”, non pare sottrarsi a questo fenomeno, perché, nonostante l’editore riporti come anno di edizione il 2007 sia per quella italiana che per quella USA, pare che l’edizione originale sia del 1991.
Tutte queste considerazioni, a ogni modo, poco hanno a che vedere con i contenuti del libro e, soprattutto, anche in questo romanzo, Joe dà sfoggio della sua miglior caratteristica: il morbo di Lansdale, ovvero, l’impossibilità di smettere di leggere, una volta oltrepassata una certa soglia (che può oscillare dalle 50 alle 100 pagine).
Ma di che parla questo libro? E soprattutto, perché c’è quel pipistrello che sembra tanto quello di Batman in copertina?
La risposta è semplice: questo libro parla proprio di Batman, il supereroe creato da Bob Kane e Bill Finger per la DC comics.
Per la precisione, non ci stiamo riferendo a una banale trasposizione narrativa di una avventura relativa ai fumetti, ma di una romanzo vero e proprio, che ha per protagonisti il super eroe senza poteri e la sua Gotham City. Lansdale qui dà chiaramente spazio alla sua mai sopita passione per i fumetti e confezione una storia decisamente intrigante mescolando l’oscurità di Gotham City e la crudeltà del misterioso nemico di turno, con la freschezza di una narrazione agile e vivace, che non è mai fine a sé stessa.
L’avventura che ne esce sa di divertissement, ma non per questo evita di disegnare con disarmente abilità il profilo psicologico del supereroe e di tutto ciò che gli ruota intorno. Batman, il suo maggiordomo, il commissario di polizia e tutte le figure che ruotano intorno alla vicenda, sono tratteggiate in modo impeccabile e trovano tutte un proprio ruolo.
Inutile, come sempre, anticipare la storia e il tuo svolgersi. Basti solo sapere che c’è la solita dose di noir e di suspense, che c’entra il razzismo, anche se stavolta verso gli indiani d’america. Aggiungete un poco di misteriosi riti ed elementi soprannaturali e otterrete una classica vicenda “à là Lansdale”.
Certo, non sarà una delle prove migliori dell’autore, e potrà essere etichettato come un lavoro minore, ma per chi ama Batman diventa un “must”, e per chi ama la lettura leggera e avvincente questo libro è una certezza.
LA LUNGA STRADA DELLA VENDETTA
di Joe R. Lansdale
pagine 246 ma scritte in grande- € 12,50
Edizioni BD
domenica 14 ottobre 2007
Kula Shaker - Strangefolk

Brevemente, lo stile è sempre quello (un pò meno india, un pò più Beatles, ma sono i Kulashaker di 11 anni fa) mentre la qualità è decisamente buona.
Tra l'altro, io non posseggo "K" e non sono assolutamente un fan di vecchia data di Crispian e company, però, ammetto senza remore, che questo dischetto è tra i più piacevoli e spensierati che ascolto negli ultimi due mesi e, pur conscio del suo scarso grado di innovazione, non posso negare sia un lavoro ben fatto.
Un plauso, tanto per cominciare, alla voce di Mills (o come cavolo si chiama il cantante) che pare non aver perso nulla del suo fascino, nonostante la decade in più. Un altro apprezzamento, subito dopo, all'utilizzo dei cori e delle voci di tutti che, con echi simongarfunkeleggianti riescono a dare un piacevolissimo sixty flavour, subito svecchiato dalle chitarre (vedi, al riguardo, "Fool that I am" che, tra l'altro, è la mia preferita dell'album).
Poi che altro?
Ovviamente tastiere. Parecchie tastiere, sparse a pioggia sull'album, che non infastidiscono mai e pur contribuendo a dare quell'aria vintage, non sono mai noiose (ok, dai, forse un pò troppo doorsiane, in qualche momento, ma a me non dispiace per nulla). Tra l'altro alle tastiere c'è l'unico cambio di line-up dal disco scorso, perchè non c'è Darlington che si era accasato in casa Oasis e ora non so più se è ancora lì.
Tra l'altro, pare essere un disco che non ha avuto un grosso lancio mediatico (non ho mai visto il video, ne ho mai sentito passaggi radiofonici), anche perchè, aldilà dei pezzi che radiofonici non lo sono per scelta, mi pare che qualcosina, con una debito sostegno pubblicitario, potrebbe tranquuillamente finire in pasto al pubblico dei giovanotti di oggi. (Già me li vedo: "Chi so' questi? Culoshaker? che so' nuovi? Mmm carini...) Insomma, un disco che sta passando in sordina, ma che ha parecchio da dire (toglierei forse una scontata cd operator, anche se ha carica, e i due pezzi riempialbum come la titletrack e Ol jack tar), confermando soprattutto il fatto, che i Kulashaker non erano una di quei venti brit-pop che non hanno a malapena scompigliato i capelli al rock. Questi, le chitarre, le suonano ancora. :)
venerdì 12 ottobre 2007
L'isola di cemento di J.G. Ballard
E' un libro in una edizione vecchissima, che da anni stazionava nei miei impolverati armadi senza che lo degnassi di un'occhiata. Poi l'ho letto e mi sono innamorato di Ballard, che ora è tra i miei autori preferiti. Adesso lo trovate in parecchie edizioni fighette della feltrinelli con copertine e layout migliori, ma questa edizione ha davvero un certo fascino...
Lettura consigliatissima a chiunque cerchi sé stesso. :)
Un saluto a tutti ed ecco le due parole sul libro.
Un banalissimo incidente stradale, un’isola triangolare di terra in cui il mare è rappresentato da tre autostrade e una serie di coincidenze sfortunate.
Questo è il mix con cui Ballard crea una situazione che oscilla tra il surreale, il terrificante e l’intimismo, pur sempre ancorata ad un solido contesto reale e credibile. Robert Maitland è il protagonista di questo incubo metropolitano londinese: un normale uomo d’affari che rimane prigioniero di un’isola spartitraffico, dove per diverse coincidenze, nessuno viene a cercarlo o capisce che ha bisogno d’aiuto.
Come recita la quarta di copertina, Maitland è un “borghese come tanti, con una moglie, un figlio, un’amante e una magnifica Jaguar, non necessariamente in ordine di valore”. È proprio l’incubo che vive uno come lui, tipico esempio di uomo d’affari moderno, con tutte le contraddizioni legate allo stress e alla superficialità, che lo porta a compiere un viaggio mentale che attraversa situazioni di gioia e di angoscia, di terrore e di tenerezza.
Senza potersi allontanare fisicamente dalla sua prigione, Maitland vede crescere l’istinto di sopravvivenza e la disperazione, per passare ad altre ed impensabili emozioni quando scopre di non essere solo.
Forse non sarà uno dei capolavori di Ballard, ma “l’isola di cemento” è senza dubbio un romanzo riuscito, sia per la sua costruzione e l’idea che lo regge, senza dimenticare, soprattutto, la metafora spirituale che ne accompagna gli eventi.
Incipit
Poco dopo le tre del pomeriggio del 22 aprile 1973, un architetto di trentacinque anni di nome Robert Maitland procedeva sulla corsia di sorpasso in uscita dallo svincolo di Westway, Londra centro. A seicento metri dal nuovo raccordo con l'autostrada M4, quando la sua Jaguar aveva già superato il limite di velocità di 120 kmh, il pneumatico anteriore sinistro scoppiò. Rimandata dal parapetto di cemento, l'esplosione d'aria sembrò detonare nel cranio di Robert Maitland. Nei pochi secondi precedenti l'urto, lui strinse forte le razze imbizzarrite del volante, intontito per aver battuto la testa contro il montante del finestrino cromato. L'auto sbandò sulle corsie libere, da un lato all'altro della strada, accompagnata dalle sue mani che sembravano le mani di un burattino. Il pneumatico si disintegrò, lasciando una scia nera e obliqua sulla segnaletica bianca che seguiva l'ampia curva della banchina autostradale. Ormai incontrollabile, la vettura sfondò i cavalletti di legno che formavano una barriera provvisoria sul ciglio della strada e, abbandonando l'asfalto, si tuffò nella scarpata erbosa per fermarsi trenta metri più in là, contro lo chassis arrugginito di un taxi capovolto. Uscito quasi incolume da quel dritto terrificante che per poco non gli era costato la vita, Robert Maitland si abbandonò sul volante, con la giacca e i pantaloni disseminati di frammenti di parabrezza che sembravano lustrini del varietà.
L’ISOLA DI CEMENTO
di James G. Ballard
pagine 198 - euro 6,71
Baldini e Castoldi Dalai
giovedì 11 ottobre 2007
La pausa di N. Baker **

E allora perchè l'hai comprato, vi chiederete!
Beh, due dei miei validi motivi per comprare un libro:
1) costava un cazzo (però era usato).
2) era un libro con dorso giallo e mi serviva per completare una scaffale della mia camera dipinta di giallo.
E poi, a dirla tutta, non sembrava nemmeno un brutto libro, ed in effetti non lo è. E' solo, per buona parte, inutile.
Diciamo subito di che parla.
E' un diario, o comunque una narrazione in prima persona, di un tizio (Arno Strine) che possiede il potere di fermare il tempo attorno a lui, e lo usa, a parte per scrivere la biografia che stiamo leggendo, per dare sfogo alla sua insana passione per le donne. Non proprio un voyeur, ma quasi.
Dico quasi perchè nella sua smania di conquistare, in qualche modo, la preda di turno, Arno, ferma il tempo per scrivere un paio di racconti erotico-pornografici che poi lascia alle malcapitate.
Comunque, andiamo per ordine. La prima parte del libro si perde nel descriverci come Arno faccia a fermare il tempo e come il tempo si fermi. Sinceramente l'idea di bloccare tutti gli altri, mentre noi continuiamo a muoverci è vecchia come il mondo e ha ben poco di originale. Il fatto che il protagonista, poi, decida di utilizzare questa sua capacità per spogliare e rivestire donne e per osservarle mentre si masturbano o pensano ai cazzi loro, beh, non è che innovi di molto la minestra.
Il libro poi è a tratti anche abbastanza scorrevole, ma l'idea che chi scrive sia ossessionato dalle intimità femminili e ci renda partecipi delle proprie blande perversioni è un qualcosa che dopo poco annoia, e anche il continuo cercare sinomimi e parafrasi per "tette" e "culi" alla lunga stanca.
Unici momenti che sembrano dare un tocco di originalità al tutto si percepiscono quando Arno riflette sul fatto che, fermando il tempo, lui continua a invecchiare, mentre l'età degli altri continua a scorrere e quando ipotizza che certi personaggi che venivano definiti bambini prodigio, altro non fossero che persone come lui, in grado di entrare nella "piega" temporale. (Cita Mozart, se non ricordo male).
Direi che non è il caso di spendere altre parole. Di questo autore ho letto solo questo libro, e per ora, anche se non ha uno stile malvagio, non è riuscito a invogliarmi a leggerne altri. Rimandato. :)
Titolo: La pausa
Autore: Nicholson Baker
pagg. 315 - € 8.80 a meno che non lo troviate in un mercatino a 2€
Edizione: Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
ISBN: 88-04-54412-0
mercoledì 10 ottobre 2007
Live at Gorge 05/06 - Pearl Jam
C'è anche questo super cofanetto live dei Pearl Jam, nei negozi, con dentro ben 7 cd. Probabilmente, se non vi è capitato in mano casualmente, vista la iper produzione live dei nostri pj, questo cumulo di cd potrebbe esservi anche sfuggito, ma dopo averli letteralmente ritrovati, con l'ultimo album, non posso non spendere due parole. Per ciò che riguarda il cofanetto faccio un bel copia e incolla dalla rete e potete leggerlo più sotto.Per quel che mi riguarda faccio solamente qualche considerazione, nel caso lo si volesse o meno acquistare.
Premessa. Chi vi scrive dispone dell'intera discografia degli amici di Seattle e si ritiene abbastanza esperto da poter dare un giudizio globale sulla loro produzione e su questi album. Inoltre chi vi scrive appartiene a quella schiera di personaggi che sono stati inizialmente fan devoti (ten, versus, vitalogy, no code), poi hanno apprezzato (Yeld), poi si sono preoccupati (Binaural), poi sono arrivati alla presa di coscienza del declino (Riot Act) e ora sono di nuovo super entusiasti per gli amici ritrovati (pearl jam 2006).
Considerazione 1: se appartenete alla mia categoria di ascoltatori, ci sono ben poche canzoni, per non dire nessuna, che vi sorprenderanno, dentro a questi cd. I pj snocciolano tutto il loro repertorio live, comprese le classiche cover e b-side che fanno solo ai concerti. Di bello c'è che qui potete ascoltare buona parte delle canzoni dell'ultimo disco suonate live, e che queste esecuzioni, a mio avviso, sono tra le migliori del cofanetto. Ti verrebbe voglia di raccoglierle e farne un cd del disco live.
Considerazione 2: Il disco è comunque un buon live. Ottimo audio e poco caos. Belle le versioni acustiche, che però non sono minimali, ma piuttosto piene. Qualcosa da ridire avrei sulla scaletta dei dischi, che onostamente potevano evitare la ripetizione di alcuni brani. (ho capito che sono tre concerti, e alcune canzoni le fanno sempre sempre, ma serviva?)
Considerazione 3: Se mai vi è venuta voglia di masterizzarvi un mega cd dei pearl jam con tutti i pezzi migliori o che preferite, beh, non fatelo ma rippate in mp3 questi 7cd e ficcateli su uno solo. Avrete l'opera omnia dei pj che si lascia ascoltare con piacere dall'inizio alla fine. In più, così facendo, scoprirete che alcune canzoni che nei dischi sono state un po' snobbate, perché c'erano effettivamente dei pezzoni che le superavano, sono in realtà dei buonissimi pezzi, che farebbero la fortuna di un gruppettino qualsiasi, se uscissero adesso e fossero arrangiate per l'heavy rotation.
Considerazione 4: Rispetto a tutta la passata produzione live del gruppo di Seattle qui, a tratti, si respira una certa energia. I pearl jam sono in forma. In forma la voce, hanno buona carica. E' un'energia che si percepisce e, soprattutto, esprime quella coerenza rock che hanno sempre avuto , seppur con alti e bassi.
Fine delle mie considerazioni. W i Pearl Jam, in ogni caso.
Formato: box-set composto da 7 CD's (contenente i tre shows integrali tenuti dai Pearl Jam al Gorge nel biennio 2005/2006)
Caratteristiche tecniche: Registrato e mixato da Brett Eliason
Data di pubblicazione: 26 Giugno in U.S.A., il 22 in Europa.
La versione Ten Club di "Live at the Gorge 05/06" conterrà, rispetto alla versione che verrà rilasciata nei negozi, un set di foto in edizione limitata, comprendente 3 immagini dei posters dei concerti e l'immagine della cover art del box set stesso.
Tracklist:
01.09.2005 George, WA, The Gorge Amphitheatre
Set acustico: I Believe In Miracles (Ramones), Small Town, Off He Goes, Lowlight, Man of the Hour, I Am Mine, Crazy Mary (Victoria Williams), Black, Hard to Imagine
Setlist: Given To Fly, Last Exit, Save You, Do The Evolution, Alone, Sad, Even Flow, Not For You/ Jam, Corduroy, Dissident, MFC, Undone, Daughter, In My Tree (Slow version), State of Love and Trust, Alive, Porch, Love Boat Captain, Insignificance, Betterman, Rearviewmirror
Encore 1: I Won't Back Down (Tom Petty), Last Kiss (Wayne Cochran) , Crown of Thorns (Mother Love Bone), Blood
Encore 2: Yellow Ledbetter, Baba O'Riley (The Who)
22.07.2006 George, WA, The Gorge Amphitheatre
Setlist: Wash, Corduroy, Hail Hail, World Wide Suicide, Severed Hand, Given To Fly, Small Town, Even Flow, Down, I Am Mine, Unemployable, Daughter/ It's Ok (Dead Moon), Gone, Black, Insignificance, Life Wasted, Blood
Encore 1: Footsteps, Once, Alive, State of Love and Trust, Crown Of Thorns (Mother Love Bone), Leash, Porch
Encore 2: Last Kiss (Wayne Cochran), Inside Job, Go, Baba O'Riley (The Who), Dirty Frank, Rockin' in the Free World (Neil Young), Yellow Ledbetter/ Little Wing (Jimi Hendrix)/ Star Spangled Banner
23.07.2006 George, WA, The Gorge Amphitheatre
Setlist: Severed Hand, Corduroy, World Wide Suicide, God's Dice, Animal, Do The Evolution, In Hiding, Green Disease, Even Flow, Marker In The Sand, Wasted Reprise, Better Man/ Save It For Later (English Beat), Army Reserve, Garden, Rats, Whipping, Jeremy, Why Go
Encore 1: I Won't Back Down (Tom Petty), Life Wasted, Big Wave, Satan's Bed, Spin The Black Circle, Alive
Encore 2: Given To Fly, Little Wing (Jimi Hendrix), Crazy Mary (Victoria Williams), Comatose, Fuckin' Up (Neil Young), Yellow Ledbetter/ Star Spangled Banner
Tabs: Le tabulature e gli accordi delle canzoni presenti nel box-set dei Pearl Jam le potrete trovare nella relativa sezione del sito. Musicisti presenti: Ed Vedder (voce e chitarra), Stone Gossard (chitarra & cori), Mike McCready (chitarra), Jeff Ament (basso & cori), Matt Cameron (batteria & cori), Kenneth "Boom" Gaspar (organo, pump organ)
Dichiarazioni: Mike McCready intervistato dal Ten Club riguardo l'imminente pubblicazione "Live at the Gorge 05/06". Il chitarrista svela che il Gorge è il piu' bel posto dove abbia mai suonato e che la band ha deciso di pubblicare i tre shows tenuti nel 2005 e nel 2006 in questo posto perchè sono, in un certo senso, ideali shows finali dei rispettivi tour. McCready ha anche svelato che la set list del primo show al Gorge del 2006 è stata compilata da Chris Adams, un suo amico della CCFA, sotto richiesta di Ed Vedder e che durante il secondo show era presente anche la sua famiglia e che durante il pomeriggio ha incontrato diversi fans della band. Mike riporta anche che la band sta cercando di trovare sempre nuovi modi per rendere disponibili i propri shows.
Etichetta: Il box-set è pubblicato in proprio dalla band tramite la loro etichetta discografica, la Monkeywrench Records. Viene però distribuito dalla Rhino, sussidiaria della Warner.
martedì 9 ottobre 2007
"Domani nella battaglia pensa a me" di J. Marias ****
Sulla copertina di questo libro potete leggere: "Forse il libro più bello composto da uno scrittore contemporaneo", parole di Pietro Citati. Ora, a parte che non so chi sia Pietro Citati, e a parte quel fastidioso 'forse', introdotto con simili parole un libro ti potrebbe già stare sulle palle.Certo non sarà forse il più bello di uno scrittore conttemporaneo (anchè perchè Marquez, Matheson, Ballard, Saramago e un sacco d'altra gente che ha scritto belle cose sono ancora vivi), visto che negli ultimi decenni ci ha lasciato della gente come Calvino, Carver, Fante, Bunker e parecchi altri, Beh, se non altro se ne potrebbe discutere.
Quel che resta è che questo libro è indubbiamente zeppo di belle cose, di bei pensieri e di belle parole. Marias, spagnolo di Madrid, riesce nell'intento che si propone già dalla prefazione, ovvero quello di rendere partecipe il lettore di sensazioni e pensieri che conosce benissimo, ma che gli riescono chiari solo nel momento in cui qualcuno (l'autore, appunto) gliene parla.
E così trascorrono le prime pagine, con la descrizione di un fatto che, per quanto insolito, non ha niente di sopranaturale o artefatto. E' una storia, vita di persone normali, in una Madrid semimoderna (1994) alle soglie dei cellulari e del computer.
C'è un protagonista, Victor, che ci racconterà tutto in prima persona e che si trova ad assistere alla morte di una donna, moglie e madre di un bimbo, con la quale tra poco averebbe consumato il classico "rapporto sessuale occasionale".
La donna si sente male, e tra le braccia di Victor, per lei un quasi sconosciuto, cessa di vivere, mentre il marito è all'estero per lavoro e il bimbo è nella sua cameretta a dormire.
Basta dirvi che il primo centinaio di pagine è utilizzato solo per descrivere questa notte e i pensieri che genera nel protagonista. Victor diventa tutti noi, e nel suo pensare, nella sua autoanalisi, nei suoi dubbi e nella sua umana incertezza, egli diventa tutti noi.
Nella prima metà del libro si mette il lettore a nudo. Lo si spoglia completamente da tutte le sue self-handicapping strategies (per dirla in modo fighetto) e lo si induce a dei veri e propri esami di coscienza. Ovviamente bisogna entrare nel clima e dimenticarsi che non sono tanto i fatti, che contano, ma i pensieri. (il libro, come stile, mi ha ricordato fortemente l'unico lavoro che ho letto di Josè Saramago e credo che chi ama Saramago conosce di certo anche Marias)
Man mano che il libro prosegue i pensieri lasciano il posto, pian piano, ai fatti. Victor, senza un particolare motivo, comincia ad avvicinarsi alla famiglia della morta e nel fare questo tira in ballo dei personaggi che vengono caratterizzati in modo magnifico. Il marito vedovo, la sorella, il padre, il Re di Spagna, la sua ex moglie, un suo amico e collega di lavoro... tutte figure che restano scolpite nella memoria del lettore, non tanto come immagine, quanto come personalità.
Uno neo, se proprio se ne vuole trovare uno, riguarda il finale, che Marias decide di affidare ai fatti, facendo succedere più cose e andandosi a cercare un finale a sorpresa con diversi intrighi di cui forse non c'era il bisogno. Certo, bisogna dire che in questo modo la lettura è molto meno impegnativa e scorre via veloce, ma quel che resta, alla fine, è la bellezza dei pensieri, e non gli intrighi svelati.
Titolo: Domani nella battaglia pensa a me
Autore: Javier Marias
Edizione: Einaudi ET
Pagg. 283 - € me l'ha regalato la Elena
ISBN:88-06-17310-3
lunedì 8 ottobre 2007
P.J. Harvey - White Chalk
Mi è scappato di inserire l'immagine in grande al centro, invece che piccola a sinistra, come in tutti gli altri post relativi ai dischi. Ho deciso di lasciarla così, sia perchè questa fotografia è bellissima, sia perchè è l'esatto specchio del nuovo disco di Polly Jean Harvey.Ecco che esce questo nuovo P.J. dunque, e subito ci fiondiamo a leggere i commenti in rete, e restiamo spiazzati. O meglio, chi ha commentato è rimasto spiazzato, perchè pare che Polly sia tutta un'altra cosa, rispetto al suo solito. Si parla di pianoforte, gorgheggi strani, minimalismo, clavicembalo, rarefazione e altre amenità, compreso il fatto che la nostra eroina si sia fatta venire le vesciche per re-imparare a suonare gli strumenti.
Insomma, tante chiacchiere e non sempre positive.
E allora ascoltiamo il disco no?
Beh, il "gessetto bianco" di P.J. è quanto mai vicini alle atmosfere della sua copertina. Tenue e oscuro, scarmigliato, una striscia di luce soffusa in mezzo a un buio che non la soffoca. La sua voce, in questo disco, è tutta così. luce col buio intorno.
Ed è vero, c'è il clavicembalo, c'è il pianoforte, e le chitarre, se ci sono, non si capisce bene come si siano travestite. E' strano, questo disco. E' la prima cosa che ti viene da pensare.
La seconda cosa è che è corto. Troppo corto, in generale.
Eppure, nonostante manchino i grugniti e le viscere di P.J., nonostante manchi quella chitarra così classic rock e quelle canzoni rabbiose, nonostante manchi del tutto quel clima che c'è (c'era) in tutti i precedenti lavori. Beh, ecco, nonostante tutto questo, il disco ha uno spirito intimo che non è cambiato e a me il disco è piaciuto. (e nonostante al primo ascolto ne sia rimasto profondamente ed erroneamente deluso).
Basta ascoltare la prima traccia, "the devil", che getta un ponte lunghissimo verso quel "devil" di To bring you my love; e basta ascoltare smettendo di fare paragoni con i vecchi lavori, e senza voler trovare cose che non ci sono. E' un disco, ascoltiamolo.
E per me, ma è solo un mio parere che è assolutamente non condivisibile, qui dentro ci sono almeno tre o quattro pezzi, oltre alla già citata "The devil" che hanno una magia selvaggia e oscura, che avvolgono e affascinano, che ti danno e ti rubano qualcosa.
Broken Harp
The piano
Before departure
la stessa White Chalk
e soprattutto la traccia che chiude il disco: The Montain, con una voce che scala veramente le montagne.
Insomma, sicuramente non è un disco facile, ma non è un disco difficile, anzi, mi sembra tra i più sinceri che io abbia ascoltato ultimamente. Un disco che per chi ama le atmosfere oscure e le voci femminili non può che diventare uno tra i suoi preferiti. Certo, non provate a metterlo nell'autoradio con gli amici in macchina, e condividetelo il meno possibile: il pop-olo non capirebbe mai.
sabato 6 ottobre 2007
I bambini di Pinsleepe di J. Carroll ***
di Jonathan Carroll
pagine 270 - euro 16,00
Fazi editore
giovedì 4 ottobre 2007
Continuando a parlar bene del nuovo Marlene
(Tra l'altro pubblicherà un libro di racconti a gennaio.)
Vi lascio tre canzoni che sono anche tre poesie. Musa, con il pianoforte di P. Conte, anche una canzone adorabile. Fantasmi ha dentro la rabbia dei primi album. Canzone ecologica, invece, è soprattutto una bellissima poesia.
MUSA
E' una questione di qualità:
la tua presenza
rassicurante e ipnotica
mi affascina
e gioca col mio senno
e ne lascia ben poche briciole.
E io amo darlo a te,
o amabile
custode degli sguardi che
ti dedico
fra lo sragionamento e l'estasi
degli amplessi magnifici,
perchè tu sai come farmi uscire da me,
dalla gabbia dorata della mia lucidità;
e non voglio sapere quando, come e perchè questa meraviglia alla sua fine arriverà.
Musa: ispirami
Musa: proteggimi
Ogni ora
mi strega e mi rapisce
la tua giovane
saggezza incomparabile
(che ossequio)
e l'eleganza di ogni tua
intenzione è incantevole.
e quando ti congiungi a me
sai essere
deliziosamente spinta
e indocile,
coltivando le tue bramosie
sulle mie avidità.
tu sai come farmi uscire da me,
dalla gabbia dorata della mia lucidità;
e non voglio sapere quando, come e perchè questa meraviglia alla sua fine arriverà.
e sai come prenderti il bello di me
mettendo a riposo la mia irritabilità;
e non voglio sapere come riesci e perchè:è una meraviglia, e finchè dura ne godremo
insieme.
Musa: ispirami
Musa: proteggimi
Musa: conducimi
Musa: adorami
Musa: noi ne godremo insieme
voglio aver bisogno di te:
come di acqua confortevole.
vuoi aver bisogno di me? troverai terreno fertile.
FANTASMI
Stavi pensando
è bollito quello lì, me lo ha detto il fantasma che lavora per me.
Uno fra i mille infaticabili guerrieri
che sguinzaglio a caccia e risse intense.
Dicerie gran bugie yeah yeah yeah yeah
Stavi sul fiume col desiderio di vedermi scorrere finito, cadavere.
E il sole che gialleggiava in tralice
faceva gonfia e strafottente la tua libidine.
E' un fatto sai la gente imbelle come te è inacidita da certune qualità;
e si addolcisce solo col sospetto che il possessore prima o poi le perderà.
Facendo una brutta bruttissima figura.
Ma come vedi invece sono sempre qua, avvolto nella mia stilosa dignità
Continuo a farmi molto bene i fatti miei e volo alto dove non potresti mai
Mi piaccio un sacco e sì mi stimo anche di più tanto a tirar giù il prezzo poi ci pensi tu
Continuo avanti in direzione fatti miei e sui tuoi soldi risparmiati troverei
la mia corrosiva indifferenza.
Senza trofei sei tornato in città
mi hai visto e mi son chiesto
se un fantasma ce l'hai
Sai ti potrebbe venire a dire che questa canzone non riguarda altri riguarda te
te te te
Ora mi vedi bello sono sempre qua avvolto nella mia stilosa dignità
Continuo a farmi molto bene i fatti miei e volo alto dove non potresti mai.
Mi piaccio un sacco e sì mi stimo anche di più tanto a tirar giù il prezzo poi ci pensi tu.
Continuo avanti in direzione fatti miei e sui tuoi soldi risparmiati troverai...
CANZONE ECOLOGICA
Parole che vanno e vengono in quantità:
come pennellate di colore cariche
aggrumano le preziose tenuità
in cumuli di volgari croste, ovunque.
Forse sarebbe più bello tacere,
in accordo coi nostri pensieri,
che solo ad esprimerli in verbi e parole
non sono più verità.
Ma so che sarebbe anche bello
Sceglierle bene;
per farle aderire con più precisione
all’anima con la sua musica.
Sento svanire il suono infinito,
il timbro che unisce le vite
alle cose del mondo:
l’umano ululato strepita
e tutto si fa disarmonico.
Quanto rumore e parole in libertà…
Quanto timore di ammutolire in sé…
L’umano fracasso contamina
Il fiato dell’universo.
mercoledì 3 ottobre 2007
Foo Fighters - Echoes, silence, patience and grace

Singolo tirato con un suono, una costruzione, un tempo e un primo ascolto che è assolutamente Foo Fighters.
E sarebbe ora di emanciparsi da quelle parole spese a dire chi sono i FF e da dove vengono. Eccheccazzo, sono al settimo disco o giù di lì, dopo dieci anni o giù di lì.
Il fatto è che i nostri FF non avranno fatto il Grande Album o la Grande Canzone Che Cambia La Storia Della Musica (chissà perchè dovrebbero poi), ma a parere di chi vi scrive hanno fatto ben di più: tra piccoli alti e bassi ci hanno regalato un percorso musicale coerente e onesto, fedeli alla loro idea di rock e, direi, anche di rockstar. E allora ok, arrabbiamoci perchè non hanno ancora toccato l'elettronica e perchè molte canzoni si somigliano, arrabbiamoci perchè fanno i video tutti simili e perchè si sono rammolliti con troppe ballate, arrabbiamoci perchè da certe collaborazioni di Grohl si potrebbe pretendere di più, arrabbiamoci perchè non fanno rock sperimentale grattando la chitarra coi denti e grugnendo al microfono in canzoni che durano cinquanta minuti...
Ma ha senso?
Non perdo nemmeno tempo a dirvi delle singole canzoni dell'album. E' il solito album FF, con buoni pezzi tirati e qualche discreta ballata acustica e semi-acustica (la mia preferita è "stranger things were happened", ma è questione di gusti). Chi li conosce e apprezza già per ciò che fanno e hanno fatto fin dal primo lavoro va sul sicuro: sono sempre loro. Chi non li conosce affatto e sta guardando il video di questi giorni e gli piace, sarebbe proprio il caso che si accattasse l'album. Chi invece ha cominciato a disprezzarli per il mancato coraggio (quello che io chiamo coerenza) beh, non posso dargli torto, ma io continuo a vederla come coerenza.
E' questione di dimensione: i FF a mio avviso hanno la loro dimensione e la mantengono. Nelle loro corde c'è questo tipo di rock e credo lo facciano bene.
Unici rimproveri di quest'album sono che con una diversa scaletta delle canzoni si sarebbe ottenuto un risultato migliore a livello di "ascolto completo" e che in certe canzoni mi piacerebbe proprio che lasciassero perdere del tutto quegli arrangiamenti teneri e quei toni melodici alla mtv con tanto di cori per bene ("Cheer up boys, your make up is running" per dirne una). Qualche spigolo in più, a volte., dà il senso della profondità.
In ogni caso io sono contento. I FF fighters sono vivi, viva i FF!
martedì 2 ottobre 2007
Parliamo un po' di Chuck Palahniuk!
Perché parlare di Palahniuk? (attualmente dovrebbe avere la faccia di questa foto, ma in rete trovate anche facce meno inquietanti... altolà, mi dicono dalla regia commenti che questa è la sua faccia di dieci anni fa, ma questa è molto meglio e quindi resta questa :D )Perché dopo aver letto più o meno tutto quanto si reperisce sulle collane Mondadori e aver trovati i suoi libri davvero… beh… incisivi e pieni di idee (anche se forse a tratti sopra le righe e un po’ ostici, ma pur sempre lavori intriganti), ecco, dicevo che ho scoperto un cosa sul suo conto che mi ha fatto pensare: “Però cavoli, che passato interessante! E ti credo che poi scrive cose simili!”
Così ne ho lette in giro altre, un po’ qua e un po’ là, e nel mese dell’uscita, in Italy, di Rabbia, il suo ultimo lavoro, ho voglia di condividerle.
Sono tutte cose trovate in rete, quindi, dubitate gente, dubitate….
Eccole:
- Chuck Palahniuk è uno scrittore dell’Oregon, il suo nome Palahniuk nasce in seguito ad una visita alla tomba dei suoi due nonni ucraini, quando era ancora un bambino, i loro nomi? Paul e Nick, da cui Paul-ha-nick, da cui Paulhaniuck
- Chuck intraprende la scrittura all'età di 6 anni. Frequenta e abbandona la scuola di giornalismo, fa svariati lavori (camionista, meccanico...). Dice di non possedere un televisore dal 1990. Si dichiara gay.
- A 20anni suo padre gli raccontò che il nonno aveva ucciso la nonna a colpi di pistola e poi si era sparato, mentre lui, il padre, andava a nascondersi sotto il letto. Suo padre conobbe una donna attraverso annunci per incontri e uscì con lei. Al ritorno a casa, l'ex-marito di lei li uccise entrambi e poi bruciò i corpi nel garage.
- Chuck da camionista, lavora come meccanico diesel per la Freightliner e scrive Fight Club con i suoi colleghi, una sorta di scrittura di gruppo. Li ringrazia sempre all’inizio di ogni suo romanzo.
- Verso i trent'anni scrive il suo primo romanzo Invisible Monsters, Viene respinto dalle case editrici. Nel 1996, dopo diversi rifiuti, pubblica il suo secondo romanzo, Fight Club. Chuck è stato ossessionato dalle labbra di Brad Pitt troppo sottili per il personaggio Tyler Durden (fight club), tanto che gli ha comprato un temporaneo accrescitore di labbra chiamato “puntura di ape”.
- A Chuck piace sentirsi chiamare Chucky P., da quando una volta si esibì come Rapper per BBC. In memoria del rapper Chuckster P. la leggenda
- Pare che le altre sue due vite, aldilà di quella di scrittore, siano quelle di schiavo dei suoi due cani, Imp e Chick, e partecipatore dei flashing mob con la Cacophony society, che opera mobilitazioni di massa in cui folle di individui travestiti da Babbo Natale si danno appuntamento attraverso la rete per invadere, anche per pochi minuti, un posto qualsiasi (centri commerciali, ecc…)
- Scrive sempre con la penna, quand’è in giro, per non essere dipendente dal pc
- Ogni suo libro pare essere legato a una canzone. Creep per Soffocare, i nine inch nail di downward spiral per Fight club, How soon is now degli smiths per Rabbia
- Quando fa i reading, in giro per gli states, pare sollevi folle da rockstar e abbia lanciato, a fine spettacolo, bottigliette di bourbon e gambe e braccia di manichini.
- Pare abbia anche terminato il romanzo prossimo. Snuff, ancora inedito anche negli USA
Saluti!
Parlare di qualcuno sul blog
Mettiamola così: nelle intenzioni, cominciando questo blog, mi sarebbe piaciuto parlare ogni tanto di qualcuno, ovvero, lasciar perdere quello che uno ha scritto o composto o cantato e dire qualcosa di chi è e cosa fa. Qualcosa che vada oltre, ovviamente, le cose che si sanno già.
Perché non lo faccio?
Per parecchi motivi.
Tanto per cominciare perché, fortunatamente, ho sempre un sacco di libri e dischi sulla punta della lingua e se mi obbligassero a lavorare al blog 8ore al giorno ne avrei per almeno un paio di mesi.
Poi perché tanto in rete c’è già tutto. Basta google digitare qualcosa e un invio. Si può leggere cose vere o false di tutto e tutti, senza fatica.
Numero tre, che parlare di un disco o libro è già difficile. Sono pochissimi gli autori di cui mi sento di poter dire “ho una sufficiente conoscenza” e posso parlarne avendo una visione d’insieme della loro opera. Parlare di un personaggio è ancora più difficile, dire impossibile. Bisognerebbe sapere molto e non ho ne il tempo ne il desiderio di conscere qualcuno a questo livello. Tanto c’è il punto due per questo.
E allora?
Allora c’è che ogni tanto, anche se in rete c’è tutto e il contrario di tutto, è bello che qualcuno ti sbatta in faccia le cose, così, come tirarti giù la marmellata da uno scaffale troppo altro e dartene un cucchiaio. Se poi ne vuoi ancora, dopo quel cucchiaio, puoi andare a comprarti un barattolo uguale. Sono prolisso, lo so. Ma ho sempre la tastiera piena di parole... devo usarle!
Comunque oggi voglio parlare di Palahniuk.
Ma siccome il post è così lungo apro un altro post apposito, e questa che resti una riflessione.
L'anno dell'uragano di Joe R. Lansdale ****

Il libro giusto, invece, era questo lavoro del 2000, pubblicato da Fanucci sia nella serie dell’immaginario Dark, sia in quella più graziosa (e meno costosa) del formato tascabile.
Perché dico questo?
Perché in poco più di 150 pagine il texano più letto al mondo (forse) e quello più prolifico (sicuramente, se si guarda sugli scaffali delle nostre librerie) riesca a condensare tutti i temi a lui cari (tranne lo splatter).
L’anno dell’uragano è il 1900 e la storia narra, ci dice Joe in una breve prefazione, che proprio in quell’anno il furibondo cataclisma investì e sommerse Galveston, una cittadina su un’isola di fronte alla costa che, all’epoca, rivaleggiava con New York per il titolo di città più bella d’america. Gli uragani erano un qualcosa di conosciuto, a Galveston, ma non dell’intensità di quello del 1900, che la sommerse completamente, lasciandosi dietro una “città morta” fatta di macerie e cadaveri, in cui pochissimi sopravvissero. E tra i sopravvissuti pare ci sia la storia di un bambino, inchiodato con una mano a un’asse dai suoi stessi genitori. È proprio su questa storia di crudezza e poesia (vero o falsa che sia, non importa) che Lansdale tesse la sua, di storia.
I protagonisti dei giorni dell’Uragano sono due pugili. Uno nero, povero, onesto, fortissimo, sciocco, ma che a Lansdale piace indicare come il peso massimo migliore del secolo (“Lil” Arthur Johnson). L’altro bianco, egoista, sbruffone, spocchioso, subdolo, disonesto e altrettanto forte con i pugni ma che, per quanto irritante e generatore dei peggiori sentimenti, non diventa un antieroe da sconfiggere (Jim McBride). Assieme a essi ruotano una serie di personaggi e di comprimari che, attraverso quella che potremmo definire la “cosmogonia lansdaliana”, mettono sul piatto tutti i suoi temi. Ecco perciò comparire via via, descritti a tratti da pochissime parole, personaggi come il padre di “Lil”, saggio e coraggioso, gli ultrarazzisti ricconi della Galveston più conservatrice, la ragazzina sprovveduta, la prostituta picchiata, gli operai del porto ottusi, i genitori che sacrificano tutto per i figli, il giovanotto che illude e tradisce, il prete fanatico, il riccone gay e il suo servo-schiavo-leccapiedi e molti altri che appaiono, anche per pochi passaggi, raccontando la loro storia che attraversa l’uragano.
E grazie a una scrittura ridotta al necessario e a dialoghi velocissimi e reali, all’autore bastano queste poche pagine per dire la sua e snocciolare, uno via l’altro, i temi cari al suo Texas. E così ci parla di razzismo, della figura dei genitori, delle radici conservatrici del Texas, dei fanatismi religiosi, della cattiveria, della lealtà e dell’assenza di buoni e cattivi. Tutto questo lo fa, lungo l'intero libro, usando quell’humour che è ormai il suo marchio di fabbrica, con le sue coloratissime metafore ed espressioni.
Insomma, un libro tanto veloce quando incisivo, che stordisce davvero come un pugno e, per quanto attualmente Lansdale sia ultra-osannato e iper-produttivo e gli editori tendano a pubblicare ogni sua riga (compresa la lista della spesa o la rubrica telefonica) non si può negargli il particolare talento nel raccontare.
Si potrebbe discutere per ore della sua abilità o non abilità letteraria, sia nel costruire vicende, sia nello scriverle, ma quando un autore riesce a incollare gli occhi alle pagine e a far ricordare ciò che scrive per lungo tempo e con piacere, è innegabile la sua qualità principale: Lansdale è un maestoso e impeccabile "raccontatore"!
L’ANNO DELL’URAGANO
di Joe R. Lansdale
pagine 167 - euro 7,90
Edizioni Fanucci tif
Isbn:88-347-1202-1



