giovedì 28 agosto 2008

Il cacciatore di aquiloni di K. Hosseini ****

Alla fine ci sono arrivato anch'io, a leggere questo mostruoso successo letterario. Ce l'ho sullo scaffale da quasi un anno e non mi era mai venuta l'intenzione seria di leggerlo. Ma prima che mia cugina, che me l'ha regalato (ciao Sara), venga a piantarmi un calcio nelle chiappe, ho il diritto di difendermi.
Non l'ho letto perché, con il polverone degli "uh che bello" sollevato da quelli che leggono cinque libri l'anno, temevo fosse uno di quei libri gnognosi che per parlarti della condizione dei pooooveri afghani, e dei pooooveri arabi, e dei pooooveri profughi, tira fuori storie strappalacrime (sì, lo so, loro abusano dell'aggettivo commovente ed emozionante) per far piangere la gente e far sentire la parte bella del mondo (quella che si può permettere di spendere il prezzo di copertina) fortunata e migliore, in quanto più comprensiva della situazione afghana.
Bene, ora non voglio entrare minimamente in questi discorsi. Voglio deliberatamente ignorare che questo libro è molto filo-americano, in quanto si mostra i Talebani come la gente più cattiva e crudele che c'è al mondo, gli afghani come il popolo più indolente, fiero e ricco di dabbenaggine e i poveri hazara come schiavi peggio che quelli dei romani. Sarà veramente così? Non so. Ho imparato che "Bene e Male son la stessa realtà", come cantavano i Timoria dieci anni fa e mi permetto di dubitare.
Quindi, tolte di mezzo le chiacchiere relative alla lettura "di terzo livello" di quest'opera, non mi resta che tornare ai primi due livelli, quelli più superficiali.
Cominciamo dall'opera letteraria in sè. "Il cacciatore di aquiloni" è un romanzo, ed è un buon romanzo.La prima persona, di Khaled Hosseini, che regge benissimo tutte le 400 pagine di lungo flashback, usando le tecniche narrative più classiche in modo ottimale, disegnando bene i personaggi (protagonista, antagonista e comprimari, ecc) e usando una scrittura fluida e pulita che davvero scivola velocissima, pagina dopo pagina. Non c'è che dire, è difficile davvero trovare un difetto nella realizzazione degli scopi che questo libro si proponeva, ovvero, essere un best-seller.
Dovrei raccontarvi un po' la storia, ma sinceramente non credo sia utile, su wiki la trovate quasi tutta, e se non avete visto il film e avete intenzione di godervi il libro, beh, vi consiglio vivamente di non leggere niente che ne parli. Credo basti sapere che è un ottimo romanzo di formazione in cui un afghano sfuggito al regime dei Talebani e insediatosi negli States racconta del suo amico d'infanzia e, in un viaggio a ritroso, che lo porta nel suo paese d'origine, descrive le varie strade che hanno percorso le persone della sua vita. Trovate momenti tristi e momenti poetici, momenti di puro thrilling e momenti di pura introspezione (pochi). Insomma, dai, è un libro completo e che si lascia ricordare molto, dopo la sua lettura.
Secondo livello di lettura, ma non meno importante, è la descrizione dell'Afghanistan e del momento che ha vissuto con il passaggio al regime comunista. Si impara molto su molte cose, leggendo "Il cacciatore di aquiloni" e benchè molti fatti siano stati sicuramente romanzati, non credo vi sia molto di falso nella descrizione delle gare con gli aquiloni o delle case e nei giardini degli afghani ricchi, che magari, prima che ve lo dicessi ora, pensavate anche che non fossero mai esistiti.
Dai, ho parlato anche troppo. Anche se vi sarebbe sicuramente parecchio da dire. Tra l'altro, il fatto che vi abbiano fatto un film, e che credo sia ben riuscito, è figlio diretto della bontà del romanzo, che è molto "filmico"; non dico una sceneggiatura, ma diciamo pure che non c'era molto da lavorare per arrivarci.
Ok, buona giornata, miei doghi. :)

mercoledì 27 agosto 2008

King Kong di Edgar Wallace*

Allora. Siccome tutto, o quasi tutto, è un libro, così come nella musica pop, dove tutto è una cover (e se è per quello anche le cose che dico io adesso sono una cover, e anche quelle che avete pensato voi proprio ora, ma non divaghiamo) ultimamente mi sono preso la curiosità di leggerli, questi libri da cui discendono i film e i cartoni animati.
Certo, visto che a me piace Pollon avrei dovuto cominciare dai testi di mitologia greca, ma sono una palla e siccome da Librincentro ci sono valanghe di schifezze a un euro, ne sto approfittando. Ecco il perché dello scimmione più famoso in the world, il King Kong di Edgar Wallace.
Tanto per capirci, a livello letterario di gestione della trama, cura nei tempi e nei ritmi della narrazione e nella verosimiglianza dei fatti, questo libro fa cagare.
Anzi, a tratti si riesce a trovarlo davvero esilarante.
Quindi, voi direte, hai fatto una cazzata a leggerlo? Assolutamente no!
Tanto per cominciare dura poco più di un centinaio di pagine effettive e volendo si legge in meno d'un paio d'ore.
Il fatto è che dopo averlo letto, per quanto faccia un po' pena, mi ha lasciato almeno un paio di pensieri. Anzi tre. Pensieri meravigliosi.
Uno. La biografia di Wallace è di gran lunga più interessante del libro ed è meravigliosa. Questo individuo ha guadagnato tantissimo, scritto tantissimo e si è divorato tutto morendo in miseria. Su wiki è messa in molto breve, ma sul libro ci sono cose molto più interessanti del fatto che spendesse tutto giocando ai cavalli e regalando denaro a destra e a manca. Tipo il fatto che producesse un romanzo in un week end è più che avallato dal suo modus operandi. Lui lo dettava, il romanzo, un povero cristo di segretario sbobinava e la dolce amante-dattilografa Violetta King metteva punti e virgole. Geniale vero? Ha scritto 174 romanzi 17opere teatrali e una "massa sconfinata" di racconti e articoli. Insomma, un folle. Metteteci vicino i giretti per le inesplorate terre africane e i successi Holliwoodiani (donne comprese) e non potrete fare a meno di ammirarlo.
Due. King kong, come del resto, mi sembra di capire, molti altri suoi lavori, ne esce come una specie di "bozza di sceneggiatura" piuttosto che come romanzo. La prima parte è pallosa, ma abbastanza dettagliata, poi salta di palo in frasca e si ha l'impressione (che lui stesso confermava) che non gliene fregasse un piffero della credibilità delle scene e del senso delle cose, ma solo dei fatti e dell'azione. Cioè, tipo c'è il momento di pathos in cui i nostri esploratori si fronteggiano a parole sfiorando il conflitto con quelli della tribù natia e un attimo dopo siamo già sulla nave nel momento in cui gli stessi indigeni rubano la bionda formosa. E udite udite, si gira pagina e siamo già davanti all'altare sacrificale con la bestia pelosetta che arriva da lontano a battere i pugni sul petto. I nostri prodi inseguono Kong per salvare la bionda, ovviamente, crepano uno alla volta in ques'isola giurassica, ma invece che analizzare un minimo stato d'animo di una ciurma che era partita per non so che e si trova a morire, il nostro Wallace decide che è meglio far lottare Kong contro un cugino di godzilla (che pensa bene di non descrivere, visto che tanto vince Kong). Insomma, credo che se il libro non fosse rilegato, chiunque andrebbe a guardare se mancano delle pagine. Il buco più grande, tra l'altro, è forse quello in cui si salta direttamente dall'addormentamento di Kong al circo newyorchese dove poi scapperà. Chiedersi come hanno trasportato un bestione alto sei uomini su una zattera a rimorchio attraverso l'intero Atlantico non è lecito, nè interessante. Comunque aldilà di tutti questi simpatici appunti sulla trama, va detto una cosa. La riflessione è: ma veramente nel 1931-33 la gente leggeva e amava questo? La risposta è evidentemente sì, visto il successo immediato e i megaquattrini che si faceva il Wallace. Erano veramente altri tempi, davvero. Dev'essere bastato veramente poco.
Terzo punto e poi basta parlare di questo libro misero, è questa domanda. Ha senso leggerlo?
Beh, vi dirò. Un senso letterario-estetico non ce l'ha, guardatevi il film, ma un senso storico-culturale ce l'ha. Leggere di King Kong, che non credo ci sia persona che conosco che non sa la storia, mi ha dato la sensazione di "sapere come stanno veramente le cose". E credetemi, non è una brutta sensazione.
Bene, basta così. Il prossimo libro di questo genere che ho in programma è Peter Pan. Ora torno ai miei Lansdale.
Buona giornata a tutti.

martedì 26 agosto 2008

Nero dentro di Giancarlo Ferraris**

Fare il recensore a volte è difficile. Ecco perché cerco di non farlo e parlo alla cazzo di cane. Il fatto è che, come ben tutti sapete, su questo blog capitano sempre gli autori a commentare il commento al proprio libro. (ricordo ancora i sagaci commenti di Poe e gli aspri insulti di Stoker, quando mi divertii col suo libercolo). Quando però si tratta di autori emergenti bisogna fare attenzione, perchè io, se pubblicherei un libro e uno ne parla così così, come minimo gli mando quattro doberman a fargli la cacca sui geranei.
Spero che il buon Giancarlo Ferraris, autore di questi brevi 15racconti horror, non me ne voglia (comunque io non ho geranei e i miei cani sono molto più grossi dei doberman) se dico che i suoi raccontini sono così così.
O meglio, ci sono alcune ingenuità che tutti noi, popolo di scrittori esordienti, facevamo agli inizi che, pian piano, si correggono. Ingenuità, dovute soprattutto al fatto di essere troppo debitori a questo o quel film, o a questo o quel libro. Insomma, io se rileggo i miei vecchi racconti dove le "urla lancinanti" "svonvolgevano menti in preda alla follia" mentre "la polizia brancolava nel buio" beh, insomma, mi sparerei sulle infradito. Quindi dai, siccome ho fatto la rece seria, invece di scrivere le mie solite cazzate vi copincollo quella, così per una volta la smettete di pensare che questo è il blogghe di un cazzaro, bensì quelli di un cazzaro millantatore. :)

Avere in mano un librettino di un autore emergente pubblicato con un piccola casa editrice prelude quasi sempre a un conflitto. Da un lato l’animo, di fronte all’impegno e alla dedizione di chi ha contribuito al progetto, non può che essere tollerante, dall’altro l’occhio del lettore non può chiudersi, o a volte irritarsi, di fronte a qualche svista o qualche ingenuità di troppo.

Anche in questo caso, il conflitto è divampato.

Nero dentro”, la raccolta di racconti brevi di Giancarlo Ferraris, è appunto uno di questi lavori. Da un lato lascia intuire un accurato lavoro di rilettura e correzione, volto a togliere ogni possibile refuso o errore di battitura, dall’altro sprofonda in alcune ingenuità piuttosto tipiche dei lavori di un emergente, come una sagra di “d” eufoniche in eccesso e diverse espressioni che non hanno una propria voce, ma quella dei troppo stereotipati e televisivi modi di dire (resta in mente soprattutto un non ironico “La polizia brancola nel buio” che atterrisce ben più del serial killer di cui si narra le gesta.

Ingenuità, quindi, che portano a immaginare un autore giovane e poco smaliziato, e in qualche modo lo giustificano, ma che non fanno altrettanto con la Prospettivaeditrice che forse, a fronte di un’esperienza quasi decennali e dei numerosi e interessanti progetti che propone, qualche consiglio in più in fase di editing poteva elargirlo.

Ci si riferisce soprattutto, aldilà degli aspetti visivi e grafici, che sono sobri e gradevoli, al contenuto dei racconti, che presta spesso il fianco alla banalità e alla dipendenza dai lavori classici dell’horror (il Dracula stokeriano, Poe, le pellicole licantropiche…).

Per fare qualche esempio, in un racconto che si intitola “Una donna chiamata M” sarebbe bene che M stesse per qualunque cosa, eccetto che per “Morte”, soprattutto se poi si va a disegnare la classica figura affascinante, femminile e misteriosa della mietitrice. Lo stesso dicasi di brani come “Plenilunio e Carnevale” o “Un taxi nella notte” che dicono già troppo delle 3-4 pagine che seguono.

Altre “cadute” purtroppo, penalizzano anche dei racconti che potevano essere meglio gestiti con una maggiore attenzione ai toni e alla verosimiglianza dei fatti. Così, come poteva essere interessante lo spirito guardiano del cimitero che mostra la verità della gente sepolta su un ectoplasmico schermo proiettato sulla lapide, esso diventa esilarante quando mostra, per esempio, un avvocato “corrompere i giudici di una corte, falsificare documenti legali, trafficare in droga, vendere armi ai paesi poveri sempre in guerra tra loro, tradire la propria moglie, picchiare i propri figli”. Frasi forse riuscite se vi fosse stato un tono sarcastico, ma non in un racconto horror.

Venendo a una descrizione generale dei 15 racconti, va sottolineato il piacevole intento di cercare di coprire i principali archetipi del genere (il vampiro, il licantropo, lo spettro, il ritornante, la morte, la casa stregata, il doppelgänger, ecc.), che però rimane a metà del guado, non riuscendo a fornire una versione personale o originale dei fatti, che fin dalle prime righe appaiono diretti verso una inevitabile citazione dei classici.

Il giudizio finale, quindi, non può che mediare tra il palese impegno e le buone intenzioni e, a tratti, irritanti e ingenue banalità, da perdonare un po’ a un autore alle prime armi, e un po’ meno alla casa editrice, verso la quale però, è d’obbligo una visita al sito, piuttosto ricco di progetti e buone idee.



lunedì 25 agosto 2008

Si ritorna

Eh già, si ritorna. Back to work and back to blog.
Dev'essere la prima volta nella mia vita di povero Cristo che faccio vacanze così lunghe.
Nel senso di così tanti giorni di mare-sole-libri-corsa-bici-nuoto-sonno e olimpiadi.
E non mi è venuta certo la voglia di tornare al lavoro, nè mi sono annoiato.
Anzi, mi sono chiesto seriamente quanto avrei potuto resistere vendendo casa, rubando il conto dei miei e smettendo di lavorare. Abbastanza dai, magari il prossimo anno ci ripenso. :)
Comunque mi seccava ritornare al blogghe parlando di un libro o di chissàcchè.
Meglio tornare così, con un salutino, due parole leggere, un pensiero inutile.
Il pensiero è che mi sono proprio svuotato, in questi giorni, di tutte le mie parole, ed è stato molto bello.
I primi giorni mi riusciva ancora qualche poesia, qualche idea per racconti, poi nemmeno più quelle. Mi si sono seccate tutte le parole. Mi sono pensato come un contenitore, ed è stato parecchio soddisfacente, vi dirò pensare che mentre mi svuotavo le tasche delle mie parole, mi riempivo di quelle altrui. Mi sono letto Lolita e Il Maestro e Margherita, mi sono letto la Woolf e i due di Abarat, ma anche cazzabubbole come qualche Lansdale e qualche libretto esordiente. E pure l'autobiografia di Bunker e qualche altro libretto senza infamia ne lode. Insomma, tante parole al posto di quelle che di solito porto con me. E come direbbe Elio, mi sento un uomo meglio. O se non altro più abbronzato. :)
A presto con le cose più serie.

giovedì 7 agosto 2008

Qualche giorno di ferie

Ebbene sì, anche questo blogghe, così come questo blogghe, questo blogghe e quest'altro blogghe andranno in ferie per qualche giorno. Ci si rivede a fine agosto. :)

Lasciate pure un insulto nei commenti, così potrò sentirmi apprezzato, durante la mia assenza.

mercoledì 6 agosto 2008

Joan as a police woman a Villa Manin

Prima di lasciare un ultimo messaggio di saluto estivo, non posso non spendere qualche riga per il concerto di ieri sera. Bene o male, cazzate o meno, l'obiettivo di questo blogghe è diffondere informazione, possibilmente riguardo a cose belle.
Beh, Joan Wasser, in arte Joan as a police woman, di cose belle ne sa regalare, però è uno di quei personaggi non troppo conosciuti, o che potevano essere conosciuti per i motivi sbagliati.
Mi riferisco al fatto che, nel 1997, era la fidanzata di uno dei più grandi talenti musicali degli ultimi trent'anni che ci hanno lasciato troppo presto, ovvero il buon vecchio Jeff.
Tanto per lasciarvi un paio di informazioni, diciamo pure che ha lavorato con un sacco di gente, di cui gli ultimi, con cui ha duettato nell'ultimo album, sono Rufus Wainwright (o come cavolo si scrive) ed Anthony, quelli di Anthony and the Johnsonhs (o come cavolo si scrive).
Entrambi i pezzi sono ottimi, e forsen tra i migliori del disco, il suo secondo, che si chiama To Survive.
Ma che musica fa? Vi chiederete. Beh, la tizia è violinista, ma nel disco suona il piano, ops, le tastiere, così come sul palco, dove però si alterna alla chitarra. Tanto per capirci subito è una di quelle lagnose, quindi senza fare scomodi paragoni ma solo per farvi capire che tipo di musica fa, facciamo il nome di Cat Power molto più schietta oppure di Tori Amos più calda e con una voce completamente diversa.
E' brava? Sì. E' decisamente molto brava, sia nel cantato che nel suonato.
Concilia il sonno? Sì. Decisamente sì. Io mi sono fatto una dormita di gusto, disteso sul prato, mentre ascoltavo. Però era un modo per apprezzare, perchè un po' ascoltavo e un po' sonnecchiavo. Per tre quarti del concerto comunque sono stato sveglio.
E' proprio sconosciuta? Beh, di certo non avrete mai sentito una sua canzone passare in radio. Di certo non è il tipo di musica che dopo aver ascoltato il concerto corri a comprare il disco (anche perchè il gruppo è fatto da tre persone: basso, batteria e lei alle tastiere o chitarra).
Però il suo seguito lo ha, perchè quelle poche centinaia di persone in Villa Manin ieri sera hanno applaudito fino a spellarsi le mani e l'anno fatta spuntar fuori anche per un secondo bis.
Tra l'altro, un concerto simile, con questo basso profilo e alta bravura, in un posto come villa manin, ha indubbiamente qualcosa di magico.
Insomma, ci sono piccole cose deliziose in giro per il mondo, basta muovere il culo.

martedì 5 agosto 2008

Ti prendo e ti porto via di N. Ammaniti***

Alla fin fine, negli sterminati campi di autori italici di cui mi prepongo la lettura, Ammaniti rimane uno dei più sicuri. "Come Dio comanda" appena esce in edizione dorso giallo, entrerà a far parte della mia libreria.
Per intanto mi sono letto questo sua vecchio lavoro, forse uno tra i più conosciuti del periodo pre-IoNonHoPaura.
Ricordo di averlo cominciato all'epoca della sua uscita prendendolo dalla biblio comunale, ma era lungo e io non avevo palle, e così dopo una cinquantina di pagine ho smesso.
Adesso l'ho finito, non mi è dispiaciuto, ma diciamo che presenta ancora delle piccole pecche strutturali, a cominciare dal fatto che forse, una cinquantina di pagine o anche qualcuna in più, gliela si potrebbe levare.
Ma andiamo per ordine.
Di che parla il libro? Storie.
Storie con i soliti personaggi alla Ammaniti. Se avete letto il pluri e forse anche sopra valutato "Io non ho paura", avrete già un'idea di come Niccolò dipinge i personaggi, partendo da piccole manie, molti flashback e molti personaggi di contorno. Così è per i due personaggi principali di questo libro: Pietro Moroni e Graziano Biglia. Pietro è un bambino di XII anni, timido, sognatore, introverso, onesto; Graziano è un playboy di 50, tutto chitarra e figa.
Da qui tutta una prima parte, forse anche troppo lunga, di presentazione dei contorni. Ed ecco che conosciamo Erica Trettel e Flora Palmieri, le due facce dell'Universo Donna secondo Ammaniti; ma anche Gloria, la bambina viziata amica di Piero, nonchè gente strana come la mamma di Graziano (cuoca iperattiva) o il fratello di Piero (pastore metallaro) . E così avanti per un microcosmo situato a Ischiano Scalo e fatto di presidi-ameba, vicepresidi-hitleriani, bidelli-puttanari, puttane-cuoredipanna, bulletti del quartierino modello CharlesManson, e chi ne ha più ne metta. A onor del vero bisogna dare atto al Niccolò di saperci fare, nell'utilizzo di questo strumento. I personaggi ti rimangono in testa, si muovono e alla fine gioca sugli stereotipi nascondendoli e piegandoli in modo da non farli più riconoscere.
L'unico difetto è che calca un po' la mano, almeno in questo libro, rendendolo leggermente squilibrato, quando si arriva a tre quarti. In quel momento, infatti, le 300pagine lette cominciano a pesare e si ha voglia di finire il libro.
Il fatto è che il buon Ammaniti, da qui in poi, tira fuori la sua caratteristica numero due: essere crudo. Il finale che non ti aspetti è crudo e vero, e sinceramente è quello che alla fine ti ripaga della lettura. Quel senzo di: "le cose van così", di personaggi che trovano strade inattese e di altri che le trovano e basta. Decisamente un bel modo di chiudere.
Facendo due conti quindi, da Branchie a Io non ho paura, passando per Fango, il buon ha dimostrato una crescita continua. Sono curioso, quando la Mondadori gli metterà un dorso giallo, di leggere l'ultimo lavoro, perché mi aspetto bene.

Ah, per la cronaca il libro lo trovato su tutti gli scaffali tra gli oscar tascabili mondadori e di solito pure scontato sui suoi 8.40€. pagg. 452

lunedì 4 agosto 2008

Caparezza vs Fibra, tanto per chiacchierare

Allora. Venerdì sera mi è capitato di ascoltare (ascoltare soltanto, perché diciamo che ho mantenuto una certa distanza dal palco) il concerto (concerto?) di Fabri Fibra.
Sì, ho detto Fabri Fibra, e allora? Non si pagava, era in riva al mare, non avevo di meglio da fare e inoltre sono dell'idea che per sparlare bisogna conoscere (certo, a volte non è necessario) e quindi mi sono ascoltato una buona metà concerto (concerto?).
Ebbene, diciamo che se questo è una delle punte hip hop del nostro belpaese, siamo fortunati che quelli delle basi Nato non voltino i missili e ci bombardino le città. Niente strumenti sul palco, nemmeno un testo che sia uno, individui assolutamente incapaci di rappare che il jovanotti dei vecchi tempi era distante quanto Old Dirty Bastard da un bambino di tre anni (e non è un complimento, eh). Poi una serie di banalità e finta retorica da far sbiancare un vampiro coperto di neve e soprattutto, la cosa più angosciante, un prendersi sul serio che neanche Chuck Norris.
Insomma, per capirci, se l'hip hop esiste, spero non sia questo.
Se poi ci aggiungiamo il riciclaggio sporco di big Fish, (si quello che copiava altre canzoni e poi si incazzava se glielo dicevano), un tal Vacca che come dicono i latini, nomen homen ,e la perla della canzone con la Nannini riproposta con la voce della Gianna campionata... beh ho detto tutto.
Allora il mio processo mentale è stato questo.
1) perchè io mi interesso di hip hop quando fino a non moltissimi anni fa avevo pensieri del tipo "dove non c'è una chitarra è tutta merda"?
2) perchè mi piacciono le parole, e non potevo non interessarmi a una musica che fa delle parole il suo cuore.
3) come ho cominciato?
4) per colpa di uno che adesso è andato un po' in vacca: Francesco di Gesù, ovvero Il Frankie hi-nrg mc
5) chi è che reputo degno di quella tradizione adesso?
6) Caparezza.
Occhei occhei, ci saranno tremila altri nomi nell'ambiente ma per me che non sono molto dentro Caparezza è uno che sa usare le parole.
Ecco perché è da due tre giorni che ascolto il buon Miki B e vi dirò, questo nuovo lavoro mi sa che è il più completo di quelli fatti finora. Un buon disco e soprattutto, buone parole.
Lasciamo perdere i concerti di Caparezza che sono un mix tra teatro e concerto rap, e lasciamo perdere anche il lato prettamente musicale che non può essere paragonato, visto che il Capa usa molti più strumenti, molte chitarre, meno campionamente, ha più fantasia e tanti anni di gavetta alle spalle. Vi parlo solo delle parole, anzi, ve le scrivo.
Per due motivi: perché il Caparezza ha qualcosa da dire, e perché sa fare bene il suo mestiere.
Questo sì, è uno che ha una buona fibra... fidatevi, leggete un paio di testi, che qualcosa è davvero geniale. Se invece volete solo diventare più colti, allora leggetevi solo Bonobo Power (così scoprire che le scimmie bonobo si fanno pure i budini). :)

PIMPAMI LA STORIA
Bella prof e che schifo Garibaldi, è vestito dai saldi, peloso come Garfield. Via la camicia rossa e dagli una t-shirt Trussardi su jeans Cavalli. Sulla faccia lenti a goccia Ray Ban e poi taglia la barba a sta capoccia da Imam. Un nunchaku da Jackie Chan gli dà più charme, ora si che Gary ch'ha i più fieri dei fans. Bella! Mondiale la seconda guerra ma su sto libro è dato che abbiamo ingoiato merda! E' regolare che non studia nessuno, scrivi Italia batte resto del mondo 18 a 1. I campioni siamo noi, siamo noi perciò aggiungi "Po po po po po". Il capitano fa goal, bordello come i Gogol, storia XL non una small, pimpala! Questa è la storia prof, la vera storia prof, lo dice uno che se esce dal culo fa plof.
RIT: Bella prof, pimpami la storia... che storia!
Si stava meglio quando si stava peggiorando, gli oppositori traditori peggio di Ronaldo. Non li mandavano al fresco di una cella ma al caldo dei Caraibi su navi di Jack Sparrow. Prof, il ventennio pimpamelo, scrivi che i partigiani quel tempo lo vissero. Di relax in pedalò, piedi nudi nei sabò, 25 aprile giorno dei caduti di Salò. Umberto di Savoia non andò via, ma che repubblica, la gente vota monarchia. Non c'è partita tra re e democrazia, come mettere la PSP col Game Gear.
E la costituzione è un cd con una traccia, l'ultima hit da spiaggia. Il nonno di Eminem minaccia: "Tutta l'Europa deve suonare il piano Marshall!" Questa è la storia prof, mi prende un sacco prof, tipo che quella di un cosacco di nome Popoff. RIT.
Dalla mia storia cancella fricchettoni con la spada nel braccio, non nel cuore come Little Tony. Questi fattoni sempre sotto i riflettori. Scrivi che gli hippy se ne stavano zitti e buoni. Gli anni di piombo, le stragi, i sequestri, ma no, non mi interessano argomenti come questi. Io di quei tempi voglio ricordare solo "La liceale nella classe e i ripetenti".
Così funziona e per fortuna fa trend, il vecchio libro lo rottamo tipo Duna Weekend. Adesso serve un finale potente che terrorizzi l'occidente più dell'urlo di Chen. Da qui in avanti qualunque cosa succeda, scrivi che la colpa è di Al Quaeda.
Me l'hai pimpata di brutto prof, vedrai patiti della storia fin dalla scuola media. Questa è la storia prof, la vera storia prof e non c'è niente da ridere non è Zelig Off


ILARIA CONDIZIONATA
Da dove arriva tutto questo freddo? Com'è che sento tutto questo freddo?
Ilaria dalla vita vuole di più, almeno un'amica nella Tim Tribù. Scarica rane pazze e stupidi emù. Mette le sue tette su Badoo. Poi, la svolta, stavolta è cool, mette su Amon Duul e Tool. Ama le inchieste di Micheal Moore. Tutte scaricate tout court da E-Mule. Poi diventa alternativa del caz. Ama il free jazz, grida "Si PACS!" Film di Truffaut, fumetti di Paz. Odia le modelle ma diventa una Bratz e adesso ha l'auricolare Bluetooth. Sta bene ma teme Robin Hood. Slow food, flut di brut. New look, photo book. Da dove arriva tutto questo freddo? Com'è che sento tutto questo freddo?
RIT: Ilaria condizionata ha raffreddato la mia giornata.
Ilaria dov'è Adesso dov'è? L'hanno vista al corteo con la maglia del Che. Urlava "No! Alla vostra mercé" mentre ingoiava cioccolata Nestlé. Con i capelli dritti al live dei Misfits. Con l'antiproiettile al live di Fifty.
E' davvero influenzabile, credimi appena la vedi subito ne approfitti. Vive la spiritualità. Evangelica, dianetica, culto di Ra. Culto Jah, cambia culto di già? Dipende da cosa va in città. Lei non beve ma puzza di rum, lei non fuma se non i chilum. S'affida a Sai Baba, alla setta di Moon ma ha l'anima di un angioletto di Thun. RIT.
Brrrr, Ilaria, quanto freddo hai nell'anima! Ilaria, uhhh. Sei gelida. Cosi gelida che nevica, sei, sei cadaverica, sei sei di facciata ghiacciata, sei cambiata Ilaria! Ilaria condizionata ha raffreddato la mia giornata.


BONOBO POWER
Vive in comunità estremamente pacifiche in cui maschi e femmine hanno pari diritti e dignità non sa cosa sia la competizione e condivide le risorse con tutti in maniera equa non conosce la guerra l'assasinio e la violenza, insomma stando a come si comporta il Bonobo: la scimmia è l'evoluzione dell'uomo.
Per il bonobo il sesso è alla base dei rapporti sociali, si accopia sia con etero che con omosessuali davanti a cibo i bonobo prima fanno un orgia e dopo mangiano senza mai litigare il bonobo non è aggressivo è sessualmente appagato, non discrimina il diverso non va al family day...la scimmia è l'evoluzione dell'uomo
RIT. Bonobo Power evolvin society we improve the community and human eat the banana bonobo power abscence of authority no more cruelty we just play and come with love and human sucks
Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale i bonobo dello zoo di hellaburn morirono di spavento alle altre scimmie non accadde nulla, il bonobo è stato cacciato, sterminato, censurato il bonobo è una pericolosa alternativa sociale dimostra che in natura esiste l'omosessualità e che l'uomo è agressivo perchè sessualmente represso e soprattutto che l'unico vero modo per vivere in pace è giocare mangiare ed accopiarsi alla faccia di religiosi, intelletuali e politici ben pensanti.
RIT. Bonobo Power evolving society we improve the community and human eat the banana bonobo power abscence of authority no more cruelty we just play and come with love and human sucks

domenica 3 agosto 2008

Davide Van de Sfroos a Sesto al Reghena (unplugged)

Ieri sera non ho visto un concerto, ma IL CONCERTO. Un po' sarà perché il Davide Bernasconi non l'avevo visto suonare e non vedevo l'ora. Un po' perchè quest'ultimo disco è davvero un capolavoro. Un po' perchè il concerto era nell'abbazia qui a fianco. Un po' perchè lui è davvero un grande. E un po' perché dopo un giornata muffosa si vede che avevo proprio voglia di riconcigliarmi con il buon vivere.
Così, in quest'epoca di featuring e canzoni fuffa, di gente che suona una scaletta e recita una parte, ecco che un concerto vero ci voleva. E pure gratis era :)
Prima cosa ho da ringraziare la Elena di Firenze, che se non fosse per lei e quel lontano figlio di Guglielmo Tell che mi masterizzò, un sacco d'anni fa, col cavolo che lo conoscevo, il Van de Sfroos.
Comunque andiamo per ordine.
Tanto per cominciare ero così terrorizzato dal pensiero di arrivare e sentirmi dire che era tutto esaurito o cose simili che ci sono arrivato un'ora prima, in Abbazia di Sesto al Reghena. Che poi, va detto che in quell'abbazia, nel '700, ci operò anche il Gian Battista Donato, un che scriveva sonetti mescolando almeno una decina di lingue e dialetti. Il Van de Sfroos di sicuro non lo sa, ma è un motivo in più per apprezzare il suo essere multi-lingue e pluri-musicale.
Comunque almeno me lo sono guardato dalla seconda fila, il concerto.
Ed è stato splendido. Oh se è stato splendido.
Con il Davide di Contrabbando che comincia da solo con la chitarra e chiacchiera con la gente. Ride delle zanzare, diverte, scherza e ci dice che unplugged può fare un po' quel che vuole e lo fa.
E così, pian piano chiama sul palco tutta la banda. (E porca trottola che banda! Un violinista e un chitarrista in forma strepitosa, un drum and bass ordinati e ben adattati al contesto con meno elettricità del solito. Tastiere puntuali e una corista che da sola ne valeva tre.)
E così il Davide regala a tutti un concerto sincero.
Un concerto che mi era rimasto in gola da quando, dieci anni fa, a Pasian di Prato, ero andato a vederlo e per il temporale è andata via la luce e non ha suonato, limitandosi a fare due chiacchiere quei quattro gatti che eravamo.
E Pica! L'album che più lo ascolto e più capisco quanto sia diventato bravo a scrivere canzoni, lo regala per tre quarti abbondanti, evitando solo, tra i pezzi attesi, "la terza onda".
(La mia preferita, la lunga ballata del guerriero immortale, effettivamente non potevo pretendere che la facesse, perché era un po' fuori contesto). Poi ripesca le sue classiche; dalla corriera alla ninna nanna del contrabbandiere, dalla Poma a Hoka hey, passando per la balera e per, naturalmente polenta e galena fregia.
Ma dentro c'è di tutto. C'è Bob Marley e la Tarantella, c'è rock e blues, c'è teatro e c'è ironia. Che chiedere di più, che ti spieghi le canzoni?
Ebbene sì, Davide fa anche quello: ci racconta del Cimino e ci spiega El puunt, ci parla di New Orleans, ci parla dei minatori e degli sciamani. Insomma, dai, è inutile fare una cronaca di un concerto quando si è di fronte a una di quelle serate che, come direbbe elio, ti rendono una persona meglio.
Piuttosto, vedete di ascoltarvi Pica! se volete essere una persona meglio. :)
Ah ho tentato di fare un video ma con la macchina fotografica è venuto na merda. Pazienza, togliete il volume e guardate solo le figure.
video

sabato 2 agosto 2008

Un gioco da bambini di J.G. Ballard***

Ebbene, questo è il primo dei (pochi) Ballard che ho letto, che non mi ha lasciato completamente soddisfatto. Per ora.
Non che sia brutto o che l'abbia letto malvolentieri eh, intendiamoci. Solo che... boh, mi ha lasciato quel senso di "mancanza", quell'attesa di qualcosa che poi non è arrivato. Vabbè, poi ovviamente è personale, la cosa, comunque parliamo un po' del libro.
Tanto per cominciare diciamo subito che questo "Un gioco da bambini" più che un libro è molto vicino a un racconto lungo. E questo spiega già molte cose, come il mancato approfondimento di alcune ambientazioni e personaggi. Seconda cosa, da chiarire subito, onde evitare fraintendimenti da quarta di copertina, il libro non è un giallo e non è un thriller. Il protagonista-narratore nonchè psicologo, svela praticamente dopo un ventina di pagine i suoi sospetti e il dire che i colpevoli siano chi esattamente si possa pensare che siano, non è certo uno spoiler.
Per capire che cazzo sto dicendo però vi devo fare una breve riassuntino dei fatti, giusto?
In un complesso residenziale con diverse famiglie e bambini, tutti gli adulti vengono trovati uccisi. 32, per la precisione. I bambini, tutti più o meno dagli 8 ai 15-16anni, svaniti nel nulla.
Chi sarà il colpevole?
Ora, da che mondo e mondo, quando c'è tizio e caio, caio viene ucciso e tizio svanisce, la prima cosa che viene da pensare è: dove cazzo è andato quell'assassino di tizio.
Quindi, per il lettore, via pensieri del narratore che sta indagando, la logica è la stessa.
Non vorrei tirar fuori storie da antigiallo à la Durrenmatt, ma non siamo nemmeno in territori molto distanti. Cambia solo che Caio sono 35 adulti, e Tizio sono una decina di bambini.
E allora dov'è il senso del libro?
Beh, in almeno un tema caso a Ballard e in altro, suo stretto cugino.
Il tema caro al buon James è quello dell'estraniamento umano dovuto alla perdita della libertà, in senso lato, e alle conseguenze che causa. Mentre nell'isola di cemento il protagonista si costruiva un microcosmo e in "condominio" regrediva a una stato tribale, i bambini "imprigionati" nel complesso residenziale di Pangbourne trovano la via della ribellione violenta.
Così, mentre metà del libro è dedicata alla spiegazione tecnica, come un flashback progressivo, del modo (non sempre digeribile nella verosimiglianza) in cui i marmocchi ha fatto fuori in (quasi) contemporanea i proprio genitori, l'altra metà è dedicata all'analisi del perché, si siano comportati a quel modo e del cosa, avrebbero fatto una volta ri-acquistata la libertà.
Il secondo tema, meno collegabile ai lavori di Ballard che ho letto finora, ma sembre interno alla sua continua analisi dell'essere umano inteso come animale sociale, è la cecità di quella che possiamo chiamare banalmente "società". I bambini hanno fatto questo? sembrano dire tutti gli indizi; NAAAAA Non può essere? Maddai?! Checcazzostaiaddi! sembrano dire tutti gli altri. Dai poliziotti alla gente. E nemmeno dopo la conferma diretta del fatto c'è la voglia di credere alla verità, ma si parte a testa bassa verso la ricerca di un colpevole misterioso.
Bè, insomma. Fin qui tutto bene.
E allora direte? cos'è che non ti soddisfaceva, brutto chiappone e criticone che non sei altro.
Beh.
Non mi piaceva il personaggio (troppo stereotipato e senza mordente) che Ballard aveva scelto per far raccontare la storia.
Non mi piaceva il suo insistere sul concetto "la società crea dei mostri" senza scavare in esso per dargli un minimo di profondità.
Si, lo so, è poca roba e il libro nel complesso rimane più che sufficiente. Ma ripeto, lascia quel languorino. :)